La dannazione di Giuda: La colpa non accompagnata dalla speranza in Cristo è disperazione e suicidio

Giuda è dannato in eterno. La dannazione di Giuda è una verità di fede e appartiene al Magistero universale della Chiesa. Nessuno, sulla terra, può annullare, deformare o dichiarare non vera una verità di fatto, ottenuta per rivelazione divina, ed in quanto tale custodita nel Magistero ordinario o straordinario della Chiesa Cattolica. A titolo di esempio, il papa, il quale è Vicario di Cristo, non è un monarca della parola, ma un sottoposto 1; in quanto tale, non può rifiutare o diversificare un dato certo e obiettivo che la Chiesa custodisce con sé dalla Rivelazione in poi 2, ma può solo fungerne da custode.

  1. «Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio», omelia di papa Benedetto XVI del 7 maggio 2005, clicca qui.
  2. «Il Papa non è padrone della verità rivelata, ma il suo servitore. La Parola di Dio è sopra di lui, lo dirige, lo domina, non è dominata da lui a dire quello che lui vuole.» papa Luciani, cfr LG 25.

La dannazione di Giuda è un fatto storico realmente avvenuto, da cui è possibile trarre delle catechesi di pedagogia e morale. Dalla dannazione dell’apostolo perduto, prototipo e capostipite di tutti gli apostoli mancati, è possibile estrarre parti della dottrina salvifica, ricavare insegnamenti pedagogici e catechesi di teologia morale. Il fatto accaduto è sottoponibile ad una molteplicità di significati metafisici, spirituali e morali.

La dannazione di Giuda ha naturalmente un fondamento teologico: è insito nelle Scritture. In quanto tale è un dato divinamente rivelato. Essendo il fatto realmente accaduto, gli autori dei testi sacri, divinamente ispirati, non poterono che riportarlo nelle Sacre Pagine che andavano componendo nelle decadi successive all’Ascensione di Cristo. Così accadde, così venne riportato nei Vangeli.

Dai Vangeli

Le Scritture esplicitano ciò che è; come lo è, lo stabilisce la Chiesa. Non è mai equivoco un dato rivelato da Dio. Che Giuda si sia dannato è una verità esplicitata nelle Scritture, insegnata dai padri e dai dottori della Chiesa e custodita dalla Chiesa stessa. Nelle Scritture sono innumerevoli le fonti che indicano la decisione finale, eterna e irrevocabile, dell’apostolo mancato, e si possono trovare in Luca, Matteo e Giovanni.

Luca 6, 13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: 14 Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; 16 Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.

Matteo 26, 14 Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti 15 e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento16 Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.

Matteo 26, 24 Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

Giovanni 17, 12 Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura.

La parola di Dio non è fatta per una contemplazione passiva fine a se stessa o per un’ammirazione idolatrica senza partecipazione, in docile posa ossequiante. Essa è qui per spiegarci, parlarci, indicarci. Ed è donata ai padri della Chiesa, ai Dottori e ai teologi affinchè il popolo ne possa ottenere in dono il significato; come l’avvocato dischiude la sostanza della legge, il teologo svela la sostanza della parola. La dannazione di Giuda insegna nella misura in cui la Chiesa ne ha colto il significato pedagogico e morale. Vi sono – e vi saranno – teologi, santi e mistici che ci hanno parlato della dannazione di Giuda, madre di tutte le dannazioni umane.

Dai santi, dai mistici e dalle rivelazioni private

Diceva il venerabile Fulton Sheen: «Pietro si pentì nel Signore, mentre Giuda si pentì in se stesso. La differenza era enorme, come quella che vi può essere tra il sottoporre una causa all’autorità Divina e il sottoporla a se stessi; tra la Croce e il lettino dello psicanalista.

Giuda riconobbe di aver tradito il «sangue innocente» ma non volle mai esserne lavato. Pietro sapeva di aver peccato e cercò la Redenzione. Giuda sapeva di aver commesso un errore e cercò l’evasione, diventando il capolista di una lunga serie di fuggitivi che voltano le spalle alla Croce. Il perdono divino ha in sé il presupposto della libertà umana, mai quello della sua distruzione. Chissà se Giuda, fermo sotto l’albero dal quale gli sarebbe venuta la morte, abbia guardato, attraverso la vallata, l’Albero dal quale gli sarebbe potuta venire la Vita.

Giuda era il tipo che dice: «Sono un cretino!»; Pietro quello che dice: «Sono un peccatore!». È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi. Giuda sentì il disgusto di sé, che è una specie d’orgoglio. Pietro non aveva avuto esperienze deplorevoli e la sua fu “metànoia”, un mutamento del cuore. La conversione della mente non è necessariamente la conversione della volontà.

Giuda andò al confessionale del padrone che l’aveva pagato; Pietro a quello di Dio. Giuda si addolorò per le conseguenze del suo peccato come una donna nubile si addolora per la sua gravidanza. Pietro soffriva per il peccato in sé, perché aveva ferito l’Amore.

La colpa non accompagnata dalla speranza in Cristo è disperazione e suicidio. La colpa accompagnata dalla speranza in Cristo è misericordia e gioia.

Giuda riportò il denaro ai sacerdoti del tempio. È sempre così, quando disertiamo il Signore per cose terrene, prima o poi ci prende il disgusto: quelle cose non le vogliamo più. Avendo amato quanto vi è di meglio, nient’altro ci può appagare. Il tradimento ai danni della Divinità, anche se minimo, è sempre eccessivo nei confronti del valore di ciò che è Divino. La tragedia di Giuda è che sarebbe potuto essere San Giuda.»

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”, Editore Fede & Cultura)

Così diceva Gesù a Maria Valtorta, secondo la «rivelazione privata» racchiusa nei diari: «Perché illustro la figura di Giuda? Molti se lo chiederanno. Rispondo.
   La figura di Giuda è stata troppo svisata nei secoli. E ultimamente snaturata del tutto. Ne hanno, in certe scuole, fatto quasi l’apoteosi come dell’artefice secondo e indispensabile della Redenzione.
   Molti, poi, pensano che egli piegò ad un improvviso, feroce assalto del Tentatore. No. Ogni caduta ha premesse nel tempo. Più la caduta è grave e più ha una preparazione. Gli antefatti spiegano il fatto. Non si precipita e non si sale d’improvviso. Né nel bene. Né nel male. Vi sono coefficienti lunghi e insidiosi alle discese, e pazienti e santi alle ascese. E lo sventurato dramma di Giuda può darvi tanti insegnamenti per salvarvi, e conoscere il metodo di Dio e le sue misericordie per salvare e perdonare coloro che scendono verso l’Abisso. Non si arriva al delirio satanico, in cui hai visto dibattersi Giuda dopo il Delitto, se non si è tutti corrotti da aliti di Inferno, aspirati per anni con voluttà. Quando uno compie anche un delitto, ma tratto ad esso da un improvviso evento che ne sconvolge ragione, soffre ma sa espiare; perché ancor delle parti del cuore sono sane da veleno infernale.
   Al mondo che nega Satana, perché l’ha tanto in sé da non accorgersi più di esso, l’ha aspirato ed è divenuto parte dell’ io, Io mostro che Satana è. Eterno e immutabile nel metodo usato per fare di voi le sue vittime.
   Basta ora. Tu sta’ con la mia pace»

(Scritti di Maria Valtorta, Volume VII, capitolo 468)

Dagli scritti mistici della beata Caterina Emmerick: «Giuda era un ambizioso, e come tale aveva interpretato l’insegnamento di Gesù in senso riduttivo e materiale; aveva creduto in un regno temporale e, non vedendolo mai venire, aveva perso ogni fiducia nel Signore. La sua anima era lontana da Dio ed era giunto a rubare dalla cassa delle elemosine a lui affidata; infine, stanco di quella vita, il miserabile aveva ordito il tradimento. Egli non immaginava le tremende conseguenze che ne sarebbero derivate, cioè la morte e la crocifissione di Gesù.»

«Durante il colloquio di Giuda con Anna e Caifa davanti al sinedrio, vidi il traditore trattato con disprezzo dai sommi sacerdoti. Fu chiesto all’Iscariota: «Sarà possibile farlo prigioniero? Non ha numerose schiere di armati che lo proteggono?». A questa domanda l’infame traditore rispose con spavalderia: «Egli è solo con undici discepoli pigri e timorosi; il Nazareno stesso non ha più il coraggio di proseguire nella predicazione!». I sacerdoti, però, erano in dubbio sull’opportunità di arrestare Gesù nel corso delle celebrazioni pasquali. Per con vincerli Giuda aggiunse: «Se non verrà catturato adesso, non vi sarà mai più possibile, perché Gesù vuole andar via e ritornare con un gran de esercito per diventare re». Queste parole ebbero l’effetto voluto: il sinedrio e i sommi sacerdoti si convinsero della necessità di catturare Gesù prima della Pasqua. […]»

«[..] Dopo la passione del Signore, tutti gli sgherri che erano caduti quando Gesù dichiarò il suo nome, si convertirono e divennero buoni cristiani, poiché il gesto del cadere e del rialzarsi è simbolo di sensibilità, pentimento e conversione a Dio. Malco si convertì subito dopo la sua guarigione. Invece Giuda, i sei sinedriti e i quattro bruti che trascinarono il Signore con le funi, non erano caduti davanti al santo nome di Gesù, perché si erano chiusi alla grazia.» 

«[…] Vidi Giuda correre lungo la costa meridionale di Gerusalemme, come se avesse voluto sfuggire al demonio. In preda al delirio, tormentato dalla più profonda disperazione, egli vagava tra i cumuli di rifiuti e le ossa degli animali sacrificati.»


Giuda è colui dalla cui dannazione si ottiene l’insegnamento per eccellenza su come evitare di dannarsi; e non che si dovesse dannare per forza per questo, ma dato che è accaduto, è possibile trarne qualcosa che sia buono per tutti. Nella dannazione dell’apostolo della perdizione, vi sono le metodologie salvifiche (ascesa e purificazione) e le metodologie ‘‘dannifiche’’ (chiusura e orgoglio dell’io). Così si comprende che la chiusura libera, autonoma, spontanea e perdurata alla grazia, per orgoglio al proprio io, è la causa fenomenologica della dannazione stessa.

Dobbiamo sempre e comunque vigilare su noi stessi, prendendoci cura che rimanga uno spiraglio sufficiente aperto da permettere l’entrata della Divinità; basta che ne rimanga un margine, e che quel margine sia preceduto dalla volontà di ospitare la grazia di Dio, che la suddetta può ancor venire ad abitare in noi. La grazia salvifica Dio è disposta a donarla a chiunque, ma tocca a noi accettarla ed usufruirne liberamente.

La grazia, senza la cooperazione del libero arbitrio, viene rifiutata, sicché decade; e non per un difetto di onnipotenza di Dio, come se vi fosse una mancanza nella sostanza divina, ma per la libera disposizione di volontà dell’uomo. Non è Dio a non potere, è l’uomo a rifiutare. E Dio, nell’immensità della misericordia, che è egli stesso, accetta il rifiuto della sua stessa creatura. Fu così anche per Giuda: Gesù aveva predisposto il perdono, ma fu Giuda stesso a non volerlo. Vi è solamente un intelletto capace di comprendere, uno che non ha ancora compreso ed uno che finge di non comprendere. Chiunque abbia compreso, comprenda.

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