La grazia del pentimento dei peccati mortali

L’inganno del cristiano contemporaneo è di credere che il pentimento debba essere sensibile e non intellettivo; che debba riguardare il sentimento e non la libera disposizione della volontà. Che debba essere sentito e dunque processato come affetto sensibile dell’anima e non come atto della volontà. Il pentimento, di fatto, è l’opposto di ciò che si crede che sia. Esso non è un sentimento, una sensazione percettibile interiormente, ma un atto intellettivo, di comprensione e di attuazione.

Il pentimento è un atto della volontà: capisco di aver sbagliato, mi dispiace di aver offeso Dio e mi pento. Se ciò avviene, si hanno i luoghi e le modalità del pentimento. Se il medesimo, poi, non è propriamente sentito – percepito nell’anima, non è un problema, non essendo di impedimento per la confessione. Non è strettamente necessario sentirlo in seno a noi stessi, in qualità di affetto sensibile. Che poi si senta, è un valore aggiunto, di per sé non vincolante per la riuscita della Riconciliazione.

Il pentimento perfetto ed imperfetto. La Chiesa Cattolica, nel suo carattere eterno di custode e difensore della Dottrina divinamente rivelata, suddivide il pentimento in due variabili distinte: vi è, difatti, il pentimento perfetto ed il pentimento imperfetto. Il primo avviene per il semplice fatto di aver offeso Dio – ciò è sufficiente per suscitare il pentimento perfetto, altresì conosciuto come contrizione perfetta dei peccati. Il secondo matura non tanto per aver compiuto un qualcosa di sgradito a Dio, ma per il timore della pena eterna dell’Inferno; non tanto, dunque, per la separazione da Dio, ma per la conseguenza che la separazione in sé comporta.

Parola di un beato. Il beato Giacinto Maria Cormier, nato nel 1832 e defunto nel 1916, a riguardo del pentimento, scrisse: «Il pentimento (contrizione) è un dolore sincero dei peccati commessi, con una forte risoluzione di non più commetterli per l’avvenire. Ogni cristiano istruito sa che vi sono due specie di pentimento. L’uno si chiama perfetto, perché è motivato dal perfetto amore di Dio, e cancella i peccati anche prima di ricevere il sacramento. L’altro è imperfetto (viene anche chiamato attrizione) e ordinariamente è motivato principalmente dalla vergogna del peccato o dal timore delle pene dell’inferno; sebbene imperfetto, tuttavia dispone utilmente l’anima a ricevere la grazia del sacramento della penitenza. Per fare una buona confessione, è assolutamente necessario avere il pentimento, almeno imperfetto, perché il peccato non può essere rimesso se non lo si detesta con un vero e sincero dolore».

Proseguendo, disse: «Non è difficile suscitare il dolore perfetto. Anzi dobbiamo guardarci bene dall’impiegare tutto il tempo nel ricordare i nostri peccati. Piuttosto dobbiamo applicarci principalmente a stimolare il pentimento perché senza di esso non riceveremo il perdono dell’assoluzione. Perciò è anche necessario che il pentimento preceda l’assoluzione».

Ed inoltre: «Non è necessario che il pentimento causi il dolore più sensibile e più vivo, perché il pentimento è un atto della volontà, e la volontà è una potenza spirituale elevata sopra i sensi. Non bisogna dunque stupirsi se i sensi non provano il dispiacere e la pena che sono nella volontà. Del resto la stretta unione dell’anima con il corpo fa sì che essa senta più vivamente l’impressione degli oggetti materiale che quella delle cose spirituali. Questa osservazione è necessaria per rassicurare quelli che hanno una coscienza troppo timorata e gli scrupolosi, che temono sempre di fare una cattiva confessione per difetto di sufficiente pentimento. In pratica basta che il pentimento li detesti e si impegni a fuggire il peccato».

Disse il venerabile Fulton J. Sheen, futuro beato e tra i più grandi teologi che siano mai esistiti: «Il perfetto dolore proviene dalla consapevolezza di avere offeso Dio, il quale merita tutto il nostro amore; questo dolore, o contrizione, che si prova nella confessione, non è mai una tristezza stizzosa, irritante, deprimente, ma una tristezza da cui viene consolazione. Ha detto Sant’Agostino: “Il penitente dovrebbe sempre addolorarsi e godere del proprio dolore”. ».

L’origine del pentimento. Ci si chiede da dove venga il pentimento. Anzitutto, si può dire che esso possa sgorgare dalle riflessioni naturali della coscienza, dai moti interiori dell’intelletto, consapevole e cosciente su un particolare dato morale, come conseguenza di un peccato: da ciò, ovvero, che l’io decodifica come sbagliato, avendone la certezza morale. Il pentimento ha dunque, dalla sua, un fondamento naturale, in ordine alla conoscenza morale, con possibilità che coinvolga le strutture sentimentali dell’essere. Ci si pente perché si comprende di aver compiuto ciò che non è bene.

Tuttavia, il pentimento in sé non è solamente ordinario e naturale, ma anche straordinario e sovrannaturale. Richiede, ovvero, che vi sia una relazione autentica, reale e propria con Dio, in quanto è amando, e dunque conoscendo il bene oggettivo, che ci si può pentire del peccato commesso nei confronti di Dio. Un conto è pentirsi per aver risposto male al proprio padre, senza l’ausilio della fede, consapevole che la reazione fosse non buona; un conto è pentirsi per aver spezzato l’amicizia con Dio (causante la perdita dello stato di grazia), e ciò avviene mediante la fede, quando ovvero la persona è interculturata ad un cammino di fede.

Il pentimento per i peccati mortali è dunque di ordine sovrannaturale; ci si pente a causa dell’aver ferito Dio, che è Amore, ente eterno, trascendente e invisibile, e per la conseguenza che la separazione da Dio comporta, l’Inferno, realtà immateriale ed eterna.

Il pentimento si ottiene per grazia. Per avere pentimento vero bisogna pregare e chiedere che si ottenga questa grazia particolare. Bisogna dunque chiederla in preghiera, con fede, continuità e costanza. E la preghiera per eccellenza è il Santo Rosario. La Chiesa raccomanda che si richieda la grazia, ed in particolare le grazie per il bene spirituale, per Intercessione del Cuore Immacolato di Maria, affidando la richiesta particolare della grazia a colei che è genitrice di Dio, affinché interceda presso Suo Figlio Gesù e ci doni le grazie che da Dio scaturiscono e in Dio nascono.

Santa Teresa di Gesù bambino scrisse: “La Santa Vergine non manca mai di proteggermi appena l’invoco” (Storia di un’anima, pag. 318). Vi è poi una particolare preghiera attribuita a san Tommaso d’Aquino. Trattasi di un’orazione consigliata prima di accostarsi al Sacramento della Penitenza, predisposta per chiunque desideri ed invochi la grazia di un pentimento vero. Per ottenerla, è necessario che la si voglia avere: poi si preghi, e con fiducia.

A te, fonte di misericordia, o Dio, 
io ricorro perché sono un peccatore. 
Degnati di purificarmi da ogni macchia. 
Sole di santità, illumina chi è cieco. 
Eterno medico, guarisce chi è ferito.
Re dei re, vesti chi è ignudo. 
Mediatore tra Dio e gli uomini, riconcilia il peccatore.
Pastore buono, riconduci l’errante all’ovile.
Dona, o Dio, misericordia a un misero,
perdono a un colpevole, vita a un morto,
santificazione a un peccatore,
l’unzione della tua grazia a un cuore indurito.
Clementissimo Dio, richiama chi è fuggito,
attira chi è renitente, rialza chi è caduto,
rendi saldo chi è in piedi, guida chi è in cammino.
Non dimenticare chi ti ha dimenticato,
non abbandonare chi ti abbandonato,
non disprezzare chi ha peccato.
Poiché peccando, ho offeso te, mio Dio,
ho ferito il prossimo e ho fatto del male a me stesso.
Ho peccato per fragilità contro di te, Dio mio, Padre onnipotente.
Ho peccato per ignoranza contro di te, Figlio sapiente.
Ho peccato di malizia contro di te, Spirito Santo clemente,
offendendo così tutta la Santissima Trinità.
Povero me, quanti peccati e in quanti modi ho commesso,
quali peccati ho compiuto intenzionalmente. 
Ho abbandonato te, Signore, approfittando della tua bontà,
preferendo un amore cattivo, sospinto da un’audacia colpevole.
Per cui volli rinunziare a te piuttosto che alle cose amate,
offendere te piuttosto che sottrarmi a quel che dovevo temere.
Dio mio, quanto male ho compiuto con le parole
e con le azioni peccando di nascosto, pubblicamente e con arroganza.
Ti supplico a motivo della mia fragilità:
non guardare la mia colpa, ma la tua infinita bontà.
Perdona con clemenza quello che ho fatto.
Donami il dolore per i peccati commessi e una efficace vigilanza per quelli futuri.
Amen.

Filippesi 4, 6 Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti. 7 E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.

1 Giovanni 5, 14 Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta.

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