La virtù teologale della speranza

«Queste dunque le tre cose che rimangono:
la fede, la speranza e la carità;
ma di tutte più grande è la carità! » 1 Corinzi 13, 13

Le virtù sono sette e si dividono in teologali e cardinali. Le prime tre sono così dette poichè infuse direttamente da Dio, hanno da Lui origine e da Lui provengono per Sua iniziativa. Dio è il soggetto/oggetto delle tre virtù teologali. Le rimanenti vengono chiamate cardinali poichè sono il cardine di tutte le altre. Secondo il vocabolario Treccani, cardinale «si dice in riferimento a ciò che fa da cardine; il significato è vicino a quello dell’aggettivo principale» 1.

1. cit. vocabolario Treccani.

La virtù considerata “più piccola” e “ugualmente o maggiormente forte” è la speranza. La speranza è un atteggiamento sovrannaturale dell’io. La speranza ha oggetto e fine in Dio. La speranza è «la virtù per la quale l’uomo desidera e aspetta da Dio la vita eterna come sua felicità, riponendo la sua fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandosi “all’aiuto dello Spirito Santo” per meritarla e preservarla sino alla fine della vita terrena» 2.

2. “Le tre virtù teologali dell’arte”, a cura di Simona Molari, da noteidpastoralegiovanile.it, clicca qui.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica 1992, art. 1818, riporta: «La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità.». L’art. 1819 riporta: «La speranza cristiana riprende e porta a pienezza la speranza del popolo eletto, la quale trova la propria origine ed il proprio modello nella speranza di Abramo, colmato in Isacco delle promesse di Dio e purificato dalla prova del sacrificio. «Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli» (Rm 4,18).»

Seconda delle tre virtù teologali, la virtù della speranza è infusa nell’anima e dev’essere custodita, conservata e alimentata secondo i cardini del cammino di fede: preghiera e frequentazione sacramentale. La speranza accresce e si alimenta nella misura in cui l’uomo alimenta se stesso mediante il rapporto personale con Cristo, la preghiera personale e i Sacramenti; la speranza decresce, fino al suo esaurimento spirituale, nella misura in cui l’uomo si priva deliberatamente di Dio, allontanandosi da sé dal Signore in una condizione di separazione volontaria. Se Dio è il gasolio, la volontà dell’uomo è il motore. La speranza viene quindi alimentata da Dio il quale coopera con la volontà arbitrale dell’uomo.

La speranza viene donata, ma ciò non implica che rimanga nell’anima di diritto senza che l’uomo debba prendersene cura quotidianamente. L’uomo deve custodirsi in grazia per conservare ciò che di celeste ha ricevuto da Dio; così come ogni dono, la virtù della speranza può de-evolversi e divenire disperazione. Giuda non ebbe speranza, si disperò e si suicidio, dannandosi; Pietro ebbe speranza in Cristo, nel perdono di Cristo e nella Misericordia di Cristo, si pentì ed iniziò una seconda vita. A chiunque spera, agisce in rapporto alla speranza; a chiunque si dispera, agisce in rapporto alla disperazione. L’agire morale, l’atteggiamento pratico proprio dell’uomo, viene preceduto dalla speranza che è in noi.

Papa Giovanni Paolo I dedicò alla virtù della speranza la catechesi del 29 settembre 1978: «Seconda tra le sette «lampade della santificazione» per papa Giovanni era la speranza. Vi parlo oggi di questa virtù, che è obbligatoria per ogni cristiano. Dante nel suo Paradiso 3 ha immaginato di presentarsi a un esame di cristianesimo. Funzionava una commissione coi fiocchi. «Hai la fede?» gli chiede prima San Pietro. «Hai la speranza?» continua S. Giacomo. «Hai la carità?» finisce S. Giovanni. «Sì – risponde Dante – ho la fede, ho la speranza, ho la carità», lo dimostra e viene promosso a pieni voti. Ho detto che è obbligatoria: non per questo la speranza è brutta o dura: anzi, chi la vive viaggia in un clima di fiducia e di abbandono, dicendo con il salmista: «Signore, tu sei la mia roccia, il mio scudo, la mia fortezza, il mio rifugio, la mia lampada, il mio pastore, la mia salvezza. Anche se si accampasse contro di me un esercito, non temerà il mio cuore; e se si leva contro di me la battaglia, anche allora io sono fiducioso».

3. Dante Alighieri, La Divina Commedia, «Paradiso», XXIV, XXV, XXVI.

Papa Giovanni I proseguì, asserendo che: «Per finire, vorrei accennare ad una speranza, che da alcuni è proclamata cristiana, ed invece è cristiana solo fino ad un certo punto. Mi spiego: al Concilio ho votato anch’io il «Messaggio al Mondo» dei Padri Conciliari. Dicevamo in esso: il compito principale del divinizzare non esime la Chiesa dal compito dell’umanizzare. Ho votato la «Gaudium et Spes», mi sono commosso ed entusiasmato quando è uscita la «Populorum Progressio». Penso che il Magistero della Chiesa non insisterà mai abbastanza nel presentare e raccomandare la soluzione dei grandi problemi della libertà, della giustizia, della pace, dello sviluppo; ed i laici cattolici mai abbastanza si batteranno per risolvere questi problemi. È, invece, errato affermare che la liberazione politica, economica e sociale coincide con la salvezza in Gesù Cristo, che il Regnum Dei si identifica con il Regnum hominis, che Ubi Lenin ibi Ierusalem.».

Un ulteriore approfondimento ci viene donato da san Tommaso D’Aquino. Il Sommo Dottore Angelico diede rilievo alla virtù della speranza nella questio 18, art. 4. San Tommaso si domanda se la nostra speranza, ovvero quella di coloro che sono ancora vivi, su questa terra, in cammino verso la salvezza, abbia la dote di certezza: «La speranza si fonda principalmente non sulla grazia già posseduta, ma sulla divina onnipotenza e misericordia, con la quale può conseguire la grazia anche chi non la possiede ancora, in modo da giungere alla vita eterna. Ora, chiunque ha la fede è certo dell’onnipotenza e della misericordia di Dio. Il fatto che alcuni, pur avendo la speranza, non raggiungono la beatitudine, deriva da un difetto del libero arbitrio, che mette l’ostacolo del peccato, e non da una mancanza della divina onnipotenza, o misericordia, su cui si fonda la speranza. Per cui ciò non pregiudica la certezza della speranza» (Art. 4, ad 2-3).

Il libero arbitrio dell’uomo può da sé ostacolare il progresso della speranza che è in lui, rovinando qualsiasi frutto che Dio avrebbe voluto far maturare e da lui ottenere. Se Dio pianta il seme nell’anima dell’uomo, costui deve poter rispondere liberamente, in ordine a Dio, per custodire e crescere il semino piantato. Colui che non custodisce i semi da Dio infusi, rischia il fallimento del proprio cammino salvifico. Il fallimento nel processo di conservazione e custodia della speranza non è dunque una mancanza della divina onnipotenza, ma una libera conseguenza della volontà arbitrale dell’uomo.

Sperare e conservare la speranza che è in noi è compito primario e quotidiano dell’essere. Il cattolico ha questo dovere morale: sperare contro speranza. Sperare – contro ogni speranza – in Dio, nella beatitudine del Cielo e nel compimento delle promesse escatologiche di Cristo, sia esse universali (Seconda Venuta) che particolari. La medesima speranza che ha permesso al Liverpool di rimontare contro il Barcellona, nella semifinale di Champion’s League del 7 maggio 2019, per 4 – 0.

Romani 4, 18 Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza19 Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. 20 Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, 21 pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. 22 Ecco perché gli fu accreditato come giustizia.

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