Il Vangelo in Matteo 5,25 ci avvisa di un’avversario che ci consegna al giudice: chi è costui?

Il problema dell’auto-interpretazione biblica è che ognuno vede nella parola ciò che egli stesso pensa e concepisce nell’istante in cui legge, convinto che ciò legge, e che comprende dalla lettura, sia ciò che Dio gli stia dicendo. Nell’auto-interpretazione si confonde la semantica di Dio con la psico interpretazione dell’io, convinti che quest’ultimo sia il messaggio che Dio ci stia dando. Ciò che si legge non è necessariamente quello che Dio ci dice ma quello che noi crediamo che ci dica. L’auto-interpretazione è condannata dalla Chiesa Cattolica. L’unica autorità, divinamente istituita, di interpretare la Sacra Scrittura, è in mano alla Chiesa Cattolica. Dell’auto-interpretazione ne siamo vittime tutti o quasi. Mediante un cammino di fede e preghiera, se ne può uscire, indirizzando l’interpretazione secondo le vie di Dio.

Vi sono versi che o vengono seguiti e compresi secondo i processi esegetici e teologici della Chiesa, o finiscono per divenire vittime del nostro io interpretante, il quale ha la capacità naturale di produrre deliri onirici e sognanti. Sottoposto ad un adeguato processo esegetico, il verso si rivela nella sua completezza semantica e nella sua significanza originale, schiudendosi così come Dio lo ha concepito intellettivamente.

C’è una parola, un passo biblico, che è tra i più erroneamente interpretati nell’epoca odierna. Non mi riferisco al passo presente in Matteo 7,13, ma a ciò che Dio ha comunicato in Matteo 5, 25,26. Il passo non è solo erroneamente compreso, ma banalmente interpretato. La parola di Dio a questo verso ci parla e ci dice quanto segue:

Matteo 5, 25,26
25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 
26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!

L’io intellettivo, quello di cui parlava san Tommaso nella questio natura dell’anima 1, è pronto per i suoi naturali e automatici processi di interpretazione personale. Che, spesso e in abbondanza, contrastano la realtà dei fatti, anteponendo una visione gnoseologica universalmente soggettiva che può deturpare l’essenza del verso; solamente aprendosi all’interpretazione della Santa Madre Chiesa, sottostando con umiltà all’esegesi di chi è venuto prima di noi, possiamo “estrarre” la sostanza dalla parola. E saremo pronti a rimanere stupiti.

1. Somma Teologica, Parte I, q.75 – Natura dell’anima.

Questo verso, senza la guida esegetica dei Padri della Chiesa e dei Dottori, non è necessariamente ciò che noi crediamo che sia. All’atto pratico, cosa crediamo che sia e che ci dica questo verso?

I. L’auto interpretazione dell’io

  • “Auto-interpretazione numero uno: chiunque ci denunci e ci porti in tribunale”

La prima lettura interpretativa è di carattere letteralista. Si crede che questo verso indichi chiunque – uno qualunque – nella vita di ognuno, possa denunciarci e portarci in tribunale. Dovremo dunque e senz’altro metterci d’accordo con esso, il nostro «denunciatore», prima che questo avanzi la sua denuncia nei nostri confronti e ci porti in tribunale. Dovremo patteggiare con lui prima che la denuncia faccia il proprio corso. Facendo pace privatamente, potremo senz’altro evitare il tribunale. La Parola di Dio ci avvisa di questo e ci indica cosa fare qualora il caso capiti. Il passo è sociale, umanitario, probabile: riguardo un caso tematico specifico. Giusto?

  • “Auto-interpretazione numero due: profezia sulle future denunce che avremo nella vita”

La seconda lettura interpretativa si fa carico di una variabile: assume generalmente un carattere profetico. Include letteralismo e profetismo, certi che questi siano i presupposti del verso. Se nel primo caso il verso è generalmente riferito ad un ipotetico e presunto caso di denuncia che può capitare nella nostra vita, in questo secondo caso il verso assume un connotato profetico, come se dovrà accadere: senz’altro verremo denunciati e dunque il logos divino, la parola, ci avverte su questo futuro avvenimento, indicandoci le strategie da applicare per la riuscita positiva dell’evento. L’interpretazione è analoga alla prima, solamente con la variante pseudo-profetica o “profetizzante”.

  • “Auto-interpretazione numero tre: stravaganze varie ed elaborate”

Nuovamente nel mondo dell’io interpretante, più delirante della dottrina dei principi (o idee-numero) di Platone, più articolato dei discorsi sul metodo di Cartesio e più idealista de La fenomenologia dello Spirito di Hegel, questo avversario di cui si parla, per alcuni, indica Satana; per altri, l’avversario politico; per altri ancora, il cittadino di turno mosso dal maligno. Qui, le elaborazioni analitiche soggettive divagano ed usufruiscono della personale conoscenza della dottrina della Chiesa per diversificare la carne al fuoco, creando di volta in volta elaborazioni distinte.

II. L’avversario svelato

Nella realtà dei fatti, nel sub-mondo esegetico e teologico, le cose stanno diversamente. L’identità semantica del versetto scritturistico è ben differente dalle realtà concepite nell’io: realtà sognanti e stravaganti, che divagano in accordo con la fantasia personale. Quando poi si scopre cosa realmente la Chiesa insegni e cosa realmente quel versetto dica, ci si ritrova con dei significati morali capaci di penetrare l’anima, di farvi luce e di illuminare la mente, più di qualsiasi ragionamento personale. Il fedele si ritrova a bocca aperta, ogni qual volta la Scrittura lo contraddica.

Secondo certuni, dunque, questo avversario è un qualunque individuo che ci denunci. Che sia il commesso, il fruttivendolo, il cantante, l’autista o l’impiegato, esso è un uomo, avente la capacità giuridica di denunciarci e di farci finire in tribunale. Il verso è dunque di carattere sociale: non esprime niente di più che ciò che si legge, letteralmente.

Questi “certuni” sono inconsapevolmente in errore, e ciò detto non in senso dispregiativo. Il verso è talmente pazzesco che pochi, da se stessi, potrebbero arrivarci. Credo che nessuno, da solo, ci sia arrivato, se non mediante i lumi dello Spirito Santo. L’avversario è molto di più che un uomo. Di fatto, l’avversario non è nemmeno un uomo. L’avversario non è neanche una creatura: né angelica, né umana. Non ha forma né sostanza, non cammina e non può morire. L’avversario è immateriale. L’avversario è “qualcuno”, che non è qualcuno.

Secondo sant’Agostino, l’avversario è la parola stessa.

Scioccante?

L’avversario è la parola stessa, che ci conduce al tribunale di Dio, consegnandoci al giudice divino, dove verremo valutati alla luce della medesima parola. Se non vogliamo farci cogliere impreparati, ci conviene metterci d’accordo con la parola, il nostro avversario, allineandoci con essa e iniziando a vivere moralmente secondo quanto lei dice. Ciò implica invertire la rotta morale del nostro essere.

Se non vogliamo che il nostro avversario ci colga impreparati, ci conviene cambiare vita, iniziando a vivere secondo il Vangelo, in accordo con la parola. Solo allora vivremo secondo Dio; potremo giungere sì al tribunale divino, condotti dal nostro avversario, ma non senza un’adeguata preparazione ascetica. L’avversario è dunque il più temibile dell’universo: è la parola, e la parola è l’io interiore di Dio. La parola si identifica con Dio; è Dio stesso. Ed essendo Dio fonte prima, suprema e obiettiva di giustizia, da esso non si potrà che ottenere la giustizia perfetta. Terribile, per quanto perfettamente retributiva delle nostre opere.

Una domanda di utilità comune che ci si può porre è: chi di noi sta cercando di vivere secondo la parola? Tocca a noi, in quanto creature libere, secondo le nostre disposizioni arbitrali, cooperare con la grazia, facendo sì che ciò avvenga.

Verremo condotti al tribunale, nella speranza di non essere colti impreparati. Ciò può accadere se avremo vissuto con Dio e secondo Dio, affidandoci costantemente alla Sua Misericordia. Non si arriva preparati per merito nostro, ma per aver cooperato consensualmente con la grazia divina: e sarà lei, la grazia, a renderci preparati, a formarci, a santificarci, rendendoci pronti nel giorno che ci spetterà. A noi la libera cooperazione con essa. Affidiamoci sempre alla Misericordia di Dio, cooperando con essa per raggiungere il miglior risultato utile possibile. Senza di essa non possiamo farcela: ed anch’essa ha bisogno di noi, della nostra volontà. Perchè senza la nostra volontà, Dio non impone nulla: lascia liberi, ognuno secondo le proprie disposizioni.

Viviamo secondo la parola; abbiamo il bonus di un avversario buono, che vuole attendere la nostra conversione prima di consegnarci al giudice. Agiamo di conseguenza. La parola non può imporsi su di noi. Vive secondo la parola chiunque scelga liberamente di seguirla.

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