Le tre virtù teologali: fede, speranza e carità

(CC) 1814 La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità. Con la fede «l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente». Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volontà di Dio. «Il giusto vivrà mediante la fede» (Rm 1,17). La fede viva «opera per mezzo della carità» (Gal 5,6).

(CC) 1817 La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo. «Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso» (Eb 10,23). Lo Spirito è stato «effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, Salvatore nostro, perché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna» (Tt 3,6-7).

(CC) 1822 La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio.

Le virtù teologali sono tre: fede, speranza e carità. Quando si tratta di conoscerne l’origine, come un bambino che chiede al padre il significato di una data cosa, il cattolico, in genere, si rivolge al Catechismo della Chiesa Cattolica. Oppure va cercando un articolo specifico che ne parli in modo esaustivo e sufficiente in se stesso. Delle virtù si apprende che esse sono di origine divina, è Dio a donarle ed il fedele le riceve in grazia. Sono virtù non acquisibili dal creato ed in seno al creato, come fossero talenti da educare o abilità da maturare, ma da Dio: sono di origine verticale e non orizzontale.

E se esse hanno origine in Dio ed hanno in Dio causa, fine e oggetto, ciò non implica che l’uomo ne possa disporre senza poterle «distruggere», senza ovvero poter peccare contro di esse: dovrà cooperare consensualmente con la grazia per conservare e alimentare le virtù, le quali si alimentano nella misura in cui l’uomo accresce nella grazia mediante la preghiera e la vita sacramentale. Come le virtù si ricevono, dunque, le stesse, secondo il libero arbitrio dell’uomo, possono venire ugualmente violate, infrante e degradate. Ricevere non da certezza assoluta che quanto ricevuto rimanga tale a vita.

L’uomo può disporre di un agire morale tale da rovinare la gradazione di una particolare virtù presente in se stesso. È chiaro che smettere di credere di propria volontà, pecca contro la virtù della fede e dunque ne viene meno la fede nella ragione dell’uomo. È chiaro che colui che smette di sperare, e di vivere secondo la speranza in Dio e nella riuscita della propria vita (sia temporanea sia salvifica – escatologica), pecca contro la virtù della speranza, con possibilità concrete di bestemmiare lo Spirito Santo.

Romani 4, 18 Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli

L’uomo può dunque ricevere in grazia la fede, la speranza e la carità così come peccare contro la fede, la speranza e la carità, divenendo un peccato perpetuo contro le virtù e annientandole in se stesso. Può evolversi ad una tale privazione di Dio, da divenire l’opposto alle virtù più alto che esista. Può assurgere al più alto grado di virtù che ci sia, così come al grado minimo assoluto possibile in natura. Le tre virtù non sono solamente in ordine al creato naturale, adoperabili ovvero nei confronti della cosa e della persona, ma primariamente e ancor prima in ordine al sovrannaturale: fede (in Dio), speranza (nella salvezza eterna) e carità (in Dio e verso il prossimo).

È naturale che esse, nella misura formulata dalla persona, debbono vivificare e caratterizzare l’agire morale in relazione al creato materiale e sensibile, ed avere il duplice effetto naturale/sovrannaturale o ordinario/straordinario, materiale/immateriale o corporeo/trascendente. Fede in Dio, speranza in Dio, carità verso Dio, da Dio e verso il prossimo. Ma anche fede che ogni cosa sarà bene, tenendo come fonte e apice di questa fede Dio; speranza che le cose andranno come Dio vuole che vadano, che vi sarà un tempo migliore per noi e per il mondo, che la riuscita della nostra vita accadrà. E così via.

La virtù teologale – e non solo – traduce in azione concreta la fede ed è dunque attraverso le virtù che l’uomo compie le opere della fede, facendo corrispondere alla fede l’equivalente in opera. Alla parola si ha il dovere morale di far corrispondere il fatto. La fede senza le opere muore in se stessa; è dunque necessario che l’uomo viva secondo il Vangelo non soltanto a parole, ma all’atto pratico, vivendo in coerenza con Dio tanto con le parole quanto ai fatti, vivificando l’agire morale con le virtù di cui l’uomo dispone. Poichè non c’è agire morale cristiano che possa definirsi tale senza avere la fede, la speranza e la carità.

Giacomo 2, 14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? […] 17 Così è della fede; se non ha opere, è per sé stessa morta. 18 Anzi uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede». 19 Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano. 20 Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? 

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