I dolori mentali di Gesù nella Passione, secondo gli scritti di santa Camilla Battista da Varano

Le «rivelazioni private» sono doni ausiliari, secondari e opzionali, concessi dallo Spirito Santo. Esse non sono necessarie per la salvezza dell’anima; possono venire usufruite o meno. La rivelazione privata avviene per riportare l’uomo alla rivelazione prima e ultima compiuta nella storia. La rivelazione privata è sostanzialmente una grazia aggiuntiva, concessa in un particolare periodo storico, per aiutare le anime a ritornare a Dio e alla Sua Rivelazione.

Santa Camilla Battista da Varano fu una mistica e religiosa, nata il 9 aprile 1458 e defunta il 31 maggio 1524 nel comune di Camerino, in provincia di Macerata. A lei si devono una serie di scritti mistici ed ascetici, tra cui “I dolori mentali di Gesù”, del 1488. Nel manoscritto consegnato ai posteri, la suora ricevette una rivelazione privata sui dolori interiori – puramente intellettivi – di Cristo. Le venne data la grazia di unirsi ai dolori della Passione e di provarne una millesima parte. Gesù non le diede che un sorso del calice amaro a Lui riservato: e da questo sorso, la santa potè ricavarne uno scritto completo.

Gli otto dolori che la santa ebbe modo di comprendere, furono:

  1. Il dolore per i dannati, le anime impenitenti non pentite del proprio peccato;
  2. Il secondo per i peccati degli eletti, le anime pentite del proprio peccato che si sarebbero salvate,
  3. Il terzo per le agonie, le pene e le sofferenze della Sua Amatissima Madre;
  4. Il quarto per le pene di Maddalena;
  5. Il quinto per la separazione dagli apostoli;
  6. Il sesto per il tradimento, l’ingratitudine e l’impenitenza di Giuda;
  7. Il settimo per l’ingratitudine del popolo ebraico;
  8. L’ottavo per l’ingratitudine di tutte le creature della terra, passate, presenti e future.

“Sai quanto fu grande il mio dolore? Quanto fu grande l’amore che portavo alla creatura. Solo io conosco la nobiltà dell’anima e la miseria del corpo. Di conseguenza, nessuno può comprendere veramente le mie crudelissime e amare pene.Come la loro perversa volontà era immutabile così la loro pena destinata era eterna. Nell’inferno si ha maggiori o minori pene in base ai peccati commessi. Ma, la pena crudele che mi straziava, era vedere che suddette anime mai e poi mai si sarebbero riunite a me, fonte della vita. 

È proprio questo stesso “mai, mai” che in eterno le tormenterà. Questa pena, per me, fu talmente grande che avrei preferito patire infinite volte tutte le pene moltiplicate per vedere almeno solo un’anima riunita a me. Considera quanto mi sia cara. Dato che sopra ogni cosa mi afflisse questo “mai, mai”, così, la mia giustizia esige che questo “mai, mai” addolori e affligga loro più di ogni altra pena.”

“Tutto ciò che mi afflisse e tormentò per i membri dannati, allo stesso modo mi afflisse e tormentò per la separazione e disgiunzione da me di tutti i membri eletti che avrebbero peccato mortalmente.
Per gli eletti sentii e provai ogni loro pena e amarezza in vita e dopo la morte, cioè nella vita le sofferenze e i tormenti di tutti i martiri, le penitenze di tutti i penitenti, le tentazioni di tutti i tentati, le infermità di tutti i malati e poi persecuzioni, calunnie,esili. 
In breve, provai e sentii così vivamente ogni sofferenza piccola o grande di tutti gli eletti in vita. 
Come non ti è possibile capire le glorie e i premi preparati in paradiso per gli eletti, così non puoi comprendere quante siano state le pene sopportate per gli eletti. Per divina giustizia bisogna che a queste sofferenze corrispondano le gioie e le glorie. Io provai le diversità di pene che gli eletti avrebbero sofferto in purgatorio.”

“Devo dirti cose amarissime riguardo a quell’acuto coltello che trafisse la mia anima, cioè il dolore della mia pura e innocente Madre, che per la mia passione e morte doveva essere tanto afflitta e accorata che mai fu nè sarà una persona più addolorata di lei.
Perciò in paradiso l’abbiamo giustamente glorificata e premiata sopra tutte le schiere angeliche ed umane

In questo mondo non ci fu una madre o alcuna persona più angustiata della mia dolcissima madre, così lassù non c’è, né vi sarà mai persona simile a lei.

E come in terra lei fu simile a me per pene e afflizioni, così in cielo è simile a me per potenza e gloria, però senza la mia divinità di cui siamo partecipi solo noi tre divine persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Ma sappi che tutto quello che soffrii e sopportai io, DIO umanato, soffrì e patì la mia povera e Santissima Madre: salvo che io soffrii in grado più elevato e perfetto perché ero Dio e uomo mentre lei era pura e semplice creatura priva di divinità. Mi affiisse talmente il suo dolore, che se fosse piaciuto al mio Eterno Padre, sarebbe stato per me un sollievo se i suoi dolori fossero ricaduti sopra la mia anima e lei fosse rimasta libera da ogni pena. Ciò sarebbe stato per me di grandissimo sollievo. Ma perché il mio indescrivibile martirio doveva essere senza consolazione, non mi fu concessa tale grazia benché più volte l’avessi domandata per tenerezza filiale e con molte lacrime.”

Gesù provò grande sofferenza nel sentirsi impedito di poterle risparmiare il dolore.

Il dolore di Maria fu straordinario rispetto a quello di altri genitori per la particolare tenerezza che nutriva verso il figlio dell’Altissimo.

Gesù vide che Santa Camilla non poté più sopportare il dolore della Vergine Maria, allora passò a quello per Maria Maddalena.

“E che dolore pensi tu che io abbia sostenuto per la pena e l’afflizione della mia diletta discepola e benedetta figliola Maria Maddalena?

Mai potreste comprenderlo né tu né altra persona, perché da lei e da me hanno avuto fondamento e origine tutti i santi amori spirituali che mai furono e saranno. Infatti la mia perfezione, di me che sono il Maestro che ama, e l’affetto e la bontà di lei, discepola amata, non possono essere compresi se non da me. Qualche cosa ne potrebbe comprendere chi ha fatto esperienza dell’amore santo e spirituale, amando e sentendosi amato; mai però in quella misura, perché non esiste un tale Maestro e neppure una tale discepola, poiché di Maddalena non ne fu ne sarà mai altra che ella sola.

Giustamente si dice che dopo la mia amatissima Madre non ci fu persona che più di lei si affliggesse per la mia passione e morte. Se un altro si fosse afflitto più di lei, dopo la mia risurrezione io sarei apparso a lui prima che a lei; ma poiché dopo la mia benedetta Madre fu lei più afflitta e non altri, così dopo la mia dolcissima Madre fu lei la prima ad essere consolata.

Io resi capace il mio amatissimo discepolo Giovanni, nel gioioso abbandono sul mio sacratissimo petto durante la desiderata e intima cena, di vedere chiaramente la mia risurrezione e l’immenso frutto che sarebbe scaturito agli uomini dalla mia passione e morte. Sicché, per quanto il mio amato fratello Giovanni abbia provato dolore e sofferenza per la mia passione e morte più di tutti gli altri discepoli pur sapendo quanto dicevo, non pensare che abbia superato l’innamorata Maddalena. Lei non aveva la capacità di comprendere cose alte e profonde come Giovanni, il quale non avrebbe mai impedito se gli fosse stato possibile la mia passione e morte per l’immenso bene che ne sarebbe provenuto.

Ma non era così per l’amata discepola Maddalena. Infatti quando mi vide spirare, parve a lei che le venissero a mancare il cielo e la terra, perché in me erano tutta la sua speranza, tutto il suo amore, pace e consolazione, giacché mi amava senza ordine e misura.

Per questo anche il suo dolore fu senza ordine e misura. E potendolo conoscere solo io, lo portai volentieri nel mio cuore e provai per lei ogni tenerezza che per santo e spirituale amore si può provare e sentire, perché mi amava svisceratamente.

E osserva, se vuoi saperlo, che gli altri discepoli dopo la mia morte ritornarono alle reti che avevano abbandonato, perché non erano ancora del tutto staccati dalle cose materiali come invece questa santa peccatrice. Lei invece non ritornò alla vita mondana e scorretta; anzi, tutta infuocata e bruciante di santo desiderio, non potendo più sperare di vedermi vivo, mi cercava morto, convinta che nessun’altra cosa poteva ormai piacerle o soddisfarla se non io suo caro Maestro, vivo o morto che fossi.

Che ciò sia vero lo prova il fatto che lei, per trovare me morto, ritenne secondaria e pertanto lasciò la viva presenza e compagnia della mia dolcissima Madre, che è la più desiderabile, amabile e piacevole che dopo di me si può avere.

E anche la visione e i dolci colloqui con gli angeli le sembrarono niente.

Così vuoi essere ogni anima quando mi ama e desidera affettuosamente: non si dà pace né riposa se non in me solo, suo amato Dio.

Insomma, fu tanto il dolore di questa mia benedetta cara discepola che, se io somma potenza non l’avessi sostenuta, sarebbe morta.

Questo suo dolore si ripercuoteva nel mio appassionato cuore, perciò fui molto afflitto ed angustiato per lei. Ma non permisi che lei venisse meno nel suo dolore, dato che di lei volevo fare ciò che poi feci, cioè apostola degli apostoli per annunziare loro la verità della mia trionfale risurrezione, come essi poi fecero a tutto il mondo.

La volevo fare e la feci specchio, esempio, modello di tutta la beatissima vita contemplativa nella solitudine di trentatré anni rimanendo ignota al mondo, durante i quali lei poté gustare e provare gli ultimi effetti dell’amore per quanto è possibile gustare, provare, sentire in questa vita terrena.

Questo è tutto quello che riguarda il dolore che provai per la mia diletta discepola”.

“L’ altro dolore che accoltellava l’anima mia era la continua memoria del santo collegio degli Apostoli, colonne del cielo e fondamento della mia Chiesa in terra.
Sappi dunque che mai un padre ha amato con tanto cuore i figli come io amavo gli Apostoli benedetti, dilettissimi miei figlioli.

Benché io abbia sempre amato tutte le creature con amore infinito, tuttavia ci fu un particolare amore per quelli che effettivamente vissero con me.

Di conseguenza provai un particolare dolore per loro nella mia afflitta anima. Per essi infatti, più che per me, pronunciai quell’ amara parola: “La mia anima è triste fino alla morte”, data la grande tenerezza che provavo nel lasciarli senza di me, loro padre e fedele maestro. Ciò mi procurava tanta angustia che questa separazione fisica da loro mi sembrava una seconda morte.

Nell’ultimo discorso che rivolsi loro, con quanto affetto pronunciai quelle parole che mi sgorgarono dal cuore,  sembrava scoppiarmi in petto per l’amore che portavo per loro.
Aggiungi che vedevo chi sarebbe stato crocifisso a causa del mio nome, chi decapitato, chi scorticato vivo e che comunque tutti avrebbero chiuso l’esistenza per amore mio con vari martirii.

Oh, come ti farebbe veramente male che proprio tu sia la causa di tale sofferenza per la persona che tu ami tanto! 

Io resi capace il mio amatissimo discepolo Giovanni, nel gioioso abbandono sul mio sacratissimo petto durante la desiderata cena, di vedere chiaramente la mia risurrezione e l’immenso frutto che sarebbe scaturito agli uomini dalla mia passione e morte. Sicché, per quanto il mio amato fratello Giovanni abbia provato dolore per la mia passione e morte più di tutti gli altri discepoli, non avrebbe mai impedito, se gli fosse stato possibile, la mia passione e morte per l’immenso bene che ne sarebbe provenuto.

“Ancora un altro sviscerato e intenso dolore mi affliggeva continuamente e mi feriva il cuore. Era come un coltello con tre punte acutissime e velenose che continuamente trapassava come una saetta e torturava il mio cuore amareggiato come la mirra: cioè la perfidia e ingratitudine del mio amato discepolo Giuda iniquo traditore, la durezza e perversa ingratitudine del mio eletto e prediletto popolo giudaico, la cecità e maligna ingratitudine di tutte le creature che furono, sono e saranno.

Considera prima di tutto quanto fu grande l’ingratitudine di Giuda.

Io lo avevo eletto nel numero degli apostoli e, dopo avergli perdonato tutti i peccati, lo resi operatore di miracoli e amministratore di quanto mi veniva donato e gli mostrai sempre continui segni di particolare amore perché tornasse indietro dall’iniquo suo proposito. Ma quanto più amore gli mostravo, tanto più progettava cattiverie contro di me.

Con quanta amarezza credi tu che io ruminassi nel mio cuore queste cose e tante altre?

Ma quando venni a quel gesto affettuoso e umile di lavargli i piedi insieme a tutti gli altri, allora il mio cuore si liquefece in un pianto sviscerato. Uscivano veramente fontane di lacrime dai miei occhi sopra i suoi disonesti piedi, mentre nel mio cuore esclamavo:

‘O Giuda, che ti ho fatto perché tu così crudelmente mi tradisca? O sventurato discepolo, non è questo l’ultimo segno d’amore che ti voglio mostrare? O figliolo di perdizione, per quale motivo ti allontani così dal tuo padre e maestro? O Giuda, se desideri trenta denari, perché non vai dalla Madre tua e mia, pronta a vendere se stessa per scampare te e me da un pericolo così grande e mortale?

O discepolo ingrato, io ti bacio con tanto amore i piedi e tu con grande tradimento mi bacerai la bocca? Oh, che pessimo contraccambio mi darai! Io piango la tua perdizione, o caro e diletto figliolo, e non la mia passione e morte, perché non sono venuto per altro motivo.

Queste ed altre parole simili gli dicevo con il cuore, rigandogli i piedi con le mie abbondantissime lacrime.

Però lui non se ne accorgeva perché io stavo inginocchiato davanti a lui con la testa inclinata come avviene nel gesto di lavare i piedi altrui, ma anche perché i miei folti lunghi capelli, stando così piegato, mi coprivano il volto bagnato di lacrime.

Ma il mio diletto discepolo Giovanni, poiché gli avevo rivelato in quella dolorosa cena ogni cosa della mia passione, vedeva e annotava ogni mio gesto; si accorse allora dell’amaro pianto che avevo fatto sopra i piedi di Giuda. Egli sapeva e capiva che ogni mia lacrima aveva origine dal tenero amore, come quello di un padre in prossimità della morte che sta servendo il proprio unico figlio e gli dice in cuor suo: ‘Figliolo, stai tranquillo, questo è l’ultimo affettuoso servizio che ti potrò fare’. E io feci proprio così a Giuda quando gli lavai e baciai i piedi accostandomeli e stringendoli con tanta tenerezza alla mia sacratissima faccia.

Tutti questi miei gesti e modi non consueti stava notando il benedetto Giovanni evangelista, vera aquila dagli alti voli, che per grande meraviglia e stupore era più morto che vivo. Essendo egli anima umilissima, si sedette all’ultimo posto di modo che lui fu l’ultimo davanti al quale mi inginocchiai per lavare i piedi. Fu a questo punto che non si poté più contenere ed essendo io a terra e lui seduto, mi buttò le braccia al collo e mi strinse a lungo come fa una persona angustiata, versando abbondantissime lacrime. Egli mi parlava col cuore, senza voce, e diceva:

‘O caro Maestro, fratello, padre, Dio e Signore mio, quale forza d’animo ti ha sorretto nel lavare e baciare con la tua sacratissima bocca quei maledetti piedi di quel cane traditore? O Gesù, mio caro Maestro, ci lasci un grande esempio. Ma noi poverelli che faremo senza di te che sei ogni nostro bene? Che farà la sventurata tua povera madre quando le racconterò questo tuo gesto di umiltà? E ora, per farmi spezzare il cuore, vuoi lavare i miei piedi maleodoranti e sporchi di fango e polvere e baciarli con la tua bocca dolcissima come il miele?

O Dio mio, questi nuovi segni d’amore sono per me innegabile fonte di maggior dolore.

Dette queste ed altre simili parole che avrebbero fatto intenerire un cuore di sasso, si lasciò lavare porgendo i piedi con molta vergogna e riverenza.

Ti ho detto tutto questo per darti qualche notizia del dolore che provai nel mio cuore per l’ingratitudine e per l’empietà di Giuda traditore, che per quanto da parte mia gli avevo dato amore e segni di affetto, tanto mi rattristò con la sua pessima ingratitudine”.

“Pensa un poco figliola mia quanto fu grande il colpo come di freccia con cui mi trafisse e mi accorò il popolo giudaico, ingrato ed ostinato.

Io l’avevo reso popolo santo e sacerdotale e l’avevo eletto a mia parte di eredità.
L’avevo liberato dalla schiavitù d’Egitto, dalle mani del faraone, lo avevo condotto a piedi asciutti attraverso il Mar Rosso, per lui ero stato colonna ombrosa di giorno e luce nella notte. Lo nutrii di manna per quarant’anni, gli detti con la mia propria bocca la Legge sul Monte Sinai , gli concessi tante vittorie contro i suoi nemici.

Assunsi natura umana da lui e per tutto il tempo della mia vita dialogai con lui e gli mostrai la via del cielo. Durante quel tempo gli feci molti benefici, quali dare luce ai ciechi, l’udito ai sordi, il camminare ai paralitici, la vita ai loro morti. Ora quando intesi che con tanto furore gridavano che fosse rilasciato Barabba e io fossi condannato a morte e #crocifisso, mi parve che mi scoppiasse il cuore.

Figliola mia, non lo può comprendere se non chi lo prova, che dolore sia ricevere ogni male da chi ha ricevuto ogni bene!

Quanto è duro per chi è #innocente sentirsi urlare da tutta le gente:

‘Muoia! Muoia!’, lacerò il mio cuore più che i miei orecchi , mentre a chi è prigioniero come lui ma si sa che merita mille morti viene gridato dal popolo: ‘Viva! Viva!’ . 

Queste sono cose da meditare e non da raccontare.”

“Era come un coltello con tre punte acutissime e velenose che continuamente trapassava come una saetta e torturava il mio cuore amareggiato come la mirra: la cecità e maligna ingratitudine di tutte le creature che furono, sono e saranno.”

A santa Camilla fu mostrato solo quanto riuscisse a sopportare dei dolori di Gesù: ” un granello d’arena di fronte al cielo e la terra”. Come disse lei stessa. 

Avendo conosciuto l’immenso amore di Dio e i suoi strazianti dolori causati dall’uomo, a nome di tutti, disse:

Illuminata da Cristo, sole di giustizia, quell’anima benedetta espone questa ingratitudine con parole pronunciate per sé e per ogni creatura con riferimento alle grazie e ai benefici ricevuti.

Dice infatti che si sentiva nel cuore tanta umiltà che veramente confessava a Dio e a tutta la corte celeste di aver ricevuto da Dio più doni e benefici di Giuda e addirittura di averne ricevuti più lei sola di tutto il popolo eletto messo insieme e che lei aveva tradito Gesù molto peggio e più ingratamente di Giuda e che molto peggio e più ostinatamente di quel popolo ingrato lei lo aveva condannato a morte e crocifisso.

E con questa santa riflessione lei collocava la sua anima sotto i piedi dell’anima del dannato e maledetto Giuda e da quell’abisso elevava voci, urla e pianti al suo amato Dio da lei offeso, quali: “Signore mio benigno, come potrò ringraziarti per ciò che hai sofferto per me che ti ho trattato mille volte peggio di Giuda?

Tu avevi reso lui tuo discepolo, mentre hai eletto me tua figlia e sposa.

A lui hai perdonato i peccati, a me pure per tua pietà e grazia hai perdonato tutti i peccati come se non li avessi mai fatti.

A lui desti l’incarico di dispensare le cose materiali, a me ingrata hai dispensato tanti doni e grazie del tuo tesoro spirituale.

A lui hai concesso la grazia di fare miracoli, a me hai fatto più che un miracolo conducendomi volontariamente in questo luogo e nella vita consacrata.

O Gesù mio, io ti ho venduto e tradito non una volta come lui, ma mille ed infinite volte. O mio Dio, sai bene che peggio di Giuda io ti ho tradito col bacio quando, anche sotto parvenza di amicizia spirituale, ti ho abbandonato e mi sono accostata ai lacci di morte.

E se tanto ti ha turbato l’ingratitudine di quel popolo eletto, cosa sarà stata ed è per te la mia ingratitudine? Io ti ho trattato peggio di loro, benché abbia ricevuto da te, mio vero bene, molti più benefici di loro.

O Signore mio dolcissimo, io con tutto il cuore ti ringrazio che, come gli ebrei dalla schiavitù egiziana, mi hai strappato dalla schiavitù del mondo, dai peccati, dalle mani del crudele faraone qual è il demonio infernale che dominava a suo piacimento l’anima mia poverella.

O mio Dio, condotta a piedi asciutti attraverso l’acqua del mare delle vanità mondane, per tua grazia sono passata alla solitudine del deserto della santa religione claustrale dove molte volte mi hai nutrito con la tua dolcissima manna, ricolma di ogni sapore. Ho infatti sperimentato che tutti i piaceri del mondo sono nauseabondi di fronte alla pur minima tua consolazione spirituale.

Ti ringrazio, Signore e Padre mio benigno, che molte volte sul monte Sinai della santa orazione mi hai dato con la tua dolcissima santa Parola la legge scritta con il dito della tua pietà sulle tavole di pietra del mio durissimo cuore ribelle.

Ti ringrazio, Redentore mio benignissimo, per tutte le vittorie che mi hai dato su tutti i miei nemici, i vizi capitali: tutte le volte che ho vinto, da te solo e per te è venuta la mia vittoria, mentre tutte le volte che ho perso e perdo è stato ed è per la mia malizia e il poco amore che porto a te, mio desiderato Dio.

Tu, Signore, per grazia sei nato nell’anima mia e mi hai mostrato la via e donato la luce e il lume della verità per giungere a Te, vero paradiso. Nelle tenebre e oscurità del mondo tu mi hai fatta capace di vedere, udire, parlare, camminare, perché veramente io ero cieca, sorda e muta a tutte le cose spirituali; mi hai risuscitata in Te, vera vita che dai vita a ogni cosa vivente.

Ma chi ti ha crocifisso? lo.

Chi ti ha flagellato alla colonna? Io.

Chi ti ha coronato di spine? Io.

Chi ti ha abbeverato di aceto e fiele? Io”.

Rifletteva in tal modo su tutti questi dolorosi misteri piangendo con molte lacrime, secondo la grazia che Dio le dava.

E concludendo diceva:

“Signore mio, sai perché ti dico che io ti ho fatto tutte queste cose? Perché alla tua luce ho visto la luce, cioè [ho capito] che molto più ti afflissero e procurarono dolori i peccati mortali che io ho commesso, di quanto allora non ti affliggessero e procurassero dolori le persone che ti inflissero tutti quegli strazi fisici.

Allora, Dio mio, non è necessario che tu mi faccia conoscere il dolore che ti dette l’ingratitudine di tutte le creature, perché, dopo che mi hai fatto la grazia di conoscere almeno in parte la mia ingratitudine, posso ora sempre per la grazia che mi infondi riflettere quanto ti hanno fatto tutte le creature complessivamente.

In questa riflessione quasi vengo meno per lo stupore che suscitano, o Gesù mio, la tua immensa carità e la pazienza verso di noi, tue creature ingratissime, poiché mai, mai tu smetti di provvedere a tutti i nostri bisogni spirituali, materiali e temporali.

E come non si possono conoscere, Dio mio, le cose innumerevoli che hai compiuto per queste tue ingrate creature in cielo, in terra, nell’acqua, nell’aria, così non riusciremo a comprendere la nostra ingratissima ingratitudine.

Confesso allora e credo che solo tu, Dio mio, puoi conoscere e sapere quanta e quale sia stata la nostra ingratitudine che come freccia avvelenata ti ha trafitto il cuore tante volte quante sono le creature che furono, sono e saranno e ogni volta che ognuna di esse ha esercitato tale ingratitudine.

Riconosco dunque e dichiaro per me e per tutte le creature tale verità: come non passa un istante né ora né giorno né mese che non usiamo appieno i tuoi benefici, così non passa un istante né un’ora né un giorno né un mese senza molte e infinite ingratitudini.

E io credo e riconosco che questa nostra pessima ingratitudine sia stata uno dei più crudeli dolori della tua afflitta anima”.

Tutto questo è da diffondere e far conoscere, affinchè venga meditato in spirito ed affinchè l’anima ne possa usufruire per approfondire ulteriormente i misteri della fede.

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