I miei tre incontri con padre Petar Ljubicic, il frate di Medugorje scelto dalla veggente per svelare i 10 segreti

Il sorriso di padre Petar si presenta un quarto d’ora prima di lui. Di lui non ci si ricorda tanto cosa dice o come lo dice (anche), ma il sorriso che ha scolpito in modo immacolato ed inamovibile, nemmeno fosse il suo stesso volto. Poi sopraggiunge la parola di Dio, quella del Vangelo. Sono tante le parole che dice e tutte hanno un comune denominatore: pace, speranza e positività. Non si sentono mai discorsi di negatività, nemmeno dinanzi le domande e le situazioni più scomode. La sua parlantina è quella di un personaggio perennemente contento. Averlo incontrato, indipendentemente da chi è e da cosa dovrà fare, è stata un esperienza piacevole e memorabile. E non me lo sono neanche cercato: mi è capitato!

Il I° incontro

Incontrai padre Petar, “l’uomo dei segreti”, nel 2014, durante uno dei miei pellegrinaggi millenari a Medugorje. Quel giorno, Stefania e Milva, i nostri capo guida (ciao Stefiii! Ciao Milvaaa!), ci dissero che avremmo incontrato proprio lui e che saremmo andati a trovarlo presso la sua parrocchia (se vi state chiedendo come si chiama, dove si trova e come si raggiunge, non ne ho la più pallida idea! Io stavo solo in pullman e seguivo il gruppo).

Il viaggio prese vita a Medugorje, poco distanti da san Giacomo, e si protrasse per almeno 40-50 minuti. Raggiungerlo è quindi questione di macinare almeno 60km. La parrocchia dove vive è come uno di quei rifornimenti di gasolio del vecchio west dove non trovi altro al di fuori delle pompe di benzina e del rifornimento stesso e tutto sembra essere circondato da un deserto ‘leggendario’ che fa tanto 1910. Lì, dove vive il sacerdote, si trova solamente la chiesa, il piazzale frontale e gli spazi laterali. Non sembra esserci altro, se non la strada dell’entroterra bosniaca che conduce verso ‘un altrove’ che non ho mai visitato.

Quando giungemmo da lui, l’eccitazione ci precedeva e questo solamente perchè sapevamo chi fosse. “L’uomo che svelerà i 10 segreti”. Questo creò in noi un desiderio di incontro particolare. Desiderio che già di per sé dovrebbe essere forte per il semplice fatto che si tratta di un presbitero con il potere ministeriale di confessare e di assolvere. Non appena arrivammo, la maggior parte di noi avrebbe voluto fiondarsi da lui, agguantarlo e chiedergli “quando si realizzano i segreti?”. Cosa che tutti ci sentivamo di fare e che nessuno fece (se ve lo state chiedendo: non lo sa).

La giornata ci portò a Gesù e lui, padre Petar, fece altrettanto, lasciandosi usare dal Signore che donarci il Vangelo e i Sacramenti. Ci prese, facendoci ombra con il suo sorriso largo quanto il diametro lunare e ci portò dentro la chiesa, dove un nutrito set di contenuti ci attendeva.

I protagonisti furono la catechesi, la Santa Messa, l’Adorazione Eucaristica e la benedizione finale con imposizione delle mani. Quel che contraddistinse il tutto fu il sorriso del sacerdote, mai cessante e privo di qualsiasi voglia interruzione, il suo modo di parlare come se ogni parola fosse contrassegnata da gioia e come se non potesse perdere nemmeno un grammo di quella felicità che possiede interiormente, con una gioia che non decadeva mai qualsiasi parola pronunciasse e, sopratutto, un fiume senza fine di ringraziamenti continui dopo la conclusione della Messa e l’inizio immediato dell’Adorazione.

Ricordo vividamente, nemmeno avessi il filmato in 4k che mi scorre in testa, la Messa che termina, padre Petar che prende l’Eucaristia, la mette sopra l’altare, si inginocchia e ringrazia per quasi venti minuti Gesù senza mai smettere di sorridere e di esprimere gioia in un vortice calcolato di ringraziamenti, lodi e offerte senza interruzioni e con fervore costante. Questo non lo avevo mai visto fare a nessuno in anni di onorata ‘carriera’ cattolica (rigorosamente da laico).

I momenti furono intensi e seguirono l’uno dopo l’altro nell’arco di un ora e mezza. Il caro padre ebbe poi molti altri pellegrini da ricevere e da lì il nostro “turno” giunse al termine. Il tempo di vivere e ricevere i Sacramenti, di avvicinarmi, di vederlo sorridere e parlare da vicino, con quel suo italo-bosniaco caratteristico, il tempo di farci la foto di gruppo, tutti assieme dinanzi l’entrata, di stringergli la mano ed era già tutto finito. It was time to congedarci. Il mio ultimo ‘atto’ finale fu la stretta di mano. Poi avrei anche voluto chiedergli “allora, che ne pensi dei segreti?” — non credete che non ne abbia avuto voglia.

E no, non gli chiesi nulla, anche se la voglia di porgli una qualsiasi domanda a riguardo mi stesse esplodendo dal torace. E tornammo nel pullman in una giornata di sole, per tornare a Medugorje. Bello, bello, bello.

Il II° incontro – Il ritorno

Il secondo incontro fu un remake, un rifacimento della prima volta. Stessa giornata e stessa situazione, solo qualche tempo dopo. L’incontro fu lo stesso e non lo vidi cambiato nemmeno per sbaglio e questo detto in senso positivo.

Volto solare e atteggiamento contento, come sempre. Nuovamente ci furono i Sacramenti, accompagnati dal suo sorriso e la benedizione finale con imposizione delle mani. Solamente, molte più persone e molti più gruppi che sarebbero dovuti giungere dopo ed invece arrivano prima ed altri che sarebbero dovuti venire prima e che invece arrivarono dopo.

Lo vidi la prima volta con il sorriso che emanava raggi solari e lo ritrovai con il sorriso che nuovamente emanava luce. Un piccolo sole-satellite che gravita su Medugorje — è lui.

Il III° incontro… inaspettato

Il terzo ed ultimo incontro accadde senza nemmeno volerlo, nell’aprile del 2016, quando ero in pellegrinaggio con il gruppo Esercito di Maria. Ero lì che girovagavo per strada, tra la chiesa ed il Podbrdo, quando passai dinanzi uno spazio enorme, recintato, limitrofo ad una di quelle case-pensioni per pellegrini.

Ero lì che camminavo nei paraggi, quand’ecco che lo vidi: era padre Petar in persona.

“Oh, guarda chi c’è…”. Pur standomi ad una quarantina di metri di distanza, lo riconobbi. Vidi, d’improvviso, che indicava con il braccio verso la mia parte.

“Ma sta indicando noi?” — mi trovavo con alcuni ragazzi. Così pensai che stesse indicando proprio noi e che ci stesse facendo cenno di avvicinarci. “Magari si ricorda di me…” pensai.

Padre Petar continuò ad indicare verso di noi. Io, convinto, mi avvicinai e portai tutto il gruppo con me, della serie “ragazzi indica noi, andiamo!”.

“Si ricorda di me forse raga!” tutto priato, come se fossi “l’amico di cui si ricorda” su migliaia di pellegrini che incontra, pronto a vantarmi con i ragazzi con cui mi trovavo. E nel mio cuore quasi mi convinsi che si ricordava dell’arancino siciliano, il più grande fan al mondo di Medugorje, cioè io.

Come mi ritrovai vicino, dapprima vidi il suo sorriso rivolto verso di noi, poi mi accorsi che, effettivamente, non stava indicando né salutando noi, ma quelli dietro, dei quali non avevo constatato nemmeno l’ombra. Mi avvicinai comunque, dato che c’ero, e lo salutai. Lo vidi farmi il segno della croce, sorridere, trapelare due parole in Cristo che non avrei capito nemmeno con google translator e poi avviarsi verso il gruppo di pellegrini che aveva. Quando capii che non era lì per noi ma per un gruppo apposito, mi defilai.

“Mmh, ok, stava indicando loro…” e seguirono alcuni sguardi a me rivolti della serie “Fabio…”. Rivederlo fu esattamente come la prima volta: un sorriso costante e senza fine.

Sembra che cammini come se fosse sopra una nuvola: è sempre illuminato da una gioia particolare ed è sempre sorridente, come se fosse ad un passo o due dal Paradiso. E’ lì sopra e non scende più. E’ un grande — un personaggio. E questa fu l’ultima volta che lo vidi.

Bello averlo incontrato; non è speciale perchè rivelerà i segreti e non è questo rende positivo o meno l’incontro. E’ il suo essere due o tre spanne sopra i mormorii e le tenebre che si vedono tutt’intorno, che rende l’incontro memorabile. E’ sempre contento. Questo è il mio ricordo di padre Petar. Ciao padre Petar, alla prossima.

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