Fenomenologia delle tentazioni anteriori alla confessione

Dirigersi verso ciò che è buono, santo, di origine trascendentale, attrae a sé l’attenzione del maligno più di quanto questo sia già di suo naturalmente inclinato verso chiunque cammini in direzione del divino. Egli, il maligno, si porta verso l’anima non per interesse, come se potesse trarne un beneficio, ma per l’inamovibile impossibilità – intrinseca nella sua stessa natura angelica – di poter fare del bene. Avvenuta la «transizione» dall’essere in comunione con Dio all’essere privato di Dio, l’ente angelico è divenuto l’opposizione di Dio prima e assoluta: privato dell’amore e dunque della possibilità naturale di amare. Costituto solamente dalla privazione dell’amore: puro odio, puro male, pura invidia, pura gelosia. Il maligno non può non volere di tentare l’anima: è il suo stesso essere che esercita questa funzione, alla quale egli stesso non può sottrarsi per natura.

Se l’anima si dirige verso il Sacramento della Confessione, il maligno tenterà di sviare l’anima dal Sacramento affinchè essa si separi dai doni del cammino salvifico. Nell’atto in cui un uomo decide di portarsi in confessione, l’angelo può tentare di indebolirne l’intenzione, intaccandone l’intelletto e sviandone l’agire – inducendolo ad evolversi dal volersi confessarsi ad un eventuale rimando. L’angelo non intacca la corporeità dell’uomo, ma la funzione che precede la sua stessa corporeità: l’intelletto, la risorsa intrinseca del suo stesso essere. La medesima che opera per prendere coscienza, relazionarsi, vivere e spostarsi nello spazio e nel tempo. Se l’uomo usa il corpo è perchè decide di farlo attraverso l’uso della facoltà intellettiva.

Satana intende intaccare l’intelletto, indebolire le difese critiche, offuscare il pensiero umano, far sì che il suo concetto di morale sia invertito e sviato. Nel cammino di vita ogni fedele sperimenta una qualche forma di tentazione, sia essa ordinaria o straordinaria. Esistono un insieme di tentazioni specificamente anteriori alla confessione, sia di «produzione umana» – che avvengono ovvero in qualità di formulazione psicologica e non necessariamente suscitate dal maligno – sia di «produzione angelica» – suscitate ovvero dal maligno e propriamente indottesuggerite dall’angelo.

Vi sono, difatti, una serie di tentazioni che Satana può suscitare nella psiche del fedele, nei limiti della tentazione ordinaria permessa da Dio, ancor prima che il suddetto si avvii a confessarsi. Le suddette tentazioni che mi accingo a descrivere sono state ottenute, dunque conosciute, nei limiti del vissuto esperienziale. Il presupposto esperienziale si differenzia da un eventuale presupposto teorico – nozionistico dal fatto che quanto si ottiene non si legge: si vive. Quanto si ottiene diviene parte dell’io non per studio, ma per esperienza.

La Chiesa custodisce e ricorda ad ogni generazione, nel tempo e nello spazio, l’importanza primaria del Sacramento della Riconciliazione, altresì conosciuto come confessione. Il Sacramento della Riconciliazione – la confessione – è un dono voluto e offerto per misericordia divina; è l’atto – un atto d’amore divino – attraverso cui, per i meriti della Dolorosa Passione di Cristo, l’anima pentita viene perdonata per i peccati commessi, sicché giustificata, potendosi dunque riconciliarsi con Dio – riacquistato lo stato di amicizia. Nella confessione, Cristo riversa il suo sangue divino scaturito dalla Passione, cancella i peccati mortali dell’anima e ne ripulisce l’interiorità, assolvendo il penitente dalla pena eterna.

Un peccato mortale genera un’offesa infinita a Dio e ad un’offesa infinita corrisponde una pena eterna. Chi muore in peccato mortale – liberamente ostinato nel peccato e dunque impenitente – si colloca da sé tra i peccatori impenitenti e va da se stesso all’Inferno. La Passione di Cristo è l’atto che ripara l’offesa infinita causata al Padre dal peccato dell’uomo. Soltanto per i meriti della Passione di Cristo, il fedele può ottenere la grazia della riconciliazione con Dio, ottenendo la giustificazione.

Bisogna sapere che Satana conosce ottimamente il Catechismo della Chiesa Cattolica. L’intelletto angelico ha in sé la piena conoscenza di cosa sia la verità, essendo l’angelo creato dinanzi a Dio ed avendo egli potuto gustare la visione beatifica. Egli sa quanto sia fondamentale la confessione e ne conosce i presupposti teologici meglio di quanto possa fare l’intelletto umano. Per questo il demonio ha il terrore di essa. Il maligno, essere di puro spirito in eterna opposizione a Dio, non vuole che una persona qualsiasi si confessi, conscio che essa, confessandosi, si ricongiungerebbe a Dio, riacquistando lo stato di grazia, perdendo così lo stato mortale – di non comunione con Dio – dell’anima.

Chi vuole confessarsi diviene il nemico n. 1 del maligno, oggetto della tentazione diabolica, soggetto appetibile per gli attacchi ordinari di Satana. Spesso, nel tentativo concreto di recarsi in confessionale e di potersi confessare, si ricevono impulsi, pensieri, condizioni che fungono da tentazione, e che ci portano, attraverso le nostre scelte arbitrarie e decisionali dinanzi la tentazione, a non volerci più confessare, finendo per rinunciare a questo primario e quanto mai importante Sacramento. Quando ciò accade, il maligno ottiene una vittoria temporanea sull’anima: essa ha sì desistito dinanzi la confessione, ma può ancora rimediare finché ha in se stessa l’alito della vita. Bisogna combattere: Dio non vuole che l’anima si abbatta, ma che combatta, risalendo la china perduta.

Sono innumerevoli le tentazioni che possono venire prima della confessione. Si tratta di una serie di tentazioni, meramente intellettuali, interiori e spirituali, che il maligno usa per allontanarci da questo Sacramento. Ve ne sono di molteplici, ne abbiamo di varie: scoraggiamento spirituale, depressione, tentazione dell’impossibilità, tentazione della disperazione, risentimento e rancore verso Dio e quant’altro. Rigorosamente conosciute per esperienza personale.


Pensieri
  1. “È inutile che mi confessi, tanto poi torno a peccare…”
    • Non implica che non ci si debba confessare solamente perchè si crede che si tornerà a peccare. Così facendo l’uomo si trascina da sé in uno stato perpetuo di peccato, disperato e continuo, convinto che rialzarsi e riprovare sia inutile; realizzerà da sé ciò che ha da se stesso stabilito. Diverrà ciò che pensa. É possibile che Dio doni un ulteriore grazia di forza a coloro che hanno ancora peccato e che desiderano pentirsi, nonostante il numero e la gravità di peccati commessi.
  2. “È inutile che vada, tanto Dio non mi perdonerà mai”
    • Bestemmia contro Dio, falsità dottrinale, inesattezza storica, convinzione di origine diabolica. Ciò è falso: Dio è sempre e comunque disposto a perdonare, qualora l’anima sia realmente pentita dei peccati commessi. La misericordia non ha limite se non il limite ultimo che l’uomo antepone da se stesso: rifiutare liberamente la misericordia di Dio.
  3. “Bah, e dopo che mi confesso? Tanto non cambia nulla”
    • La confessione è già di per sé un’azione concreta per sviluppare un cambiamento radicale nella propria vita; qualora ci si confessi in buona fede, si è compiuto il primo passo verso il cambiamento.
  4. “Non mi serve confessarmi, Dio mi ha già perdonato”
    • Il presupposto del perdono implica riconoscere il peccato commesso, e dunque accusarlo dinanzi a Dio. Dio non ha “già perdonato”; ha già predisposto il perdono, predisponendosi a perdonare, qualora la persona sia pentita, differenza che ha del colossale. Tocca al fedele compiere il passo proprio che egli deve compiere: accusarsi e scusarsi. Il rapporto è una cooperazione a due.
  5. “Mi confesso nel cuore, non serve andare in confessionale..”
    • I presupposti teologici divinamente rivelati da Cristo precludono la possibilità di confessarsi da se mediante una falsa autonomia. È necessaria l’accusa dei peccati mediante l’intermediazione del sacerdote.
  6. “Non mi serve a nulla, tanto a Dio non frega niente di me…”
    • Il pensiero del disperato è soggiogato dalla malinconia. Questo stato falsifica la percezione che si ha di Dio, divenendo vittima di una concezione del divino errata e malintesa.
  7. “Chi me lo fa fare? È distante e ci vogliono venti minuti di strada per arrivare e poi magari non trovo neanche il sacerdote…”
    • La confessione che si rifiuta potrebbe essere l’ultima che ci era stata concessa in vita prima che si affronti il passaggio verso l’eternità. Bisogna combattere contro qualsiasi tentativo che tenti di annullare l’agire verso il Sacramento.
  8. “Ho dolori fisici, non riesco ad andare, sto a letto che è meglio”
    • Qualora sia realmente impossibile muoversi, si può comprendere che non ci si riesca a confessarsi; qualora invece il dolore non precluda la possibilità reale di muoversi, è bene che il fedele ragioni se ne vale realmente la pena rifiutare il dono sacramentale per una presunta debolezza temporanea.
Stati dell’anima
  • Tentazione dell’accidia. Disperazione della salvezza e convinzione che sia inutile ritornare a Dio, che Dio non possa perdonare, che il peccato sia maggiore della misericordia di Dio e che tutto oramai sia perduto. E che anche la confessione sia parte imprenscindibile di ciò che non si può più compiere per convinzione personale.
  • Tentazione della nullafacenza, della pigrizia, dell’ozio, fisico e mentale. Non volersi alzare dal letto, non volersi vestire e non voler uscire poichè troppo annoiati e soggiogati dall’ozio. Incapaci di compiere un’azione poiché soggiogati dalla comodità di non doversi muovere.
  • Tentazione della commiserazione. Volersi piangere addosso, commiserarsi, auto compatirsi, voler rimanere vittime della propria tristezza piuttosto che uscire da se stessi per cambiare condizione. Voler scegliere di rimanere dentro il proprio io, preferendo lo stato di opposizione a Dio, costituito da una forma di malinconia perpetua, ad uno stato dell’anima in cui potrebbe fiorire lo Spirito Santo; preferire la malinconia alla gioia.
  • Tentazione del delusionismo emozionale. Credere che non ci sia nulla da fare rimanendo vittime del proprio stato delusionale. Pensare “È andata così male, sono così deluso.. dai, non mi confesso, tanto a Dio che importa”. “Non mi confesso, tanto poi non cambia niente…”. Lasciare che il delusionismo ci pervada e ci abbatta, finendo per divenire incapaci di qualsiasi reazione.
  • Tentazione del “rimandare a poi”. “Magari vado domani, ora c’è la partita…”.
  • Tentazione impura. Volersi buttare nell’impurità, voler scegliere di assecondare l’istinto dell’appetito sessuale, rimandando la confessione “poichè ora finirò per peccare di nuovo: mi confesserò più avanti quando mi riprendo”.
Tentazioni di contesto
  • Persone moleste che ci vogliono far desistere dal proseguire lungo la strada verso la Chiesa particolare ove ci si vuole confessare.
  • Ostacoli di qualsiasi tipo lungo la strada dal momento in cui si esce fino a quando si raggiunge il sacerdote: traffico, condizioni meteorologiche, particolari situazioni sociali, guasti improvvisi dell’auto e quant’altro.

Sono giunto a conclusione. Vi chiedo, formulando un quesito retorico: avete mai avuto queste tentazioni prima della confessione? Se così fosse, sappiate che il maligno si manifesta in ognuna delle suddette e si nasconde dietro ad ognuna di queste formulazioni, suscitandole secondo il permesso divino. Dobbiamo esser forti e combattere ogni tentazione che ci sopraggiunge. Confessiamoci e non pecchiamo più.

Giovanni 8, 10 Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11 Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

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