Le bestemmie contro lo Spirito Santo

Ancor prima di parlare delle bestemmie contro lo Spirito Santo, è bene ricordare chi sia lo Spirito Santo, qualora ce ne fosse bisogno. Lo Spirito Santo è la Terza Persona della Santissima Trinità. Dio è Uno e Trino: tre persone distinte, stessa sostanza (teologia trinitaria). Lo Spirito Santo è la persona attraverso cui Dio effonde la grazia per il bene spirituale individuale e collettivo. Lo Spirito Santo è operatore di grazia e cooperatore della grazia salvifica.

Egli, qualora venga pregato, può ispirare idee, soluzioni e strategie per la prosecuzione del proprio cammino; può offrire grazie di guarigione interiore; può operare individualmente e collettivamente; può guarirvi e darvi i lumi necessari per il proseguo della propria vita. Vi sono e vi sarebbero cime naturali di teologia analitica da sviscerare per la conoscenza nozionistica dello Spirito Santo. Le modalità di conoscenza primarie rimangono, tuttavia, quelle del rapporto personale: fede e preghiera. Si conosce lo Spirito Santo per conoscenza diretta, intima e personale. Si può poi approfondire ciò che la Chiesa Cattolica ha appreso nel corso del tempo.

Proseguiamo. Vi è un peccato che Dio non perdona: la bestemmia contro lo Spirito Santo. La bestemmia contro lo Spirito Santo consta di sei bestemmie distinte. Non è una: sono sei le bestemmie contro lo Spirito Santo. Essa ci viene rivelata da Cristo nel Vangelo di Matteo 12, 31,32.

Matteo 12, 31,32
31
Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. 32 A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.

Ora, va specificato il concetto rivelato “non sarà perdonata”, specificando quando e perchè questo presupposto – questo fondamento teologico – sopraggiunge. Va dunque ricordato quali siano i presupposti per essere perdonati. Per essere perdonati è necessario che il peccatore si sinceramente pentito del peccato commesso e voglia ricevere il perdono di Dio.

Qualsiasi peccato commesso, se sinceramente pentiti e preposti di non volerlo ricommettere, viene perdonato da Dio per i Meriti della Dolora Passione di Cristo, Suo Figlio Unigenito, e dunque cancellato dall’anima nell’atto dell’assoluzione, la quale viene impartita esclusivamente nel Sacramento della Riconciliazione (Confessione), permettendo dunque di ricevere la Giustificazione per fede per i soli meriti di Cristo e non per i nostri.

Ora, sappiamo che non ci sia peccato che non possa venire perdonato da Dio, qualora fossimo sinceramente pentiti. Qualsiasi peccato, sinceramente pentiti e desiderosi di riconciliarsi con Dio, può ottenere il perdono divino (è un dogma di fede).

Perchè dunque “La bestemmia contro lo Spirito Santo” non potrebbe venire perdonata? Il perchè è presto detto: essa non viene perdonata non perchè non ci si possa pentire, non si possa venire perdonati o perchè Dio scelga di non perdonare nemmeno in caso di pentimento, ma perchè è colui che commette codesto peccato il primo a non volersi pentire, scegliendo arbitrariamente la condizione di impenitente; Dio non perdona soltanto quando è il peccatore stesso a non volersi pentire, a non essersi pentito del peccato commesso per scelta arbitraria, rifiutando da se stesso ed in piena autonomia il perdono dei peccati predisposto da Dio e che il Signore stesso avrebbe concesso! E non per un limite di Misericordia di Dio: è una scelta arbitraria del peccatore, che Dio stesso rispetta. Il penitente viene dunque perdonato; l’impenitente, non essendosi voluto pentire di sua scelta, si colloca da sé tra i peccatori non pentiti e va all’Inferno.

“Vengono quindi detti imperdonabili non perché non possono essere perdonati tramite il sacramento della Penitenza (è dogma di fede che possono essere perdonati tutti i peccati se c’è vero pentimento), ma perché coloro che si macchiano di questi peccati non sono disposti a pentirsi e chiedere sinceramente perdono a Dio.” (appunti di spiritualità cristiana)

La bestemmia contro lo Spirito Santo può venire dunque perdonato qualora il peccatore sia sinceramente pentito; non viene perdonata quando è il peccatore stesso a rifiutarsi di pentirsi del peccato commesso, ostinandosi nella propria impenitenza e rifiutando la grazia del perdono, divenendo dunque imperdonabile per sua stessa scelta.

  • Il Catechismo tridentino scrive: “Quando occorrono nella S. Scrittura o nei Padri sentenze che sembrano affermare che per alcuni peccati non c’è remissione, bisogna intenderle nel senso che il loro perdono è oltremodo difficile. Come una malattia vien detta insanabile quando il malato respinge l’uso della medicina, così c’è una specie di peccato che non si rimette né si perdona perché rifugge dalla grazia di Dio, che è il rimedio suo proprio” (Catechismo Romano II, c. 5,19).
  • Il Catechismo della Chiesa Cattolica 1992 afferma: “La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna” (CCC 1864).

Le bestemmie contro lo Spirito Santo sono sei.

“Sei bestemmie contro lo Spirito Santo”

I) Disperazione della salvezza
Con “disperazione della salvezza” si intende una condizione secondo cui il peccatore cade in una situazione di disperazione spirituale, come se non potesse più salvarsi, come se non potesse più venire perdonato per i propri peccati, come se Dio non potesse più far nulla nei suoi riguardi e non potesse più salvarlo, convinto che la Vita Eterna sia dunque divenuta inaccessibile e che per lui non ci sia più nulla da fare. Egli si convince di non potersi più salvare e di non potersi che dannare. Secondo questa condizione psichica e spirituale, il peccatore si convince che il Paradiso sia perduto per sempre e che per esso non ci sia più nulla da fare. Questa convinzione, frutto di un imbroglio psichico dietro al quale vi si cela l’astuzia del demonio, le cui tentazioni ordinarie sono capaci di suscitare pensieri diabolici, è frutto dell’eresia secondo cui i propri peccati siano più grandi della Misericordia Divina e che la Misericordia non possa perdonarli. Così facendo si mette un limite all’onnipotenza divina, precludendosi da soli la ricezione della grazia salvifica. Si commette un errore implicito, grave, in quanto la misericordia di Dio è infinita e tutto può perdonare qualora sinceramente pentiti del peccato commesso. Nessuno va all’Inferno se realmente pentito. Caino fu il primo a commettere tale peccato: “La mia iniquità è troppo grande, perché io possa meritare il perdono” (v. Gn 4, 8-16). Giuda morì nella disperazione della salvezza andando all’Inferno.

II) Presunzione di salvarsi senza merito
Dio è infinitamente buono ma anche infinitamente giusto; ognuno, al termine della propria vita, ottiene ciò che merita secondo le proprie opere. Con questo secondo peccato, frutto dell’ignoranza e del modernismo ideologico, si compie un atto di svalutazione del Dio rivelato, di sottovalutazione della Giustizia Divina e di degrado della Dottrina Salvifica. Le persone che si macchiano di questo peccato, ritengono e si convincono che verranno automaticamente salvate indipendentemente dalla condotta morale compiuta nella propria vita. Sono convinte di poter fare tutto quello che vogliono “perchè tanto Dio è buono”. Fanno tutto ciò che vogliono abusando dell’Amore di Dio e sono convinte, in virtù della bontà di Dio, che, indipendentemente dalla propria condotta, andranno comunque in Paradiso. Queste anime, non giustificate per ignoranza, abusano della Misericordia Divina e credono di poter usare l’amore divino come giustificazione per avvalorare la qualunque cosa essi vogliano: peccati mortali, immoralità, impurità ed ogni sorta di iniquità. Non c’è nulla che piaccia di più a Satana: far credere agli uomini che la salvezza sia automatica e scontata e che l’uomo sia già salvo (eresia protestante). Questa dottrina eretica, frutto maturo del modernismo post-conciliare, fa parte del Vangelo secondo Satana. Non credeteci!

Matteo 19, 17
17
Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti.

Matteo 7, 21,23
21 Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». 23 Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!».

III) Impugnazione della verità conosciuta
Questo peccato significa combattere o rifiutare una verità di fede rivelata da Gesù Cristo e conservata nel Magistero della Chiesa Cattolica. Questo peccato è oggi particolarmente imperante e compiuto da una miriade di popoli e di persone, data la continua negazione delle verità naturali e divine, sostituite da una nuova serie di non-verità costruite a immagine e somiglianza dell’io, frutto del relativismo dittatoriale e rivendute come “Leggi assolute”. Chi nega anche solo una verità di fede si macchia di codesto peccato; chi persevera in questa negazione, da se stesso prosegue il proprio cammino in peccato mortale, fino all’atto del trapasso, predisponendosi da sé verso l’eterna dannazione.

IV) Invidia della grazia altrui
Si macchia di questo peccato colui che prova invidia nei confronti del bello, del buono e del grazioso che accade alle anime altrui, inviandone la condizione di comunione con Dio. Questo peccato ha origine diabolica e deriva dall’invidia di Satana: lo spirito angelico, eternamente dannato, invidia il bene nell’anima e la sua condizione di comunione con Dio. Satana invida all’uomo la possibilità di salvarsi e di andare in Paradiso, prendendo il posto dell’angelo ribelle. L’invida diventa grave quando persiste e perdura nel cuore dell’uomo in maniera continuativa ed esso, il fedele, nulla attua per liberarsene, deformandosi da solo l’interiorità spirituale, che condizionerà consecutivamente i pensieri, gli atti e le opere.

V) Impenitenza finale
Si commette codesto peccato nel momento in cui, nell’atto del trapasso, l’anima rifiuta una volta e per tutte di pentirsi dei peccati commessi, confermandosi da solo ed in piena autonomia quale peccatore impenitente, non pentito e ostinato nel peccato. Dio, rispettando il supremo libero arbitrio di ognuna delle sue creature, non concede il perdono a colui che per primo non vuole pentirsi e dunque non vuole farsi perdonare. “Come può Dio concedere il perdono a chi non lo vuole ricevere?” Egli ci ha creati liberi e nulla impone, lasciando ognuno nelle rispettive scelte, sia benigne che maligne. L’impenitenza finale comporta la dannazione eterna: l’anima si presenta all’Eternità in una condizione di non comunione con Dio, rimanendo così come si trova, si colloca da sé tra i peccatori non pentiti e va all’Inferno. È la scelta conseguenziale della sua impenitenza arbitrariamente voluta.

VI) Ostinazione nel peccato
Le condizioni teologiche per ricevere l’assoluzione dei peccati, giustificati per fede per i meriti della Dolorosa Passione di Cristo, sono il sincero pentimento ed il proposito di non commettere più il peccato commesso. L’ostinazione nel peccato avviene quando un’anima persiste nel commettere il peccato senza volerne realmente uscire e senza volersi realmente pentire, rifiutandosi di cessare il peccato per seguire Dio. Questa condizione predispone all’eterna rovina, preclude l’invito divino «Và e d’ora in poi non peccare più» (Giovanni 8, 11) e condiziona l’anima in uno stato continuo di peccato mortale: viene commesso da coloro che non hanno intenzione di intraprendere il cammino di santificazione, preferendo la materia del peccato a Dio. Sono quelle anime le quali preferiscono e scelgono da sé stesse il peccato a Dio, il male al bene, l’Inferno al Paradiso, ciò che è iniquo e mortale a ciò che è bello e santo.


16 C’è infatti un peccato che conduce alla morte; non dico di pregare riguardo a questo peccato. 
17 Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte 1 Giovanni 5, 16-17.

Viviamo in comunione con Dio evitando di commettere il peccato. Chiediamo in preghiera gli aiuti e i fabbisogni quotidiani a Dio e lasciamoci aiutare cooperando consensualmente con la grazia. Preghiamo quotidianamente il Santo Rosario e partecipiamo ogni giorno alla Santa Messa, vivendo la trasfigurazione eucaristica, alla luce dell’incontro con Cristo, Corpo e Sangue nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia. Chiediamo l’intercessione dei santi per un surplus di grazia; attraverso un cammino di fede e preghiera, con l’aiuto quotidiano di Dio, santifichiamoci, così come accaduto ai santi prima di noi. Viviamo in comunione con Dio quotidianamente, preparandoci alla morte santa!

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