La mia esperienza con ‘‘Le 10 parole’’, il cammino di approfondimento biblico dei frati cappuccini: ne vale la pena?

Le ‘‘10 parole’’ è una serie di incontri gratuiti, con cadenza settimanale o mensile, e dalla durata di una stagione sportiva, ove si approfondiscono i 10 Comandamenti, secondo la Bibbia edizione CEI, in accordo con le fonti esegetiche e apologetiche del magistero cattolico. Ad ogni parola si approfondisce un Comandamento specifico. La mia esperienza ebbe inizio nel 2015 quando decisi di partecipare alle 10 parole a Reggio Emilia, presso il convento dei frati cappuccini. Vi è un equivalente del percorso nella maggioranza delle diocesi ecclesiastiche in Italia.

Definirei questo cammino un’esperienza di formazione intellettuale, interiore e spirituale – Un’esperienza di matrice teologica ed esegetica. Intellettuale, perchè a venirvi data è una parola sulla quale si riflette, ci si raffronta, si dialoga e si pensa; teologica ed esegetica, perchè confacente un discorso su Dio e correlata ai presupposti significativi della Scrittura, perlomeno per ciò che concerne i Dieci Comandamenti. Sarà dunque il magistero che si donerà a chiunque sceglierà di aprire il cuore all’ascolto, e sarà il magistero che renderà comprensibile il logos divino a chiunque decida di aprirsi alla comprensione. Questo, naturalmente, mediante un presbitero incaricato.

Non è tanto un cammino di formazione umana, secondo l’accezione strettamente sociale del termine, ma un percorso di crescita culturale, ove si possono arricchire i fondi della sapienza e dell’intelletto: il come ed il perchè di questo o quest’altro comandamento. La cultura è sì nozionistica, ma non intesa in senso quantitativo, ma significativo, ove a prevalere non è tanto l’informazione storica fine a se stessa (“Paolo incontrò Giovanni in data X”) ma il significato che c’è dietro. Approfondendo la formazione intellettuale, ne accresce anche la qualità umana. Per cui è sì una formazione umana, ma non nel senso stretto del termine.

In questo cammino, dunque, si attua un esplorazione ‘‘completista’’, argomentata, di ogni singolo comandamento. Una catechesi per ogni comandamento, si diceva; la durata di ogni comandamento, inoltre, può variare di volta in volta. Generalmente, lo si esplora – da una prospettiva teologica ed esegetica – fino all’esaurimento del significato essenziale, per un mese circa o più. Il contenuto portante è dunque squisitamente esegetico, una sorta di semantica biblica, ove i Comandamenti vengono messi a nudo, sottoposti ad un processo analitico e spogliati dinanzi il pubblico. Tutto pur di esporre il principio anagogico della parola di Dio, evitando che il fedele rimanga abbandonato a se stesso, potenziale vittima dell’auto-interpretazione (trappola del relativismo interpretativo), pratica condannata dalla Chiesa.

Un’immagine rappresentativa dell’incontro. Spesso, liberamente e su richiesta, seduti con una Bibbia, un quaderno ed una penna in mano.

Il cammino, per chiunque sia interessato alla parola di Dio e alla teologia dei Comandamenti, può di seguito divenire un servizio pastorale di una certa ricchezza, permettendo di aprire le vedute sulla parola di Dio così come è in oggettività e non così come noi crediamo che sia. Il mediatore, il pastore in persona christi, sarà dunque impegnato nella diffusione di commenti costruttivi, esempi concreti, spiegazioni esaustive, considerazioni e suggerimenti spirituali, attraverso delle catechesi apologetiche dalla durata di un’ora, ricche, sazianti e ripiene di spunti interessanti.

Il lato umano, puramente e meramente sociale, dipenderà dalla città in cui ci si trova, da noi (io, tu, voi) e dal prossimo. Potremo iniziare soli e finire soli, così come iniziare soli e finire accompagnati. Non vi posso dare nessuna certezza – ovviamente – né tantomeno sarebbe possibile «razionalizzare» ciò che vi aspetta, in accordo con quanto voi vi aspettiate che accada, da un’ipotetica prospettiva relazionale e sociale.

Certo, se lo farete in Emilia, mi duole doverlo dire, le possibilità di conoscenza, accettazione e integrazione in un gruppo, solitamente, si riducono del 99,9%: il popolo emiliano, parlando in modo volutamente generico, è freddo, direi gelido, chiuso, indifferente al prossimo, fautore di tanti pregiudizi se dalla vostra bocca esce un accento che non sia l’accento loro. È una realtà di per sé chiusa come fosse un ghetto ideologico e priva di stimoli sociali, come se lo Spirito Santo non fosse più presente, e non perchè è Dio a non volerlo o a non poterlo essere, ma perché è la maggioranza della popolazione a rifiutarlo – eppure… se proprio desiderate provare, credeteci e sperateci (che qualcosa di buono possa accadere).

Il mio consiglio – spassionato e liberamente accettabile – è di farlo ovunque tranne che in Emilia. Se uno se la sente, liberamente e di propria spontanea volontà, si butti in questo cammino – la partecipazione è una libera scelta. La filosofia dell’essere suggerisce «come va, va». Ognuno potrà poi vivere la sua l’esperienza particolare e non è detto che non ne abbia da apprendere (così come non è detto che ne abbia); il lato intellettuale (teologico-esegetico) potrebbe giovarne e, magari ed in aggiunta, anche il lato sociale, il quale non dovrebbe mai realmente scindere dalla persona umana.

Il percorso potrà dunque comprovare la nostra reale conoscenza dei comandamenti e mettere alla prova il complesso psicologico della “certezza della sapienza” (“so tutto, non ho altro da sapere”), spesso infarcita di superbia e di orgoglio per amore dell’io (“ma no, non vado, tanto so tutto…”). Una volta concluso, ognuno potrà tirare le somme e vedere se, effettivamente, sapeva già di suo le informazioni (probabile, per carità) oppure se vi erano delle falle che il corso, gratuito e annuale, avrà aiutato a colmare (altrettanto probabile). Liberi di scegliere di partecipare così come di rifiutare. Così come uno è libero di farlo, un altro è libero di non farlo.

Si potrà dunque ricevere un’istruzione biblica di prima qualità, con una serie di semiologie specifiche che si riveleranno come l’approdo della luce solare in camera al mattino. A seconda di dove lo si faccia, la qualità del cammino potrebbe variare ma, nella maggioranza dei casi, credo personalmente che non dovrebbero esserci problemi e che la qualità in sé non dovrebbe venir meno, considerando il supporto che viene dato a questo cammino dai responsabili (non è mai uno solo ad occuparsi del percorso, oltretutto). Non mi rimanere che ‘esaudire’ la domanda iniziale, dandovi una risposta secca.

Ne vale la pena?

Si

NO

Sì, per me personalmente, ne vale la pena – di seguito ne consiglio l’esperienza. Siamo giunti a conclusione. Che altro dire? Rimaniamo ancorati a Gesù per Maria. Preserviamo ogni giorno il Santo Rosario. Siamo ottimisti. Non perdiamo la speranza in questo mondo dominato dalle tenebre. Conserviamo la gioia nel cuore rimanendo con Cristo, nell’intimo del proprio cuore ed attraverso la preghiera quotidiana e i Sacramenti. Alla prossima.

13 pensieri su “La mia esperienza con ‘‘Le 10 parole’’, il cammino di approfondimento biblico dei frati cappuccini: ne vale la pena?

  1. Ciao Fabio!
    Anche il popolo lombardo è come quello emiliano 😃!!
    Appena potrò sarò felicissima di condividere con te e con i tuoi lettori la mia esperienza del cammino delle 10 parole, qui nella profonda Brianza!

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    1. Ciao Pamela! Che bello ritrovarti qui 🙂 Non vedo l’ora di ricevere la tua testimonianza a riguardo! 🙂 Un po’ di magra consolazione a sapere che anche in Lombardia le cose non stanno poi tanto meglio, dal punto di vista umano.

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  2. Ecco come promesso la mia esperienza riguardo al cammino delle 10 parole, qui nella profonda Brianza.

    Innanzitutto la mia età è superiore a quella dei partecipanti a questo cammino, che però è stato aperto anche a persone attempate (anche molto più di me).

    Perché ci sono andata?
    Perché me ne ha parlato una ragazza ligure conosciuta la scorsa estate, che ne era totalmente entusiasta, che per lei è stata una vera avventura spirituale e cristiana.

    Quindi, ho provato anch’io, ben consapevole che alla mia età certi “cammini” sono stati già fatti, magari diversi da questo: quand’ero adolescente io, in Diocesi, c’era la Scuola della Parola, del nostro amato cardinal CM Martini, tanto per fare un esempio, e davo per scontato che non avrei avuto nessun tipo di interazione con gli altri partecipanti: ognuno aveva il suo gruppo proveniente da diverse parrocchie, oratori etc., perciò sola sono andata, e sola sono tornata.

    Probabilmente se avessi partecipato ai ritiri (che vengono reputati fondamentali) forse qualche conoscenza l’avrei fatta, dato che sono una persona socievole, ma alle volte ci si stufa ad essere anche socievoli, e a fare sempre il primo passo.

    Di quello che ha scritto Fabio, sottolineo e sottoscrivo a caratteri cubitali questo:

    per abbattere la nostra certezza, spesso infarcita di superbia e di orgoglio (“ma no, non vado, tanto so tutto…”).

    Io stavo facendo proprio quest’errore, poi invece mi sono detta: “vai che sei una povera zoticona e non sai niente”. E ho imparato qualcosa che non sapevo!

    Quindi sicuramente mi è servito per ampliare e approfondire la mia conoscenza sui 10 comandamenti.

    Naturalmente non mi è piaciuto granché fare gli incontri in chiesa,presente il Santissimo e dargli le spalle.
    Naturalmente gli esempi di vita che sono stati fatti, per me che ho una vita passata disastrata, sono acqua fresca.
    E se fosse stato presente Tommaso d’Aquino avrebbe storto il naso più di una volta.

    Ma ci sono anche degli aspetti molto molto positivi: ho visto dei giovani impegnatissimi, molto attenti, tutti intenti a prendere appunti con partecipazione: alla loro età, alla Scuola della Parola, noi ci limitavamo a portarci a casa il nostro bel foglio da leggere durante la settimana!

    Quindi anch’io come Fabio vi dico che vale la pena andarci. Andateci…
    Ma permettetemi una piccola digressione.
    Un santo molto conosciuto, un giorno, disse: “Questo libro mi piace enormemente, mi ha fatto meglio di un corso di esercizi spirituali”.
    Quindi può darsi che vi faccia meglio del cammino delle 10 parole.

    Quel santo era s. Massilimiliano Kolbe, e il libro è…..
    Santa Gemma Galgani, scritto da padre Germano Ruoppolo, suo direttore spirituale.

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    1. Ciao Fabio, si conosco anche il volume della Shalom (che ovviamente ho).
      Quello che preferisco in assoluto è però La Follia della Croce, che essendo una vera biografia ricostruisce Gemma nei suoi aspetti mettendo insieme autobiografia, testimonianze, etc… anche alla luce del Vangelo.
      Lo trovo fantastico.
      Come pure questo di cui parlava s. Massilimiliano: bellissimo, anche se secondo me, essendo scritto in altri tempi, stona un po’ con la lingua corrente e il nostro sentire contemporaneo… ma…
      GEMMA E’ ATTUALE PIU’ OGGI DI IERI!!!

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      1. Interessante ‘La Follia della Croce’! Gemma dovrebbe essere quanto mai attuale proprio al giorno d’oggi, considerando in quale direzione stanno andando le ragazze odierne (e non solo loro), tra impurità, perdizione e false libertà… il modello “Gemma”, dopo una sincera e naturale conversione, aiuta a riqualificare le proprie visioni morali del mondo. Reputo quindi Gemma un focolare necessario più per il tempo odierno che per il tempo che fu ai tempi in cui ella era viva. Grandissima santa!

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        1. Fabio se mi permetti, farò un sunto delle pagine finali de La Follia della Croce perché sono meravigliose: raccontano cosa fa Gemma con le anime che si affidano a lei. Anzi, ancor meglio: con le anime che Gemma accoglie. Si perché è così! Io quando ho letto quelle pagine ho pianto perché per me è stato così.
          Tutto così Incredibile e bellissimo.

          Se tu poi ne vorrai fare un vero e proprio articolo, per far conoscere ancora meglio la nostra Santa non potrei che esserne felice, e avrebbe la giusta (ma mai abbastanza) visibilità.
          Io te lo scriverò in un commento.

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          1. Volentieri! Si, fallo! 🙂 Mi incuriosisce tantissimo questo ‘La Follia della Croce’ e vorrei reperirlo da qualche parte. Fai pure questo resoconto, questo commento alla parte finale del libro, poi pubblicalo qui come commento e magari ne trarrò fuori un articolo 🙂

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  3. Ciao e grazie per la testimonianza. Da Emiliano, però, ti assicuro che sull’Emilia stai sbagliando. Forse non ti sei integrato con coloro che hai incontrato, ma generalizzare è sbagliato. L’idea poi che lo Spirito Santo abbia abbandonato la regione è uno sfogo eccessivo che faresti bene a tenere per te. Qui il Signore opera come altrove, con grande fatica perché sulla regione si sono concentrati anche gli sforzi di tanti che non lo amano, ma questo fa sì che, un po’ come avviene in tanti altri luoghi secolarizzati, i credenti abbiano imparato sulla propria pelle quanto si pagano la fedeltà e la coerenza. Se torni in Emilia vieni a prendere un caffè con me: spero di farti cambiare idea.

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    1. Ciao Tranfolanti e benvenuto.
      Nel commento da te scritto hai espresso ciò che più ti ha colpito interiormente, ovverosia una qualche informazione specifica, presente nell’articolo, che ti ha preso in modo diretto, portandoti a dire la tua. Noto che lo hai fatto con un certo rigore nella qualità dei toni e per questo ti ringrazio.

      Passiamo ora a quanto da te esposto. 🙂

      1) “Da Emiliano, però, ti assicuro che sull’Emilia stai sbagliando. Forse non ti sei integrato con coloro che hai incontrato, ma generalizzare è sbagliato.” In verità, ti dico che non ho generalizzato. Di fatto, l’idea che ho generalizzato, facendo di tutta l’erba un fascio attraverso un processo generalista ‘supremo’, è un’interpretazione; un’idea interpretativa e per di più scorretta. Sai perchè? 🙂 Perché, per arrivare a dire quello che ho detto (“le possibilità di conoscenza, accettazione e integrazione in un gruppo si riducono, solitamente, del 99,9%”), non ho frequentato UNA sola realtà, non ho frequentato solo ed esclusivamente un gruppo particolare di persone, ma una moltitudine di realtà senza fine. Prima di permettermi di esprimere quella sentenza, ho masticato, vissuto e partecipato a tante realtà analoghe in Emilia, riscontrando gli stessi problemi. Sottolineo: non una realtà, ma tante. Quello che ho scritto è quello che ho vissuto e ho vissuto ciò che la realtà mi ha offerto; ho dunque espresso quello che a me è stato dato. Fa male? È la realtà, pura e cruda. E io capisco che possa fare male, a te come ad altri.

      Questo è quello che ho vissuto: parlando in modo volutamente generico e generalista, l’emiliano, in media, è una persona molto chiusa, e purtroppo ho dovuto vivere e constatare che qui non se ne vuole sapere del prossimo, che sia meridionale, del centro, del nord o immigrato (nonostante regni il partito rosso che fa dell’immigrazionismo un punto di forza della propria politica). Abituato ad un luogo di crescita ricco, benestante, pulito, vede il prossimo, il “diverso”, tutto ciò che non è in linea con gli standard “alti” del suo posto, come una “minaccia” per l’equilibrio del suo stesso ambiente. Questo è, in modo squisitamente sintetico, il vissuto che ho raccolto in Emilia.

      Per noi meridionali le possibilità sono al minimo storico: anche solo l’accento (con tutte le nostre E aperte) è fonte di non ti dico quali reazioni, quali pregiudizi, quali sguardi e quali commenti individuali, già a partire dalle classi superiori. Parla meridionale e ti sentirai dire, in modo sgarbato, “da dove vieni?” “che ci fai qua?”. Non so cosa succeda, ma c’è qualcosa di scientifico nella reazione dell’emiliano davanti a un meridionale – che qui veniamo ancora definiti “terroni”, anche in età adulta, e lo dico per esperienza diretta.

      La realtà è la realtà. Non cambia “perchè ci offendiamo”. Non è “non mi piace quindi non è così” o “mi sento offeso quindi non è così”. È quella, indipendentemente da quanto ci faccia comodo, ci ferisca o non ci piaccia. In Emilia non esiste nessuna cultura dell’accoglienza: c’è tantissima divisione e indifferenza. Qui vive la cultura dominante del “Lo ignoro perchè è nuovo nell’ambiente”. Nelle realtà religiose vige un solo atteggiamento unico-dominante: si sta solo con chi si conosce. Il nuovo può morire.

      Dietro la mia frase c’è un vissuto. Un vissuto enorme, variegato, ricco di episodi, di esperienze, un vissuto dotato di un complesso sentimentale, psicologico ed emotivo vasto e complesso. Non l’ho buttata lì a caso, con noncuranza, per ripicca, per vendetta, per capriccio o soltanto perchè “giovedì sera un tipo mi ha trattato male”. Non è il frutto di UN episodio, episodico ed isolato. C’è tanto dietro quanto da me espresso. Purtroppo ho vissuto quanto sia difficilissimo integrarsi, venire considerato, “far parte di”. Credimi, è MOLTO dura.

      2) “L’idea poi che lo Spirito Santo abbia abbandonato la regione è uno sfogo eccessivo che faresti bene a tenere per te.” Tecnicamente, è un modo di dire. Il riporto di quanto da me esposto è oltretutto scorretto. Infatti non ho scritto “Lo Spirito Santo ha abbandonato la regione”. Ho scritto “come se”; “come se” implica “come se avesse abbandonato”. È un condizionale, una probabilità, un’ipotesi. Tant’è che ora ho aggiunto il corsivo sia a “come” che a “se” per meglio specificare la semantica del vocabolo.

      3) “che faresti bene a tenere per te” è un paradosso. Qui esprimo il mio io, liberamente, non ciò che gli altri vorrebbero leggere. Se non piace, si clicchi su “x” e si chiuda la finestrella. Quello che esprimo non può e non dev’essere necessariamente comodo o compiacente, né tantomeno dettato da quello che io credo che gli altri vorrebbero che dicessi o che vorrebbero sentirsi dire.

      Nel descrivere la realtà emiliana non offendo, riporto; nell’esprimere un impressione (esagero: “Qui Dio non esiste”), espongo un impressione mia ed in quanto tale soggettiva e personale.

      L’idea del caffè mi va bene.

      Beh, se vuoi dirmi la tua o se vuoi semplicemente tornare a trovarmi, a te 😉

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