Atteggiamenti inadeguati che i sacerdoti dovrebbero evitare durante la confessione

Dopo più di 7 anni da cattolico, ho avuto esperienza a sufficienza da poter dire dov’è che casca l’asino – un asino di natura man made – durante l’atto, divinamente istituito, del Sacramento della Riconciliazione. Le Confessioni – Sacramento Divino istituito da Cristo – possono essere segnate da una serie di interventi inadeguati attuati inconsapevolmente dal sacerdote che confessa:

A seconda di quanta
disciplina,
conoscenza,
empatia,
capacità personali
e pace nell’anima
abbia il confessore, vi possono essere tre situazioni:

  • La prima: il Sacramento compie felicemente il suo motivo d’essere – Divino – senza che il confessore produca interventi potenzialmente contrari alla salute spirituale del penitente
  • La seconda: il Sacramento compie il suo motivo d’essere ma, a causa dell’intervento umano, subentra un “ma”. Il confessore, qualora intervenga in maniera poco cristiana sul penitente, potrebbe causare scandali, ferite e delusioni per l’anima, con il rischio che quest’ultima si allontani dalla pratica della confessione
  • La terza: la terza situazione è la più estrema e può capitare quando il confessore attua una serie di interventi particolarmente acerbi che il fedele si irrita ad un tale livello che, durante il Sacramento, diabolicamente sedotto dall’io ferito – un io ferito che per orgoglio non accetta questa o quest’altra parola – esce dal confessionale senza concludere la confessione. Questa scelta è diabolica, errata e non porta frutto. Questa situazione è la più rara, ma talvolta, in seno alla Chiesa, è successo. Anche se ci si può sentire feriti, la confessione va terminata “a tutti i costi”.

Una delle problematiche possibili nel rapporto fedele – confessore è andare a Confessarsi per lasciarsi perdonare da Cristo, che cancella i nostri peccati (mortali) per i meriti della Sua Dolorosa Passione, ed uscire con una serie di nodi integrati nella nostra anima a causa degli interventi indesiderati del confessore, di cui potrebbe non essere pienamente consapevole. È il paradosso compiuto da certi confessori: si esce confessati ma, da qualche parte nel cervello, si ha il ronzio di quella parola scomoda o di quell’atteggiamento che sembra averci ferito. Qualsiasi cosa si “riceva”, il fedele non deve demordere e deve anzitutto concludere la confessione, poi continuare a confessarsi.

Nella problematica dell’atteggiamento “non consono”, chiaramente, non c’entra assolutamente nulla il Sacramento, che è Divino, Puro, Impeccabile. Chiaramente, non può avere responsabilità alcuna nemmeno Dio. C’entra, direttamente o indirettamente, l’intermediario: il confessore. Da lui dipende la qualità nello svolgimento del Sacramento. Nei loro confronti è bene esercitare misericordia e pregare, evitando di cadere nel giudizio e nella condanna. È altrettanto bene evitare di serbare rancore nei confronti di chicchessia.

ERRORI COMUNI CHE I CONFESSORI
POSSONO COMMETTERE IN CONFESSIONALE

I. Sfogare sul fedele le proprie frustrazioni regresse. Può capitare che il confessore sia stanco, nervoso, agitato, irrequieto o che non voglia più confessare per motivazioni proprie (quali la stanchezza, psicologica e fisica, l’essere provato da un gran numero di ore passate in confessionale, Etc..). Ciò è naturale, in quanto naturalmente in linea con la natura dell’uomo. Non gli si può rimproverare di essere stanco o di non essere più in forze per confessare.

Ciò non implica, tuttavia, che il penitente debba divenire “il destinatario” di queste situazioni psicologiche interiori: il fedele, in sostanza, non deve divenire la fonte presso cui sfogare la propria frustrazione. Se il confessore è nervoso è bene che non confessi in maniera altrettanto nervosa e che non sfoghi il proprio nervosismo sul fedele: questa situazione, ripetuta negli anni e per un gran numero di volte, può stancare il fedele e portarlo ad allontanarsi per sempre. Questo atteggiamento è deleterio e logora il servizio alla Chiesa.

Una confessione ricevuta in maniera nervosa può alterare gli equilibri interiori dell’anima, sfiduciare il fedele e allontanarlo, farlo desistere dall’andare a confessarsi nuovamente. Una confessione ricevuta, accolta ed eseguita in maniera nevrotica, causata dal nervosismo personale del confessore, può logorare l’atto sacramentale.

II. Giudicare l’anima a causa dei peccati confessati, per ignoranza o per arricchire il proprio orgoglio. In confessionale si va per accusare i propri peccati, sinceramente pentiti e con il proposito di non commetterli più. Vi sono due parti: l’accusatore del peccato (il fedele penitente) e colui che impartisce l’assoluzione per il peccato commesso (il confessore). Il confessore è colui attraverso cui Dio cancella il peccato e assolve il penitente. Esporre il peccato significa che il confessore deve ascoltare il peccato, poi assolvere.

Spesso, per esperienza personale, succede che il confessore, per un difetto d’ignoranza, per mancanza di risorse, per l’ego e per orgoglio personale, varchi la linea di confine che intercorre tra il peccatore ed il peccato, finendo per giudicare il peccatore a causa del peccato commesso. Questo è un errore diabolico, terribile per l’anima, capace di causare scandalo e dispiacere per l’umile con il rischio di allontanarlo.

Intendiamoci (faccio una serie di esempi fittizi): confessare il peccato della bestemmia e sentirsi giudicati, ricevendo una parola di giudizio “estrema”, non è cristiano né pedagogico; confessare il peccato della masturbazione a 27anni e sentirsi dare del fallito non è cristiano né pedagogico; sentirsi chiedere se hai la fidanzata, rispondere di no e, a causa del fatto che si è nella masturbazione e pure single, ci si sente dare doppiamente del fallito, non è cristiano né pedagogico. Potrei creare milioni di esempi e variabili annesse: ci siamo capiti.

Per quanto il peccato possa fare schifo, il confessore non ha il diritto né il potere né il dovere di giudicare l’anima, facendola sentire un pezzo d’escremento, qualunque sia il peccato confessato. Si ottiene l’effetto opposto. Il confessore deve ascoltare e poi assolvere, non giudicare l’anima né darle le chiavi di risoluzione della sua vita. Non deve sostituirsi a Dio.

III. Curiosare, far domande improprie, non consone, cercare di entrare nei dettagli del peccato per curiosità. La curiosità è una malattia dell’io. Chi curiosa nel peccato è schiavo di un peccato. Il confessore deve ricevere il peccato senza curiosare nel peccato. Se ciò non avviene, il confessore sta attuando un grave peccato d’ignoranza e di curiosità. Se confessate peccati impuri contro il Sesto Comandamento, il confessore NON DEVE SAPERE cosa avete fatto nello specifico, con chi, quando e dove, cosa avete “toccato” e cosa avete visto e non visto. Ciò può essere chiesto per curiosità personale, una curiosità mossa dalla malizia di sapere dettagli peccaminosi per il proprio gusto. Non va bene.

IV. «Velocizzare» la confessione dei peccati, mettere fretta al penitente. La natura creaturiale comporta limiti, stanchezze e affaticamento. È naturale. Quando un confessore non se la sente più di confessare, dovrebbe avere il coraggio di non confessare più. Uno dei comportamenti deleteri che più di tutti ho riscontrato, è quella sorta di “velocizzazione” impropria che taluni confessori attuano. Questo vizio standardizzato di andare di fretta e dunque di “frettolosizzare” la confessione sacramentale è contro producente.

Velocizzare l’atto del Sacramento può comportare una serie di dinamiche contro indicative per il fedele. A seconda di come si comporti il confessore, il fedele può sentirsi con l’acqua alla gola, velocizzare a sua volta l’accusa dei peccati perchè gli viene messa fretta, confessarsi male, sentirsi inadeguato, dispiacersi, sentirsi non sufficientemente importante, non voluto e rifiutato o dimenticarsi o tacere dei peccati per la fretta generata. L’errore più grave è quello di alzare la mano per l’assoluzione ancor prima che il fedele abbia finito, segno che il confessore vuole terminare il prima possibile. Quando così accade, talvolta non si ha nemmeno il tempo di confessarsi per bene.

Il confessore sbaglia nel voler ridurre il tempo per l’accusa dei peccati senza ridurre il proprio, di tempo: sbaglia nel voler mettere fretta al penitente senza però rinunciare al tempo che dedica al suo intervento. Dovrebbe invece funzionare all’opposto: al penitente dovrebbe andare tutto il tempo necessario, mentre il confessore, qualora sia di fretta, non dovrebbe togliere tempo al penitente ma a se stesso. Riduco il tempo a me e lascio il tempo all’altro.

Se il penitente esce dai limiti della confessione, passando dall’accusa dei peccati al racconto dei fatti personali, allora il confessore ha il dovere di riportarlo sui binari. In questo caso è così che si può salvare tempo, qualora il sacerdote fosse un po’ di fretta.


L’errore più grave è che il sacerdote, anziché limitarsi ad essere uno strumento passivo (senza intervento personale), produce una serie di interventi che talvolta possono non essere di certo frutto dell’ispirazione divina, ma soltanto del proprio io soggettivo e limitato. L’errore è anteporre il proprio io convinti che sia la cosa giusta o che tutto ciò venga da Dio. L’intervento è sacrosanto quando questo è nei limiti del Vangelo e porta a Dio: l’intervento cessa di essere cristiano quando questo riflette le opinioni personali del confessore, finendo nell’attuazione degli “atteggiamenti inadeguati” di cui ho parlato.

Cari confessori, ascoltatemi: limitatevi ad ascoltare, limitatevi ai suggerimenti del Vangelo, senza interventi eccessivamente “interventisti” e limitatevi ad assolvere. La confessione non è una chiacchiera a tu per tu per la risoluzione dei problemi del fedele. L’uomo non è in grado né di capire l’anima né di comprendere appieno perchè compia un tale peccato né cosa dovrebbe fare per non compierlo.

Non siete lo psicoterapeuta del penitente e il confessionale non è una seduta di psicoterapia. Limitate il consiglio alla preghiera e ai Sacramenti, senza anteporre in maniera fuori luogo e non consona il vostro io elaborando prodotti della vostra esperienza personale che non necessariamente funzionano sull’altrui persona.

Preghiamo per i sacerdoti – In quanto a noi, qualunque sia il problema riscontrato in confessionale, continuiamo a confessarci.

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