“Schiavo di Maria” e “schiavitù alla Madre di Dio”, san Montfort non fu il primo a parlarne: un’indagine filologica e storica

San Luigi Montfort, nel suo manoscritto Trattato della Vera Devozione a Maria (1842), usufruisce di vocaboli quali schiavo (di Maria) e schiavitù (a Maria). Per i tempi in cui questi vocaboli vennero diffusi, l’utilizzo di tali terminologie suscitò dubbi teologici e scandali di significato e interpretazione. San Montfort non fu, comunque, il primo a parlarne. Talvolta gli si accredita l’origine di tali concezioni: in realtà si tratta di realtà teologiche stratificate nella Chiesa Cattolica da più di 1.800 anni – 700 a detta di san Montfort, riferendosi, però, soltanto agli atti di consacrazione. C’era già chi parlava di “schiavo di Maria”, “schiavitù a Maria” e via discorrendo e chi già praticava preghiere di consacrazione ben prima del santo francese.

Con “Schiavo di Maria” e “Schiavitù alla Madre di Dio” Montfort intende un atto di sottomissione totale alla Madonna: sotto di lei e con lei noi camminiamo, in obbedienza e abbandono totale alla Madre di Dio. È una conseguenza interiore ed esteriore del nostro personale rapporto con Lei; è una condizione devozionale nei confronti di Maria; è una condizione di obbedienza filiale uni-laterale. Lei chiede, noi eseguiamo, in quanto nostra mamma e nostra guida terrestre verso Cristo. Le terminologie non vanno contestualizzate e interpretate secondo l’io sognante dell’uomo (secondo cui ognuno ci legge ciò che vuole), ma vanno sottoposte ad una rigida disciplina teologica, onde evitare di uscire dal binario semantico sfociando in altri territori che, con la Madonna, non hanno niente a che vedere.

Chi per la prima volta si affaccia dinanzi tali terminologie, può rimanere interiormente scosso, stupito dalla singolarità delle parole usufruite e non capendo quale senso abbia esprimere la propria devozione usando proprio questi termini; pregando e camminando, capirete la tranquillità teologica del tutto. Poi, non è nemmeno di patto che dobbiamo usarli anche voi: potete praticare la vostra devozione senza necessariamente usufruire di tali vocaboli. A voi la scelta.

San Montfort, a pagina 179 del Trattato (edizione Shalom), scriveva: “Perchè questa pratica che io insegno non è nuova, è antica quanto mai, e come dice il Boudon 1, morto da poco in odore di santità, in un libro che ha scritto su questa devozione, non se ne possono indicare esattamente gli inizi; è però certo che se ne trovano le tracce nella Chiesa da più di settecento anni”.

1. Il libro a cui si riferisce Montfort si chiama Dieu seul ou Le saint esclavage de l’admirable Mère de Dieu, diffuso a Parigi nel 1667. L’autore, Henry-Marie Boudon, nacque nel 1624 e morì nel 1702.

Vediamo cosa ci dicono le fonti
Torniamo indietro di “qualche” secolo

Volume di riferimento
San Luigi de Montfort
Trattato della Vera Devozione a Maria
©Shalom Editore 2.11.1995

“Schiavo di Maria”

Il vocabolo “schiavo” associato a Maria compare fin dai tempi antichi. È difatti presente in una serie di sigilli risalenti all’epoca dell’Impero Romano d’Oriente, periodo storico 395-1453. Sigilli antichi quanto la storia della Chiesa e della patristica. Il vocabolo presente nei sigilli era doûlos, termine greco maschile che sta per “schiavo”, ed era associato al nome della Madre di Dio. Il vocabolo compare anche sulla piattaforma ottagonale dell’ambone (struttura sopra la quale avvengono le letture) di papa Giovanni VII, papa dal 705 al 707, nella Chiesa di Santa Maria Antiqua presso il Palatino, uno dei sette colli di Roma (Rione X Campitelli, Roma).

È presente in aggiunta in un mosaico reperibile nelle grotte del Vaticano, proveniente dall’oratorio che il medesimo papa Giovanni VII volle erigere nella basilica di San Pietro. “Schiavo di Maria” è presente perfino in una consacrazione scritta che usava recitare Dagoberto II, re dei Franchi di Austrasia, che regnò dal 649 al 679.

Schiavitù a Maria”

Tracce storiche inerenti il concetto “Schiavitù di Maria” sono presenti fin dai tempi antichi. Lo spagnolo Simone de Rojas (1552 – 1624), membro dell’Ordine della Trinità (ove vi entrò a 12 anni), fondò la “Confraternita degli schiavi della Vergine Madre di Dio e del dolcissimo nome di Maria”. Simone de Rojas diffuse la “Schiavitù di Maria” in Spagna e nelle Indie, si presume con certezza storica le indie occidentali, attraverso i conventi del suo Ordine, divenendo uno dei maggiori promotori del culto mariano a quel tempo. Diffuse la devozione mariana in tutta la Spagna e la Germania ottenendo da papa Gregorio XV (1554 – 1623), su istanza di re Filippo III, indulgenze per coloro che l’avessero praticata. L’opera del religioso spagnolo fu uno degli strumenti primari per la diffusione di tale pratica nel mondo occidentale, nel passaggio temporale in direzione del terzo millennio.

Stanislao Fenicki (1592 – 1652), personaggio storico di cui si sa poco o nulla, diffuse la schiavitù di Maria in Polonia, in collaborazione con altri padri gesuiti, su richiesta esplicita di re Ladislao IV. Cornelius Van Den Steen (1567 – 1637), riconosciuto per le virtù e la scienza teologica, fu incaricato di esaminare la devozione mariana quale “schiavitù di Maria”, per vedere se fosse in linea alla luce della Scrittura e del Magistero. Dopo un’analisi approfondita, ne constatò la qualità obiettiva e la lodò, permettendone la diffusione. Una parte del suo commento a riguardo è racchiuso nel volume Comment. in Eccli., c. 6, v. 6. Stanislaus Papczyński (1631 – 1701), che Montfort chiama Stanislao Phalacius, fondò la congregazione “Mariani dell’Immacolata Concezione”, primo ordine religioso maschile creato in Polonia, e diffuse la medesima pratica nel paese polacco.

Queste sono alcune delle fonti ove questi vocaboli e questi concetti, espressi attraverso le suddette terminologie, hanno fatto la loro comparsa nella storia della fede cristiana, divenendo parte della tradizione della Chiesa, con verifica e permesso ecclesiastico. Concludendo, vi consiglio la lettura del Trattato di Montfort: non ve ne pentirete 😉

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