Toccata e fuga nel movimento cattolico “Missione Belem”: la mia esperienza negativa

Ciao ragazzi. Sto vivendo uno periodi peggiori della mia vita, ma ciò non mi toglie né l’arte né la voglia di scrivere. Dovessi anche passare un periodo temporaneo di tenebra e di irrealizzazione esistenziale, la scrittura è sempre con me. Anni fa avevo iniziato un articolo, mai pubblicato, sulla mia esperienza con il movimento cattolico BELEM. L’esperienza desideravo scriverla fin nei minimi dettagli: gli inizi, come ne ero venuto a conoscenza, il primo incontro… poi, però, mi fermai. Troppa roba. Certe cose è bene esporle, altre è meglio tenersele per se stessi. Talvolta è bene dilungarsi; altre volte è bene sintetizzare.

Quest’oggi, in un attimo di creatività solitaria, con una decina di progetti che si stagliano nella mia mente simultaneamente, mi è venuta l’idea. Ho visto passarmi accanto una colomba bianca. Mi fa: “Lascia perdere quel pezzo iper-dettagliato data per data che volevi fare anni fa. Sei bravissimo quando scrivi così, ma in questo caso non c’è bisogno. Scrivine uno così”. Nella mia mente vedo il modo in cui l’articolo dovrebbe essere. Ecco, vi racconto questa esperienza non come avevo deciso di scriverla tempo fa, ma come l’ho immaginata oggi.

Ne parlerò in modo argomentativo e costruttivo, senza usufruire della mia esperienza come strumento di vendetta. Esporre quanto segue può aiutare a capire cos’è che non dovrebbe venire attuato in una realtà di preghiera.

Insomma, seguo i suggerimenti e le ispirazioni creative del momento e via, vi racconto la mia esperienza, non tanto positiva, con questa ‘Missione Belem’.

Prima di iniziare vi faccio quattro premesse.

  1. Il fatto che con questo gruppo sia andata così, non implica che in tutti i gruppi Belem avvenga esattamente allo stesso modo
  2. Questa esperienza riguarda solamente una cellula di questo movimento che ha avuto origine in Brasile. Non bisogna generalizzare e mettere di mezzo tutte le cellule affiliate esistenti nel mondo (qualora ve ne siano)
  3. Ci sono gruppi religiosi di qualità, realtà di preghiera che camminano con Dio e realtà che invece cadono in se stesse. Bisogna sempre saper discernere il bene da ciò che non fa bene, senza generalizzare
  4. Quanto espongo alla fine, nelle motivazioni, ha carattere costruttivo e non distruttivo

‘Spetta n’attimo…
Hai detto “MOVIMENTO BELEM”?
Cos’è?

Il movimento Belem è.. un movimento. Scusate, ma in realtà non ho molta voglia di parlarne e di perdere tempo a dirvi storia, origini e miracoli di questa realtà. Questo perchè non so granché. Nonostante abbia fatto delle ricerche e ai tempi chiesi ai diretti interessati chi fossero, se fossero riconosciuti e quale fosse la loro origine, le informazioni trovate non sono mai state al top della completezza.

Da quello che ho capito, che mi era stato detto e che avevo trovato, Belem è un movimento nato in Brasile per aiutare i ragazzi di strada. Poi arrivato in Italia. Beh, se volete saperne di più, qui trovate il sito ufficiale.

Vi racconto un po’

I. Dal carcere di Sant’Anna al Kebabbaro
Nel 2015, dopo aver chiesto i permessi e aver svolto le pratiche burocratiche necessarie per essere ammesso, divenni volontario in carcere presso il Sant’Anna di Modena. Il volontariato era così strutturato: ogni domenica, per quattro volte al mese, da tot ora a tot ora. Il compito del volontario era di partecipare alla Santa Messa nel braccio maschile del carcere, con i detenuti. E, possibilmente, di animarla (la Messa). Alla fine della Messa, dinanzi le guardie penitenziare, era possibile intrattenersi a parlare con i detenuti.

Lì, durante una delle giornate di volontariato, vidi un uomo con la maglia “Movimento Belem” ed un grosso Rosario al collo. Da come parlava e da come si poneva, mi sembrava tanto un presbitero, tant’è che lo avevo idealizzato come un prete missionario. In realtà era un laico, perdipiù un bravissimo ragazzo, buono come il pane, facente parte del movimento. Lo chiamerò Carroll.

Un giorno, in ottobre, mentre camminavo in una particolare via con un gruppo di ragazzi, passai davanti ad un kebabbaro: lì, di sfuggita, riconobbi quel ragazzo che avevo visto in carcere mesi prima. Era proprio lui, Carroll: stessa maglia e con il grosso Rosario appeso al collo. Allorché, mentre gli altri procedevano spediti lasciandomi dietro, io iniziai a rallentare.

“Lo saluto?”
“O non lo saluto e vado avanti?”
“Lo saluto o non lo saluto?”

Iniziai a chiedermi questo.

Sapete, i nostri pensieri possono modificare il continum di spazio e di tempo. Se applichiamo un particolare pensiero prodotto nella mente, possiamo modificare la continuazione del tessuto spazio-temporale: in bene o in peggio, a seconda dei casi e dei principi di consequenzialità. Ok, procediamo.

Beh, fanciulli terrestri, io, quel giorno, quella sera, in quella frazione di spazio-tempo, decisi di fermarmi. Avvisai gli altri.

“We!”
“Oi!”
“Mi sto fermando un attimo a salutare un tipo”

Così entrai nel Kebab e lo salutai.

“Hei ciao… “
“… ci siamo conosciuti in carcere per volontariato… Ricordi?”
“Ah! Si! Ricordo! Ciao!”

Etc, etc…

L’incontro fu breve. Ad un certo punto feci per andarmene quando mi parlò di un ritiro spirituale di nome JESHUA. Mi invitò a partecipare a questo ritiro.

“Ti invito a un ritiro.. “
“Che ritiro?” feci io.
“E un segreto, non si può sapere in anticipo cosa sia!”
“Ah ok…”
“Quando lo farai, capirai perchè non si poteva sapere”

Vani furono i tentativi di ottenere una qualche informazione. Il ritiro era segreto e mi promise che sarebbe stato fantastico. Ok, bene. Accettai e me ne andai. Mi rimase il volantino promozionale tra le mani.

Premetto che questo ritiro spirituale chiamato JESHUA non sono MAI riuscito a farlo. Quello che doveva essere la mia prima partecipazione al ritiro di ottobre, non avvenne e alla fine non riuscii a parteciparvi. Non ho mai capito né scoperto cosa sia e nessuno di quelli che han partecipato, e che ho conosciuto nel corso degli anni, mi han mai dato una risposta. Non so dirvi cosa fosse: ad oggi, siamo nel 2020, non l’ho mai fatto.

II. L’incontro iniziale, gli incontri settimanali…
Oltre il ritiro, il movimento Belem proponeva (e forse propone ancor oggi, non saprei) una serie di incontri giovani su base settimanale. Partecipai al mio primo incontro un mercoledì. Accadde nella Chiesa di Maranello, parrocchia di San Biagio. Ne ho fatte così tante di esperienze nei gruppi, movimento, associazioni, cenacoli e compagnia simile che questa doveva essere la ventesima volta che provavo a conoscere una realtà e che provavo a far parte di qualcosa.

Al primo incontro mi si presentò un ragazzo che era un po’ il vertice dell’equipe tecnica, il “capo”, l’elemento di riferimento. Lo chiamerò Ema. Ema si presentò come se io fossi la creatura sulla terra che più amava in assoluto: in quel momento mi fece sentire pienamente amato e al centro dell’attenzione. Mi fece sentire come se io fossi “il tutto” per lui e il gruppo. Non mi ero mai sentito così accolto.

Grandissime furono le attenzioni immediate che ricevetti: tutti accorsero verso di me, a salutarmi, ad abbracciarmi, con grande approccio fisico prorompente, abbracci individuali da parte di ognuno dei presenti, mani che si strisciavano sulle mie spalle, contatti fisici gratuiti a non finire.

Vennero tutti a darmi il benvenuto, come non era mai successo in vita mia. Mi sentii considerato come non era mai successo. Mi sentii accolto come non era mai successo. Era come se fossi davvero importante e come se fossi tutto per loro. Una creatura di Dio, l’ultima sulla terra. Un “Love effect” iniziale ENORME. Della serie “Loro ci tengono davvero…”.

Una cosa che non dimenticherò mai del primo incontro, furono le promesse che facevano ad ogni cosa che dicevo. Il meccanismo era il seguente: mi ponevano una domanda, rispondevo e mi davano una promessa.

Esempio #1:

  • “Come ti chiami?”
  • “Fabio”
  • “Come va la vita?”
  • “Mi sento solo.”
  • “Ti promettiamo che non ti lasceremo mai solo!”

Esempio #2:

  • “Che fai nella vita?”
  • “Cerco di professionalizzarmi come scrittore, devo iniziare un percorso di studi e…”
  • “Ti troviamo il lavoro! Tra due giorni un nostro amico ti chiama per farti lavorare come scrittore in una rivista che conosciamo noi!”

Esempio #3:

  • “Hai amici?”
  • “Li sto cercando.”
  • “Da ora in poi saremo noi i tuoi amici! Non sei più solo!”

Certo che le promesse si possono fare. Farle non implica essere necessariamente in errore: ma vanno poi mantenute. E, data la natura umana, il più delle volte è bene non promettere, onde poi causare disastri dettati dalla delusione. Che è poi ciò che accadde.

Gli incontri proseguivano a ritmi serrati e cadenza regolare, più o meno. Man mano che passava il tempo, però, iniziai a vedere e vivere qualcosa che non andava, che si sovrapponeva e si accavallava sul lungo termine, aumentando le sofferenze di chi, in quel gruppo, doveva starci.

È un po’ come se facessi qualcosa che non va bene e poi lo ripetessi ogni settimana e la persona è “costretta” a subirla ogni volta. Solo che questo qualcosa è un insieme di cose. Che si ripetono, sempre, ogni volta. Con voi che siete sempre in torto; e l’equipe, con il loro capo, che hanno sempre ragione. Capite?

Alla fine, dopo tre mesi di frequentazione, da fine ottobre a gennaio inoltrato, decisi di non andare più e di togliermi a vita dalla realtà in cui ero finito. Ad ogni incontro la gioia di partecipare diminuiva e le motivazioni per andarsene aumentavano. In quei tre mesi furono di più gli abusi (a scanso di equivoci: non di natura sessuale), le umiliazioni e le ferite ricevute che le gioie. Una parte di quel vissuto rimarrà sempre con me, nel privato, onde evitare effetti collaterali indesiderati.


Passo alla fine senza raccontarvi quei tre mesi al dettaglio come avevo pensato di fare. Diversamente dal piano originale, vi ho parlato di ciò che non andò bene affatto e che di fatto rovinò ogni proposito iniziale di fare del bene. Voglio dunque dirvi perchè, alla fine, decisi di andarmene e perchè non consiglio necessariamente questa realtà a chicchessia.

Le ragioni possono riassumerle in cinque motivi

I. Effetto “Love Bombing” tipico delle sette
Amare una persona è naturale; accoglierla è naturale; farla sentire benvenuta è naturale. Bisogna però far tutto in maniera ordinaria ed ordinata, spontanea e naturale, senza estremismi e forzature programmate. Fare tutto questo con modalità comportamentali capaci di “estremizzare” questa cultura dell’amore e dell’accoglienza è eccessivo è segno di squilibrio nelle “politiche” e nelle dinamiche del gruppo; significa sovraccaricare in eccesso “l’amore” della prima ora stordendo la persona appena arrivata.

È l’effetto “Love bombing” tipico delle sette: ti stordiscono per farti innamorare di loro il prima possibile, per non farti più andare via, per convincerti che solo lì sei capito, amato, voluto come da nessun’altra parte e che solo loro possono amarti. Il disastro di questo “Love bombing effect” è che fingono di amarti: è forzato, non è reale. Quando te ne rendi conto e quando vedi dov’è che casca l’asino, grazie alla legge dell’incoerenza, subentrano le prime ferite, le sofferenze e le delusioni senza fine.

II. L’incoerenza tra parola e fatto
Ad una parola deve seguire il fatto: oggi l’uomo è deluso dagli uomini della Chiesa perchè chi ne fa parte parla tanto, ma mancano poi i fatti, corrispondenti della parola. Tutti bravi a parlare: quando si tratta di fatti, opere (azioni), le persone spariscono e si vede poco all’orizzonte.

L’amore ricevuto era una costruzione fasulla e attoriale, non attuata perchè lo volevano ma “perchè così doveva essere”. Parole di amore mai mantenute e dimostrate con i fatti; parole di fraternità mai mantenute e dimostrate con i fatti. Non facevano altro che parlare di famiglia, fratellanza, essere amici, essere fratelli. All’atto pratico c’era qualcosa di mancante e opposto.

Ti bombardavano con ore e ore di discorsi senza fine, le quali non venivano poi supportate da fatti concreti proporzionali alla parola data una volta che l’incontro era finito. All’atto pratico vivevo comportamenti che contraddicevano la teoria così tanto diffusa nel gruppo. Mi capitò una volta di incontrare una ragazza: dentro il gruppo era “love for everyone”, fuori faceva finta di non vederti. Le altre erano “ti amo come fossi l’ultima cosa al mondo”, al di fuori cadevano nell’indifferenza e nell’acidità di comportamento. Nel gruppo c’era invece una robusta maschera capace di coprire i fuochi che ognuno portava dentro.

Al di fuori degli incontri del gruppo, si finiva per non esistere e per non contare. Il loro amore svanisce come esci dall’incontro settimanale, come ti vedono in strada, come fai qualcosa che a loro non piace. Con loro era così: “super amato” dentro i 60 minuti dell’incontro, inesistente al di fuori fino al prossimo incontro. Terminato l’incontro, nel quotidiano e lungo la settimana, eri e rimanevi una persona sola. Non esistevi per nessuno e nessuno dimostrava realmente che gliene fregasse qualcosa. Questo causava una sofferenza notevole, sopratutto quando, nell’incontro successivo, si ritornava alla farsa dell’approccio “love bombing effect”.

III. Approccio fisico “bomb effect”
Durante l’incontro venivo sommerso da questo “amore” condito da tantissimo approccio fisico, continuo e gratuito, capace di generare un’emozione (voglia) e di far credere davvero di essere amato, grazie ad una sorta di tecnica psicologica irrazionale. Ti tocco dolcemente e ripetutamente mentre ti sorrido, genero un’emozione e ti senti coccolato: è un “sentirti” fasullo, inganno dell’io emotivo (irrazionale). Finita questa sceneggiata, mi capitava di incontrare persone che, al di fuori del gruppo, facevano finta di non conoscerti.

L’approccio fisico era sostanzialmente irregolare, morboso. Era un continuo toccare l’altro per generare in lui un’emozione, facendolo sentire continuamente ‘voluto’ e ‘coccolato’. L’abbraccio era continuo e senza sosta; quando qualcuno non voleva abbracciarti ma ti abbracciava, perchè era forzato a farlo, si capiva, con fastidi e imbarazzi per chi era forzato a compiere quel gesto.

IV. Stranezze assortite
Non erano pienamente in linea determinate cose che accadevano in relazione al contesto in cui avvenivano gli incontri. Una sorta di fai-da-te anarchico che non si poneva alla luce della disciplina ecclesiastica ma ‘personalizzava’ largamente determinati elementi in seno alla parrocchia. Elementi di competenza di un sacerdote che spesso venivano invece attuati da chi non aveva quel particolare potere (utilizzo di un dato costume, possibilità di toccare l’Ostensorio, catechesi dall’altare…).

Vi era poi l’obbligo di partecipare al ritiro “segreto” JESHUA per poter divenire parte effettiva ed integrante del gruppo. Senza la partecipazione al ritiro non era possibile partecipare ad altro né venire chiamati per eventi sociali o in casa altrui. La volontà di farti venire a questo ritiro era insistente, continua, petulante, quasi ossessiva. Un’insistenza che continuava nel tempo, fino a che non partecipavi. L’obbligo della partecipazione per passare ‘al dopo’ suscitava ambiguità, ti portava a perdere determinate possibilità e non era mai realmente spiegato ne motivato.

V. Dinamiche impositive, conformità obbligate e critiche continue
In quei tre mesi, tra le cose peggiori sono state le imposizioni da setta-comportamentale e le critiche subite. Innumerevoli gli episodi vissuti in prima persona o visti su persone altrui. Dato l’accumulo quantitativo nonchè la qualità del “fatto”, il benessere psicologico ne risentiva gravemente.

In quel gruppo vigevano tre comportamenti fissi:

  1. La critica continua: se si faceva qualcosa che a loro non piaceva, se si usciva dal binario e dal protocollo di uniformità al gruppo
  2. L’imposizione: se ti dicevano di fare qualcosa, dovevi farla
  3. Conformità totale: bisognava fare, dire ed essere esattamente quello che loro volevano che tu fossi senza possibilità di venire accettati per come si era

Nella realtà creatasi era prorompente la cultura dell’imposizione da setta comportamentale. Dovevi essere quello che loro volevano che tu fossi e non quello che eri. La critica era incessante e dietro l’angolo qualora qualcuno uscisse dal binario, QUALSIASI cosa facesse o dicesse.

Quel sub-strato di imposizione vissuto nel gruppo creò ripercussioni psicologiche ad alcune persone e ad un ragazzo in particolare che oggi ha abbandonato la realtà pure lui.

Le dinamiche impositive precludevano la possibilità di esprimersi in tranquillità, sincerità e verità; di dissentire, con Ego, con il gruppo, con l’equipe; di contraddire chicchessia; di esprimersi liberamente nel linguaggio, nella parola, nel pensiero, nell’atteggiamento. Le dinamiche impositive da setta erano prevalenti nel modello comportamentale dell’individuo: questo doveva atteggiarsi e reagire come loro volevano che si atteggiasse e reagisse.

C’era un grandissimo pressing psicologico nel tentativo di forzare il prossimo ad attuare determinati atteggiamenti, che venivano innaturali e forzati. Questi comprendevano:

  1. La parola e il pensiero, doveva essere sottomesso a quello che loro si aspettavano
  2. Abbracciare ogni arrivato all’inizio e alla fine dell’incontro, senza possibilità di escludersi dal gesto
  3. Replicare totalmente i gesti, le azioni e le dinamiche interne al gruppo

L’uniformità ai gesti e alle azioni interne va specificata. Avveniva in senso letterale. Se durante una preghiera mettevamo le mani in avanti per pregare, tutti dovevano alzare le mani e metterle in avanti per pregare. Se durante una preghiera il capo decideva di poggiare la mano destra sulla spalla sinistra del compagno, dovevi poggiare a tua volta la mano destra sulla spalla sinistra del compagno di lato, perchè così si pregava. Si era forzati, chi si distaccava veniva criticato.

La cultura dell’ “abbraccio forzato” era prorompente; mi capitò una volta di venirmi chiesto “di abbracciare tutti ad uno ad uno”, a conclusione dell’incontro, in obbedienza al capo. Di fatto, non potei uscire dal gruppo senza prima aver compiuto questo gesto, nonostante non volessi farlo. Tipiche dinamiche da setta.

Vi era poi una sorta di timore psicologico verso l’equipe. Se Ema parlava, non era possibile entrarvi in dissenso. Era reticente alle correzioni e al dialogo. Non c’erano discussioni ne opinioni diverse. Non c’era possibilità di dialogo. Bisognava fare ciò che dicevano. I ragazzi all’interno del gruppo erano generalmente zittiti. Non c’erano opinioni e pensieri diversi rispetto ai “vertici”.


Vi sono episodi e sofferenze vissute che non racconterò e che non hanno trovato sfogo per mia scelta. Tutto ciò che vissi in questo gruppo fu una parte di gioia iniziale presunta mista a grande eccitazione e contentezza d’animo e poi, gradualmente, di disillusione, delusione e sofferenza, senza che qualcuno abbia mai chiesto scusa e senza che qualcuno avesse mai messo in dubbio i propri atteggiamenti. Andarmene fu l’unica soluzione per la salvaguardia della fede personale. Puoi rimanere fino ad un certo punto, ma quando ci si forza con possibilità di ledere alla propria fede, è bene sapersene andare e cambiare strada.

Dall’albero si riconoscono i frutti e se i frutti sono buoni, le persone continuano a usufruirne allegramente. Dalla qualità dei frutti, l’individuo decide se proseguire o meno in una data realtà. Come effetto naturale di quello che il gruppo è stato, le persone hanno smesso gradualmente di parteciparvi e l’equipe si è distrutta da sola.

Ho scritto quanto segue per illustrare quello che di “non giusto” può avvenire in un gruppo di preghiera e affinchè si possa illustrare chiaramente dov’è che casca l’asino. I gruppi e le realtà ecclesiali possono migliorale. Anche il Movimento Belem, che continua ad esistere altrove nel mondo, può far tesoro di questa esperienza complessivamente nefasta per agire di conseguenza ed evitare che in futuro accadano esperienze analoghe, cercando di capire che tutti questi elementi non portano al bene dell’anima ma alla distruzione del proprio gruppo.

Ricevere l’esperienza altrui è un bene prezioso, sopratutto se qualcuno, all’interno di una qualche realtà ecclesiale, si chiedesse cosa ne pensi un esterno della propria realtà o cosa questo ‘esterno’ abbia vissuto. Qualora sia interessato a scoprire il vissuto altrui, la propria testimonianza può aiutare a mostrarne le bellezze oppure ad individuarne le falle – o tutte e due.

Concludendo, questa è la mia esperienza con Belem. Ed è per questo che, in fondo, non consiglio questa realtà a chi cerca un gruppo con cui crescere nella fede. Nella speranza che le anime che ne facevano parte abbiano capito dove hanno sbagliato.

3 pensieri su “Toccata e fuga nel movimento cattolico “Missione Belem”: la mia esperienza negativa

  1. Non mi è possibile sapere se gli altri gruppi di questo movimento seguano la stessa linea, ma è piuttosto improbabile che così non sia.
    Hai descritto una situazione grave, e hai fatto bene ad andartene – io avrei anche denunciato.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...