Motivazioni ragionevoli per opporsi all’eutanasia

Si è diffusa l’idea che chiunque si opponga all’eutanasia abbia, dalla sua, motivazioni di matrice solamente fideistica, nel senso di superstiziosa e non razionale, come se non vi fossero presupposti scientifici per potersi opporre. Ad oggi si ha generalmente l’idea che l’eutanasia sia un fattore obiettivamente scientifico e morale, e che l’opposizione ad essa sia solamente frutto di un retaggio religioso anacronistico e fine a se stesso. Questa posizione è dovuta ad un processo di disinformazione che ha causato l’inversione del senso delle cose, de-evolvendo il popolo in massa e rendendo quest’ultima ignorante e priva di autonomia critica.

Che l’eutanasia sia un diritto, che chiunque la sostenga sia “scienziato” e che chiunque si opponga ad essa sia un ignorante, generalmente affiliato ad una sorta di fideismo medioevale fine a se stesso, è divenuto dunque un luogo comune stereotipato e innaturale – non sostenuto dalla realtà scientifica dei fatti. Il sostegno è stato socialmente accettato mentre l’opposizione è divenuta ostracizzata.

Nella realtà oggettiva del creato, l’eutanasia non è un diritto naturale, è un atto omicida ed è e rimane un atto immorale. Vi sono dei presupposti, dei princìpi naturali insiti nella realtà e ottenibili per logica, che permettono di essere contro l’eutanasia sia mediante la fede, sia mediante il lume naturale della ragione, che con entrambe. È addirittura possibile opporsi all’eutanasia con un semplice atto intellettivo a priori, che non necessita nemmeno di una formazione accademica.

«Fides et ratio: due ali della medesima farfalla»

Esiste un presupposto di fede, eterno ed inamovibile. Non essendo l’uomo fonte della propria esistenza, egli non è sovrastante rispetto al principio della vita, come se quest’ultimo fosse stato creato dall’uomo, ma sottostante, essendo la vita – l’essereprecedente l’uomo. La vita precede l’uomo, non il contrario. È Dio, non l’uomo, fonte e autore del principio dell’esistenza. È Dio, non l’uomo, colui che crea ed attribuisce l’essere. Ne consegue che l’uomo ottenga l’essere per partecipazione, metafisicamente denominata attribuzione intrinseca, divenendo titolare, autonomo e indipendente, di una vita. Ma non ne è il padrone. L’uomo ha la vita, poichè la riceve, ma non la crea, e dunque non può determinarne né l’inizio né la fine.

Esiste un presupposto scientifico, logico e naturale. Partendo da ciò che ci circonda, alla stregua della metodologia «ascendente e risolutiva» di san Tommaso D’Aquino, vi sono una serie di princìpi scientifici di opposizione all’eutanasia, ottenibili mediante un processo logico – empirico, partendo dal rapporto psiche – creato. Dalla psiche all’osservazione del creato, è possibile produrre una serie di tesi in opposizioni all’eutanasia. Tesi costruite mediante il lume naturale della ragione, logiche e argomentative, alla luce del principio scientifico, etico e di fede.

Uno
Relativizza la sacralità e la dignità della vita, rendendola tale soltanto a certe condizioni e manipolando la percezione della vita

La dignità della vita è inamovibile dalla creatura anche qualora dovesse venire meno il presupposto di perfezione, qualità e autonomia fisica e psichica. La sacralità della vita è tale anche qualora le funzioni corporee dovessero venire meno e anche qualora le funzioni intellettive (precedute da un unico principio, come diceva san Tommaso D’Aquino) non potessero più gestire ed esprimersi attraverso le funzioni corporee.

Essa assurge alla sua pienezza indipendentemente dalle condizioni psichiche e fisiche della persona. Bisogna dunque preservare il concetto, dalla demolizione culturale odierna, secondo cui la dignità dell’individuo viene meno qualora questo dovesse subire malattie inabilitanti. Non è la sofferenza la radice del problema, è il modo in cui si vive.

Afferma Dalton Luiz de Paula Ramos nell’articolo ‘‘Eutanasia, Qualità della vita e Salute’’ del 2005 1: «Un primo aspetto è che ciò che distingue ogni creatura umana, la sua ‘qualità essenziale’, è il fatto di essere stata creata ad immagine e somiglianza del Creatore. La persona umana è costituita da un’unità di corpo e spirito e per questo motivo possiede una dignità superiore alle altre creature visibili, vive e non vive. Questa è la ‘qualità’ e la ‘dignità’ dell’essere umano, che esiste in ogni momento della vita, dal primo istante del suo concepimento – il momento stesso della fecondazione, quando dall’unione dell’ovulo e dello spermatozoo nasce l’embrione umano – fino alla morte naturale. E questa ‘qualità’ e ‘dignità’ si realizza pienamente nella dimensione della vita eterna. Nel Messaggio il Papa afferma che in conseguenza di ciò “l’uomo va dunque riconosciuto e rispettato in qualsiasi condizione di salute, di infermità o di disabilità”»

«Un secondo aspetto importante per una corretta comprensione dell’espressione ‘qualità di vita’, derivante dal primo, è che a partire da questo riconoscimento del diritto alla vita e della dignità specifica di ogni persona la società deve promuovere, in collaborazione con la famiglia e con gli altri organismi intermediari, le condizioni concrete per sviluppare in maniera armoniosa la personalità di ogni uomo, in modo conforme alle sue capacità naturali.»

«Per la promozione armoniosa di tutte le dimensioni della persona umana devono esistere condizioni sociali ed ambientali adeguate, offerte a tutti gli uomini, qualunque sia il Paese in cui vivono. Questo implica, quando si parla di eutanasia, il dovere degli organi statali, responsabili del finanziamento e della promozione delle politiche di assistenza alla salute, di offrire le ‘cure palliative’, costituite dalle risorse tecniche (attrezzature e medicinali) ed umane (équipe sanitari e medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, ecc.) per l’assistenza ospedaliera e/o domiciliare che garantiscano le cure necessarie ad una persona malata ed assisterla in tutte le dimensioni della salute. La vita umana ha significato e dignità qualunque siano le condizioni in cui si trova la persona, che, pur se malata e debilitata, ha un ruolo da svolgere finché non le resta un soffio di vita».

La dignità della vita e la sua sacralità non vengono meno qualora la persona finisse ammalato, paralizzato, affetto da SLA, immobilizzato, allo stato vegetale. La creatura contiene la pienezza della dignità dell’essere in qualunque condizione di malattia. Essa esprime e manifesta l’essere che il creatore le ha donato finché vi è il respiro. Lo stato vegetale non preclude la dignità dell’essere, il valore salvifico della sofferenza, la sacralità della vita, la dignità di vivere e di esserci.

L’eutanasia si oppone al valore salvifico della sofferenza insegnataci da Cristo con l’atto della Passione. Se Gesù ci ha mostrato il principio di relazione con la sofferenza, indicandoci di offrirla e non di opporci ad essa, l’eutanasia sigilla l’entrata ufficiale del rifiuto della sofferenza nella società civile. È antitetico al Vangelo. È l’opposizione all’insegnamento cristico per eccellenza.

Due
Viola l’etica della professione medica

L’eutanasia è una violazione del giuramento di Ippocrate. In una parte del giuramento, esso infatti reca:

Di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona

[testo antico]
Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, nè suggerirò un tale consiglio; 

L’origine della professione medica implica cura, non morte. Il medico è un assistente della vita, non un cooperatore di morte. La professione medica è nata per guarire, non per far morire. Qualunque implicazione eutanasica deturpa il giuramento di Ippocrate, violando sostanzialmente la finalità della professione medica.

La Pontificia Accademia per la Vita 2 ha definito le conseguenze dell’eutanasia in relazione alla professione medica “una complicità perversa del medico che, per la sua identità professionale ed in forza delle inderogabili esigenze deontologiche ad essa legate, è chiamato sempre a sostenere la vita e a curare il dolore, giammai a dare la morte”.

L’American Medical Association 3 ha affermato che: «permettere ai medici di praticare l’eutanasia finirebbe col causare più male che bene. L’eutanasia è fondamentalmente incompatibile con il ruolo del medico come guaritore».

L’argomento è trattato anche da Eolo Parodi 4“L’eutanasia contraddice l’essenza stessa della professione medica nel suo nucleo paradigmatico: l’impegno alla difesa e al rispetto della vira umana. Uno non può violare questo impegno e restare medico e ciò prima, e del tutto indipendentemente, dalle conseguenze legali. Ciò spiega perché il dott. Giorgio Conciani, che alcuni anni fa ha pubblicamente ammesso di aver aiutato dei pazienti a darsi la morte, è stato immediatamente radiato dall’Ordine e avrebbe dovuto poi presumibilmente affrontare anche il rigore della legge: ai fini del giudizio deontologico, ciò che conta non è come l’atto sia qualificato dalla legge (in alcuni paesi il suicidio non è punibile), ma semplicemente se è conforme o meno all’etica della professione medica. In ipotesi, un certo atto può benissimo essere ignorato o permesso dalla legge: ma se è in contrasto con l’etica della professione medica, chi lo compie cessa di essere medico, anche se non verrà punito dalla legge”.

Ulteriori posizioni argomentative derivano da Corrado del Bò 5«Secondo Bok, provvedimenti legislativi di questo tipo possono essere criticati sia sulla base del timore della china scivolosa sia alla luce del loro impatto sul ruolo dei medici (cui pure Bok non risparmia critiche per la loro diffusa incapacità di gestire e alleviare, attraverso opportune terapie del dolore, le sofferenze dei malati terminali): infatti, ‘i medici nutrono […] preoccupazioni sul modo in cui una svolta nella percezione pubblica del dottore – da operatore che opera con fini di vita a gestore anche della morte – potrebbe incidere sui già decrescenti livelli di fiducia tra operatori sanitari e pazienti’. Non è un caso, da questo punto di vista, che proprio i medici – e gli operatori sanitari in genere – siano tra i più accaniti oppositori della legalizzazione del suicidio assistito; e il parere, fondato su esperienze concrete, di chi sta, per così dire, ‘in trincea’ è, secondo Bok, da considerare con più attenzione delle speculazioni degli intellettuali che ragionano in astratto».

Tre
Implica l’omissione fin dalla sospensione della cura

Nell’articolo «Si dà la morte anche omettendo le cure» del 23 gennaio 2007 6, il cardinale Elio Sgreccia scrive: “è eutanasia anche la ‘omissione’ di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte. In questo senso si realizza appunto l’eutanasia omissiva (non è appropriato chiamarla ‘passiva’, con un termine eticamente debole e neutro). I documenti principali del Magistero, sia la Dichiarazione sulla eutanasia che l’Evangelium Vitae, definiscono eutanasia ‘un’azione o un’omissione che per natura sua e nell’intenzione di chi la compie provoca la morte con l’ intenzione di alleviare il dolore’ (E.V., n. 65). Si sa anche che la gravità morale dell’eutanasia omissiva è uguale rispetto a quella dell’azione ‘positiva’ di intervento o gesto che causa la morte: l’una equivale all’altra dal momento che provocano lo stesso effetto e procedono dalla stessa intenzione. Si tratta sempre di morte provocata intenzionalmente. Se accettassimo che l’eutanasia si configura soltanto quando è il risultato di un gesto che causa positivamente la morte, vorrebbe dire che tutto ciò che mira a causare la morte per sottrazione di intervento (per esempio: sottrazione di cibo o una intenzionale mancata rianimazione) non sarebbe eutanasia e, così anche, il rifiuto intenzionale delle terapie valide non costituirebbe un problema morale.

Quattro
La deriva eutanasica: dal malato terminale al «chiunque»

Rendere possibile l’eutanasia, depenalizzarla e dunque renderla possibile e socialmente accettata, implica l’introduzione ufficiale della cultura della morte nella società civile; significa predisporre uno strumento, una prassi ed una pratica di morte come se fosse un servizio moralmente accettabile. Non è solamente il problema etico e morale in sé, che precede l’atto ed è insito nel principio dell’idea eutanasica: vi è anche il rischio della “scaletta”, ovverosia della possibilità di espandere ed allargare la possibilità di eutanasia a chiunque lo richieda, indipendentemente dalle condizioni psichiche e fisiche, oltre il malato terminale. Dall’eutanasia per malattia terminale all’eutanasia psicologica il passo è graduale e breve.

Si rischia, insomma, una graduale eliminazioni dei limiti, rendendo l’eutanasia dapprima accessibile solamente ad una tipologia di malati terminali, poi ad ulteriori casi che non sono né malati né terminali; essa verrebbe introdotta come pratica limitata per poi divenire “universale”, adatta a chiunque voglia semplicemente terminare il proprio cammino terrestre.

Una volta affermata questa possibilità la limitazione di essa ai casi di malati terminali sarebbe difficilmente rispettabile. Si giudicherebbero passibili di eutanasia anche soggetti affetti da malattie in stadi non terminali, se non addirittura da sindromi psicologiche o di disadattamento sociale. Prendere come criterio la sofferenza delle persone che richiedono il trattamento di fine vita rischia di essere arbitrario in quanto quello della sofferenza non è un criterio nettamente definibile.

Eugene Volokh, professore di Legge presso l’Università californiana di Los Angeles, nell’articolo The Mechanisms of the Slippery Slope 7, dichiara che «hanno esteso questo principio ad una persona che era in sofferenza mentale apparentemente insanabile, causata da depressione cronica, abuso di alcol e di droga, in base alla teoria che la sofferenza dei malati di mente è ‘vissuta da loro come insopportabile’, e dunque, presumibilmente, equiparabile all’esperienza di sofferenza dovuta al male fisico».

Herbert Hendin, professore presso il Dipartimento di Psichiatria e Scienze del comportamento al New York Medical College, nell’articolo The Slippery Slope: The Dutch Example 8, riguardo al caso olandese scrive: «Negli ultimi due decenni, la legge olandese e la medicina olandese si sono evolute dall’accettare il suicidio assistito ad accettare l’eutanasia, e dall’eutanasia per malati terminali all’eutanasia per gli individui affetti da malattie croniche. E poi si sono evolute dall’eutanasia per malattia fisica all’eutanasia per disagio psicologico. Infine, dall’eutanasia volontaria alla pratica e all’accettazione condizionata di eutanasia non volontaria e involontaria. Una volta che gli olandesi hanno acconsentito al suicidio assistito, non è stato possibile medicalmente, legalmente o moralmente negare un più attivo aiuto medico, come l’eutanasia a persone che non possono provocare da soli la propria morte. Anche se l’eutanasia involontaria non è stata legalmente sanzionata dagli olandesi, è stata sempre giustificata o scusata con la necessità di alleviare le sofferenze dei pazienti che non sono in grado di scegliere una linea di azione per se stessi».

La New York Task Force on Life and Law 9, istituita per assistere lo Stato nel deliberare in materia di legge, etica e medicina, ha dichiarato che “legalizzare il suicidio assistito costituirebbe una politica pubblica avventata e pericolosa”.

L’Unione dei Cristiani Cattolici Razionali 10 – il celebre sito cattolico UCCR – ha esposto una serie di critiche riguardo le linee guida della Royal Dutch Medical Association che interpreterebbe la legge sull’eutanasia includendo anche chi “ha ‘disturbi mentali e psico-sociali’ come ‘perdita di funzionalità, la solitudine e la perdita di autonomia’”.

Gonzalo Miranda, decano e fondatore della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma, in un’intervista riportata dall’agenzia web “Zenit” 11, afferma che: “Una volta che è stabilito un principio in base al quale un essere umano può essere ucciso perché soffre, allora logicamente si estende a tutti coloro che soffrono. Se un essere umano che lo richiede, viene ucciso, può essere applicato a tutti gli esseri umani che lo richiedono, anche se non soffrono”.


  • Bibliografia o sitologia
    • 1 Dalton Luiz de Paula Ramos, “Eutanasia, Qualità della vita e Salute”, 25 marzo 2005
    • 2 Juan De Dios Vial Correa, Elio Sgreccia, “Il rispetto della dignità del morente. Considerazioni etiche sull’eutanasia”, 9 dicembre 2000
    • 3 American Medical Association, Opinion 2.21 – Euthanasia, giugno 1996
    • 4 “Alle frontiere della vita. Eutanasia ed etica del morire / 2°” a cura di Marianna Gensabella Furnari, 2003, pag. 77, anteprima
    • 5 Corrado del Bò, Recensione a Gerald Dworkin, Raymond Gillespie Frey, Sissela Bok, Eutanasia e suicidio assistito. Pro e Contro, Edizioni di Comunità, 2001
    • 6 Elio Sgreccia, «Si dà la morte anche omettendo le cure», 23 gennaio 2007
    • 7 The Mechanisms of the Slippery Slope, “Harvard Law Review”, 2003, 116, pp. 1028-1137
    • 8 “Duquesne Law Review”, 1996, 35, pp. 427-442
    • 9 New York Task Force on Life and Law, clicca qui per ulteriori informazioni, novembre 2012
    • 10 In Olanda eutanasia anche a chi soffre di solitudine, UCCR, 31 ottobre 2011
    • 11 Intervista a Gonzalo Miranda, Slippery Slope of Euthanasia for Children, zenit.org, 6 settembre 2004

L’eutanasia è incompatibile con i diritti umani e non è iscritta nella legge naturale, riflessa della legge divina. Essa non viene né da Dio né dal cuore dell’uomo; solamente coloro che hanno in odio la vita, privi o depravati sia nella fede che nella ragione, sono i fautori del “teorema culturale dell’eutanasia”. L’uomo la traveste di diritto, libertà e necessità umana, svuotando di ogni senso semantico ognuno dei vocaboli operati e attuando una macchinazione programmatica atta a demolire ogni radice propria della società cristiana, nel tentativo di normalizzare un atto immorale che ferisce le fonti dell’etica e del diritto.

Disse Salvatore Crisafulli, paralizzato e ridotto allo stato vegetale, che scrisse con le palpebre queste parole:

 «Ma cos’è l’eutanasia, questa morte brutta, terribile, cattiva e innaturale mascherata di bontà e imbellettata col cerone di una falsa bellezza? Dove sarebbe finita l’umana solidarietà se coloro che mi stavano attorno durante la mia sofferenza avessero tenuto d’occhio solo la spina da sfilare del respiratore meccanico, pronti a cedermi come trofeo di morte, col pretesto che alla mia vita non restava più dignità? Credetemi, la vita è degna di essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato. Sì, la vita, quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita da finta dolcezza».

Salmo 73, 26 Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre.

Romani 12, 2 Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

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