Quando il “Voto di obbedienza” ti risulta difficile | Difficili obbedienze e obiezione di coscienza: cosa dice la Chiesa Cattolica di Roma


A te, religioso consacrato o in via di discernimento, uomo o donna che tu sia, che ti vien difficile mantenerti fedele al voto di obbedienza, che ti chiedi “riuscirò mai ad obbedire in questa cosa?”, che ti rastrelli l’anima tua mentre di notte ti arrostisci da solo tra le coperte del letto, che ti torturi l’anima, lenendola a colpo multiplo, conversando con quel piccolo pensiero di coscienza che ti sussurra “questo non puoi farlo”, che ti chiedi chi te l’ha fatto fare…

… se sei in difficoltà, in tali e particolari difficoltà, ricordati di pregare, di desistere da qualsiasi volontà tua dettata dall’io ma di parlarne prima con il tuo padre spirituale e, in aggiunta, ricorri ai documenti ufficiali della Chiesa Cattolica di Roma, affinché possano essi venirti in aiuto. Ricorda che comunicare con il proprio direttore spirituale è la via verso la risoluzione del problema e che non sarà la conversazione solitaria “io vs. io” a produrti una via di uscita. Ma intanto, o anima religiosa, consacrata o meno che tu sia, leggi, che la lettura di aiuto ti è e mal non fa.

TEMA DELL’ARTICOLO: difficoltà a compiere il voto di obbedienza | L’obiezione di coscienza all’obbedienza dovuta

TARGET DI RIFERIMENTO: coloro che sono soggetti all’obbedienza: i religiosi consacrati (voto di obbedienza), i religiosi non ancora consacrati (hanno comunque l’obbedienza pur non avendo ancora esercitato il voto) i sacerdoti diocesani non religiosi (promessa di obbedienza), i laici (con l’obbedienza privata, emessa con il permesso del vescovo, al confessore-direttore spirituale e/o padre spirituale)

P.S. Ho riportato solo alcuni estratti specificatamente dediti all’argomento trattato. Per la lettura del testo integrale, bisogna cliccare nel link sottostante.


Estratto dal «Il servizio dell’autorità e l’obbedienza» della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica.
Leggi il testo integrale
P.s. note disponibili nel testo originale

L’obbedienza come ascolto

  1. « Ascolta, figlio » (Pr 1,8). L’obbedienza è prima di tutto atteggiamento filiale. È quel particolare tipo d’ascolto che solo il figlio può prestare al padre, perché illuminato dalla certezza che il padre ha solo cose buone da dire e da dare al figlio; un ascolto intriso di quella fiducia che rende il figlio accogliente della volontà del padre, sicuro che essa sarà per il bene.

Ciò è immensamente più vero nei riguardi di Dio. Noi, infatti, raggiungiamo la nostra pienezza solo nella misura in cui ci inseriamo nel disegno con cui Egli ci ha concepito con amore di Padre. Dunque l’obbedienza è l’unica via di cui dispone la persona umana, essere intelligente e libero, per realizzarsi pienamente. In effetti, quando dice “no” a Dio la persona umana compromette il progetto divino, sminuisce se stessa e si destina al fallimento.

L’obbedienza a Dio è cammino di crescita e, perciò, di libertà della persona perché consente di accogliere un progetto o una volontà diversa dalla propria che non solo non mortifica o diminuisce, ma fonda la dignità umana. Al tempo stesso, anche la libertà è in sé un cammino d’obbedienza, perché è obbedendo da figlio al piano del Padre che il credente realizza il suo essere libero. È chiaro che una tale obbedienza esige di riconoscersi come figli e di godere d’esser figli, perché solo un figlio e una figlia possono consegnarsi liberamente nelle mani del Padre, esattamente come il Figlio Gesù, che si è abbandonato al Padre. E se nella sua passione si è pure consegnato a Giuda, ai sommi sacerdoti, ai suoi flagellatori, alla folla ostile e ai suoi crocifissori, lo ha fatto solo perché era assolutamente certo che ogni cosa trovava un suo significato nella fedeltà totale al disegno di salvezza voluto dal Padre, al quale – come ricorda san Bernardo – «non fu la morte che piacque, ma la volontà di colui che spontaneamente moriva».11

«Ascolta, Israele» (Dt 6,4)

  1. Figlio, per il Signore Iddio, è Israele, il popolo che Egli si è scelto, che ha generato, che ha fatto crescere tenendolo per mano, che ha sollevato alla sua guancia, cui ha insegnato a camminare (cf. Os 11, 1-4), cui – come somma espressione di affetto – ha rivolto in continuazione la sua Parola, anche se questo popolo non sempre l’ha ascoltata, o l’ha vissuta come un peso, come una « legge ». Tutto l’Antico Testamento è un invito all’ascolto, e l’ascolto è in funzione dell’alleanza nuova, quando, come dice il Signore, « porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo » (Eb 8,10; cf. Ger 31,33).

All’ascolto segue l’obbedienza come risposta libera e liberante del nuovo Israele alla proposta del nuovo patto; l’obbedienza è parte della nuova alleanza, anzi il suo distintivo caratteristico. Ne segue che essa può essere compresa compiutamente solo all’interno della logica di amore, d’intimità con Dio, di appartenenza definitiva a Lui che rende finalmente liberi.

L’obbedienza alla Parola di Dio

  1. La prima obbedienza della creatura è quella di venire all’esistenza, in adempimento al fiat divino che la chiama ad essere. Tale obbedienza raggiunge piena espressione nella creatura libera di riconoscersi ed accettarsi come dono del Creatore, di dire “sì” al proprio venire da Dio. Così essa compie il primo, vero atto di libertà, che è anche il primo e fondamentale atto di autentica obbedienza.

L’obbedienza propria della persona credente, poi, è l’adesione alla Parola con la quale Dio rivela e comunica se stesso, e attraverso la quale rinnova ogni giorno la sua alleanza d’amore. Da quella Parola è scaturita la vita che ogni giorno continua ad essere trasmessa. Perciò la persona credente cerca ogni mattina il contatto vivo e costante con la Parola che in quel giorno è proclamata, meditandola e custodendola nel cuore come un tesoro, facendone la radice d’ogni azione e il criterio primo d’ogni scelta. E alla fine della giornata si confronta con essa, lodando Dio come Simeone per aver visto il compiersi della Parola eterna dentro la piccola vicenda della propria quotidianità (cf. Lc 2,27-32), e affidando alla forza della Parola quanto è rimasto ancora incompiuto. La Parola, infatti, non lavora solo di giorno, ma sempre, come insegna il Signore nella parabola del seme (cf. Mc 4,26-27).

L’amorosa frequentazione quotidiana della Parola educa a scoprire le vie della vita e le modalità attraverso le quali Dio vuole liberare i suoi figli; alimenta l’istinto spirituale per le cose che piacciono a Dio; trasmette il senso e il gusto della sua volontà; dona la pace e la gioia di rimanergli fedeli, rendendo sensibili e pronti a tutte le espressioni dell’obbedienza: al Vangelo (Rm 10,16; 2 Tes 1,8), alla fede (Rm 1,5; 16,26), alla verità (Gal 5,7; 1 Pt 1,22).

Non si deve tuttavia dimenticare che l’esperienza autentica di Dio resta sempre esperienza di alterità. « Per quanto grande possa essere la somiglianza tra il Creatore e la creatura, sempre più grande è tra loro la dissomiglianza ».12 I mistici, e tutti coloro che hanno gustato l’intimità con Dio, ci ricordano che il contatto con il Mistero sovrano è sempre contatto con l’Altro, con una volontà che talvolta è drammaticamente dissimile dalla nostra. Obbedire a Dio significa infatti entrare in un ordine “altro” di valori, cogliere un senso nuovo e differente della realtà, sperimentare una libertà impensata, giungere alle soglie del mistero: « Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre, i miei pensieri sovrastano i vostri » (Is 55,8- 9).

Se può incutere timore questo ingresso nel mondo di Dio, tale esperienza, sull’esempio dei santi, può mostrare che quanto per l’uomo è impossibile è reso possibile da Dio; essa diviene così autentica obbedienza al Mistero di un Dio che è, nello stesso tempo, « interior intimo meo » 13 e radicalmente altro.

Alla sequela di Gesù, il Figlio obbediente al Padre

  1. In questo cammino non siamo soli: siamo guidati dall’esempio di Cristo, l’amato nel quale il Padre s’è compiaciuto (cf. Mt 3,17; 17,5), ma anche Colui che ci ha liberati grazie alla sua obbedienza. È Lui che ispira la nostra obbedienza, perché si compia anche attraverso di noi il disegno divino di salvezza.

In Lui tutto è ascolto e accoglienza del Padre (cf. Gv 8,28-29), tutta la sua vita terrena è espressione e continuazione di ciò che il Verbo fa dall’eternità: lasciarsi amare dal Padre, accogliere in maniera incondizionata il suo amore, al punto di non far nulla da se stesso (cf. Gv 8,28), ma di compiere sempre ciò che piace al Padre. La volontà del Padre è il cibo che sostiene Gesù nella sua opera (cf. Gv 4,34) e che frutta a Lui e a noi la sovrabbondanza della risurrezione, la gioia luminosa di entrare nel cuore stesso di Dio, nella schiera beata dei suoi figli (cf. Gv 1,12). È per questa obbedienza di Gesù che « tutti sono costituiti giusti » (Rm 5,19).

Egli l’ha vissuta anche quando essa gli ha presentato un calice difficile da bere (cf. Mt 26,39.42; Lc 22,42), e s’è fatto « obbediente fino alla morte, e alla morte di croce » (Fil 2,8). È questo l’aspetto drammatico dell’obbedienza del Figlio, avvolta da un mistero che non potremo mai penetrare totalmente, ma che è per noi di grande rilevanza perché ci svela ancor più la natura filiale dell’obbedienza cristiana: solo il Figlio, che si sente amato dal Padre e lo riama con tutto se stesso, può giungere a questo tipo di obbedienza radicale.

Il cristiano, come Cristo, si definisce come essere obbediente. L’indiscutibile primato dell’amore nella vita cristiana non può far dimenticare che tale amore ha acquistato un volto e un nome in Cristo Gesù ed è diventato Obbedienza. L’obbedienza, dunque, non è umiliazione ma verità sulla quale si costruisce e si realizza la pienezza dell’uomo. Perciò il credente desidera così ardentemente compiere la volontà del Padre da farne la sua aspirazione suprema. Come Gesù, egli vuol vivere di questa volontà. Ad imitazione di Cristo e imparando da lui, con gesto di suprema libertà e di fiducia incondizionata, la persona consacrata ha posto la sua volontà nelle mani del Padre per rendergli un sacrificio perfetto e gradito (cf. Rm 12,1).

Ma prima ancora di essere il modello di ogni obbedienza, Cristo è Colui al quale va ogni vera obbedienza cristiana. Infatti è il mettere in pratica le sue parole che rende effettivo il discepolato (cf. Mt 7,24) ed è l’osservanza dei suoi comandamenti che rende concreto l’amore a Lui e attira l’amore del Padre (cf. Gv 14,21). Egli è al centro della comunità religiosa come Colui che serve (cf. Lc 22,27), ma anche come Colui al quale si confessa la propria fede (« Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me »: Gv 14,1) e si dona la propria obbedienza, perché solo in essa si attua una sequela sicura e perseverante: « In realtà è lo stesso Signore risorto, nuovamente presente tra i fratelli e le sorelle riuniti nel suo nome, che addita il cammino da percorrere ».14

Obbedienti a Dio attraverso mediazioni umane

  1. Dio manifesta la sua volontà attraverso la mozione interiore dello Spirito, che « guida alla verità tutta intera » (cf. Gv 16,13), e attraverso molteplici mediazioni esteriori. In effetti, la storia della salvezza è una storia di mediazioni che rendono in qualche modo visibile il mistero di grazia che Dio compie nell’intimo dei cuori. Anche nella vita di Gesù si possono riconoscere non poche mediazioni umane, attraverso le quali Egli ha avvertito, ha interpretato e ha accolto la volontà del Padre, come ragione di essere e come cibo permanente della sua vita e della sua missione.

Le mediazioni che comunicano esteriormente la volontà di Dio vanno riconosciute nelle vicende della vita e nelle esigenze proprie della vocazione specifica; ma si esprimono anche nelle leggi che regolano la vita associata e nelle disposizioni di coloro che sono chiamati a guidarla. Nel contesto ecclesiale, leggi e disposizioni, legittimamente date, consentono di riconoscere la volontà di Dio, divenendo attuazione concreta e “ordinata” delle esigenze evangeliche, a partire dalle quali vanno formulate e percepite.

Le persone consacrate, inoltre, sono chiamate alla sequela di Cristo obbediente dentro un “progetto evangelico”, o carismatico, suscitato dallo Spirito e autenticato dalla Chiesa. Essa, approvando un progetto carismatico quale è un Istituto religioso, garantisce che le ispirazioni che lo animano e le norme che lo reggono possono dar luogo ad un itinerario di ricerca di Dio e di santità. Anche la Regola e le altre indicazioni di vita diventano quindi mediazione della volontà del Signore: mediazione umana ma pur sempre autorevole, imperfetta ma assieme vincolante, punto di avvio da cui partire ogni giorno, e anche da superare in uno slancio generoso e creativo verso quella santità che Dio “vuole” per ogni consacrato. In questo cammino l’autorità è investita del compito pastorale di guidare e di decidere.

È evidente che tutto ciò sarà vissuto coerentemente e fruttuosamente solo se rimangono vivi il desiderio di conoscere e fare la volontà di Dio, ma anche la consapevolezza della propria fragilità, come pure l’accettazione della validità delle mediazioni specifiche, anche quando non si cogliessero appieno le ragioni che esse presentano.

Le intuizioni spirituali dei fondatori e delle fondatrici, soprattutto di coloro che hanno maggiormente segnato il cammino della vita religiosa lungo i secoli, hanno sempre dato grande risalto all’obbedienza. San Benedetto già all’inizio della sua Regola si indirizza al monaco dicendogli: « A te (…) si rivolge ora la mia parola; a te che, rinunciando alle tue proprie volontà per militare per Cristo Signore, vero re, prendi su di te le fortissime e gloriose armi dell’obbedienza ».15

Si deve poi ricordare che il rapporto autorità-obbedienza si colloca nel contesto più ampio del mistero della Chiesa e costituisce una particolare attuazione della sua funzione mediatrice. A riguardo il Codice di Diritto Canonico raccomanda ai superiori di esercitare «in spirito di servizio la potestà che hanno ricevuto da Dio, mediante il ministero della Chiesa».16

Imparare l’obbedienza nel quotidiano

  1. Alla persona consacrata, pertanto, può avvenire di “imparare l’obbedienza” anche a partire dalla sofferenza, ovvero da alcune situazioni particolari e difficili: quando, ad esempio, viene domandato di lasciare certi progetti e idee personali, di rinunciare alla pretesa di gestire da soli la vita e la missione; o tutte le volte in cui ciò che viene richiesto (o chi lo richiede) appare umanamente poco convincente. Chi si trova in tali situazioni non dimentichi, allora, che la mediazione è per natura sua limitata e inferiore a ciò a cui rimanda, tanto più se si tratta della mediazione umana nei confronti della volontà divina; ma ricordi pure, ogniqualvolta si trova di fronte ad un comando legittimamente dato, che il Signore chiede di obbedire all’autorità che in quel momento lo rappresenta17 e che anche Cristo « imparò l’obbedienza dalle cose che patì » (Eb 5,8).

È opportuno ricordare, a questo proposito, le parole di Paolo VI: « Dovete dunque sperimentare qualcosa del peso che attirava il Signore verso la sua croce, questo “battesimo con cui doveva essere battezzato”, ove si sarebbe acceso quel fuoco che infiamma anche voi (cf. Lc 12, 49- 50); qualcosa di quella “follia” che San Paolo desidera per tutti noi, perché solo essa ci rende sapienti (cf. 1 Cor 3,18-19). La croce sia per voi, come è stata per il Cristo, la prova dell’amore più grande. Non esiste forse un rapporto misterioso tra la rinuncia e la gioia, tra il sacrificio e la dilatazione del cuore, tra la disciplina e la libertà spirituale? ».18

È proprio in questi casi sofferti che la persona consacrata impara ad obbedire al Signore (cf. Sl 118,71), ad ascoltarlo e ad aderire solo a Lui, nell’attesa, paziente e piena di speranza, della sua Parola rivelatrice (cf. Sl 118,81), nella disponibilità piena e generosa a compiere la sua volontà e non la propria (cf. Lc 22,42).

Le difficili obbedienze

  1. Nello svolgimento concreto della missione, alcune obbedienze possono presentarsi particolarmente difficili, dal momento che le prospettive o le modalità dell’azione apostolica o diaconale possono essere percepite e pensate in maniere diverse. Di fronte a certe obbedienze difficili, all’apparenza addirittura “assurde”, può sorgere la tentazione della sfiducia e persino dell’abbandono: vale la pena continuare? Non posso realizzare meglio le mie idee in un altro contesto? Perché logorarsi in contrasti sterili?

Già san Benedetto affrontava la questione di una obbedienza « molto gravosa, o addirittura impossibile ad eseguirsi »; e san Francesco d’Assisi considerava il caso in cui «il suddito vede cose migliori e più utili alla sua anima di quelle che gli ordina il prelato [il superiore]». Il Padre del monachesimo risponde chiedendo un dialogo libero, aperto, umile e fiducioso tra monaco e abate; alla fine però, se richiesto, il monaco «obbedisca per amore di Dio e confidando nel suo aiuto».74 Il Santo di Assisi invita ad attuare un’“obbedienza caritativa”, in cui il frate sacrifica volontariamente le sue vedute ed esegue il comando richiesto, perché in questo modo «soddisfa a Dio e al prossimo»;75 e vede un”’obbedienza perfetta” là dove, pur non potendo obbedire perché gli viene comandato «qualcosa contro la sua anima», il religioso non rompe l’unità con il superiore e la comunità, pronto anche a sopportare persecuzioni a causa di ciò. «Infatti – osserva san Francesco – chi sostiene la persecuzione piuttosto che volersi separare dai suoi fratelli, rimane veramente nella perfetta obbedienza, poiché offre la sua anima per i suoi fratelli». 76 Ci viene così ricordato che l’amore e la comunione rappresentano valori supremi, ai quali sottostanno anche l’esercizio dell’autorità e dell’obbedienza.

Si deve riconoscere che è comprensibile, da una parte, un certo attaccamento a idee e convinzioni personali, frutto di riflessione o di esperienza e maturate nel tempo, ed è anche cosa buona cercare di difenderle e portarle avanti, sempre nella prospettiva del Regno, in un dialogo schietto e costruttivo. D’altra parte, non va dimenticato che il modello è sempre Gesù di Nazareth, il quale anche nella passione chiese a Dio di compiere la sua volontà di Padre, né si tirò indietro di fronte alla morte di croce (cf. Eb 5,7-9).

La persona consacrata, quando le viene richiesto di rinunciare alle proprie idee o ai propri progetti, può sperimentare smarrimento e senso di rifiuto dell’autorità, o avvertire dentro di sé «forti grida e lacrime» (Eb 5,7) e l’implorazione che passi l’amaro calice. Ma quello è anche il momento in cui affidarsi al Padre perché si compia la sua volontà e per poter così partecipare attivamente, con tutto se stesso, alla missione di Cristo «per la vita del mondo» (Gv 6,51).

È nel pronunciare questi difficili “sì” che si può comprendere fino in fondo il senso dell’obbedienza come supremo atto di libertà, espresso in un totale e fiducioso abbandono di sé a Cristo, Figlio liberamente obbediente al Padre; e si può comprendere il senso della missione come offerta obbediente di se stessi, che attira la benedizione dell’Altissimo: « Io ti benedirò con ogni benedizione…. (E) saranno benedette tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce » (Gn 22,17.18). In quella benedizione la persona consacrata obbediente sa che ritroverà tutto quello che ha lasciato con il sacrificio del suo distacco; in quella benedizione è nascosta anche la piena realizzazione della sua stessa umanità (cf.Gv 12,25).

Obbedienza e obiezione di coscienza

  1. Può sorgere qui un interrogativo: ci possono essere situazioni in cui la coscienza personale sembra non permettere di seguire le indicazioni date dall’autorità? Può avvenire, insomma, che il consacrato debba dichiarare, in relazione alle norme o ai suoi superiori: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29)? È il caso della cosiddetta obiezione di coscienza, di cui parlò già Paolo VI,77 e che va colta nel suo autentico significato.

Se è vero che la coscienza è il luogo ove risuona la voce di Dio che ci indica come comportarci, è anche vero che occorre imparare ad ascoltare questa voce con grande attenzione per saperla riconoscere e distinguere da altre voci. Non bisogna infatti confondere questa voce con quelle che emergono da un soggettivismo che ignora o trascura le fonti e i criteri irrinunciabili e vincolanti nella formazione del giudizio di coscienza: «è il “cuore” convertito al Signore e all’amore del bene la sorgente dei giudizi veri della coscienza»,78 e «la libertà della coscienza non è mai libertà “dalla” verità, ma sempre e solo “nella” verità».79

La persona consacrata dovrà dunque riflettere a lungo prima di concludere che non l’obbedienza ricevuta, ma quanto avverte dentro di sé rappresenta la volontà di Dio. Dovrà ricordare, inoltre, che la legge della mediazione va tenuta presente in tutti i casi, guardandosi dall’assumere decisioni gravi senza alcun confronto e verifica. Rimane certo indiscutibile che ciò che conta è arrivare a conoscere e a compiere la volontà di Dio, ma dovrebbe essere altrettanto indiscutibile che la persona consacrata si è impegnata con voto a cogliere questa santa volontà attraverso determinate mediazioni. Dire che ciò che conta è la volontà di Dio, non le mediazioni, e rifiutarle, o accettarle solo a piacimento, può togliere significato al proprio voto e svuotare la propria vita di una sua caratteristica essenziale.

Di conseguenza, «fatta eccezione per un ordine che fosse manifestamente contrario alla legge di Dio e alle costituzioni dell’Istituto, o che implicasse un male grave e certo –nel qual caso l’obbligo dell’obbedienza non esiste, le decisioni dei superiori riguardano un campo in cui la valutazione del bene migliore può variare secondo i punti di vista. Il voler concludere, dal fatto che un ordine dato appaia oggettivamente meno buono, che esso è illegittimo e contrario alla coscienza, significherebbe misconoscere, in maniera poco realistica, l’oscurità e l’ambivalenza di non poche realtà umane. Inoltre il rifiuto di obbedienza porta con sé un danno spesso grave, per il bene comune. Un religioso non dovrebbe ammettere facilmente che ci sia contraddizione tra il giudizio della sua coscienza e quello del suo superiore. Questa situazione eccezionale qualche volta comporterà un’autentica sofferenza interiore sull’esempio di Cristo stesso che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8)».80

Obbedienti fino alla fine

  1. Se la vita del credente è tutta una ricerca di Dio, allora ogni giorno dell’esistenza diviene un continuo apprendimento dell’arte di ascoltare la sua voce per eseguire la sua volontà. Si tratta, certo, di una scuola impegnativa, quasi una lotta tra quell’io che tende ad essere padrone di sé e della sua storia e quel Dio che è “il Signore” di ogni storia; scuola in cui si apprende a fidarsi così tanto di Dio e della sua paternità, da porre fiducia anche negli uomini suoi figli e nostri fratelli. Cresce così la certezza che il Padre non abbandona mai, nemmeno nel momento in cui è necessario affidare la cura della propria vita alle mani di fratelli, nei quali occorre riconoscere il segno della sua presenza e la mediazione della sua volontà.

Con un atto d’obbedienza, sia pur inconsapevole, siamo venuti alla vita, accogliendo quella Volontà buona che ci ha preferiti alla non esistenza. Concluderemo il cammino con un altro atto d’obbedienza, che vorremmo il più possibile cosciente e libero, ma soprattutto espressione di abbandono verso quel Padre buono che ci chiamerà definitivamente a sé, nel suo regno di luce infinita, ove avrà termine la nostra ricerca, e i nostri occhi lo vedranno, in una domenica senza fine. Allora saremo pienamente obbedienti e realizzati, poiché diremo per sempre sì a quell’Amore che ci ha costituiti per essere felici con Lui e in Lui.

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