Recensione | Venom | L’inutilità pseudo-artistica fatta cinema


Il trailer di Venom sussurrava in maniera così convinta: preparati ad un film adulto. Invece, alzatomi dalla poltrona del cinema a conclusione dello spettacolo, ho pensato: “qui ha vinto l’ennesima americanata mass-market per teenager under 16“. Perchè Venom è questo: l’ennesimo imbroglio che gioca sulla dicotomia trailer-realtà. Il trailer vende il film nel modo X, il film è invece realizzato nel modo Y. Il trailer genera un aspettativa; il consumatore si aspetta quell’aspettativa; il film da invece un altro contenuto, sovvertendo l’aspettativa. Ennesima strategia calcolata di marketing. Il risultato finale inverte quella specie di identità intellettuale che il film fingeva di avere attraverso i trailer mostrati. Trailer = aspettativa XRealtà del film = risultato YRisultato = delusione totale. Un film costruito mondanamente che si lascia trattare nello stesso modo in cui tratta il cliente: con ignoranza, privo di qualsiasi spessore intellettuale.

La verità, in sostanza, è che Venom è di un mediocre da far rimpiangere le opere del super-eroismo anni 70′ (che di per se sono l’esasperazione dell’inutile). Di quelle che venivano fatte con i costumi di carta plastica. Parte da una promessa mai realizzata, appositamente impacchettata durante la fase di marketizzazione del prodotto, e che ben si lasciava interpretare in un dato modo, ovvero quella di raccontare una “dualità” (bene/male) con informazioni narrative “adulte”, centralizzando come elemento primario una tematica potenzialmente interessante. Difficilmente da un film super-eroistico ci si aspetta granché aldilà di quanto è già stato fatto nel mercato di genere, tuttavia vien lecito aspettarsi un “qualcosa” che si possa definire tale. Almeno per il concetto di decenza.

Tutti ad aspettarsi il film che doveva esprimere chissà quale sotto-testo sulla psicologia del personaggio, ed invece… una baraonda di informazioni grafiche fini a se stesse e sequenze story-driven prodotte in serie. Genere: cinema medio. Target: adolescenti. Adolescenti qui trattati con accondiscendenza, come se fossero privi di discernimento artistico e come se fosse cosa certa che siano tutti così abituati a prodotti così svuotati di qualsiasi contenuto da bersi l’ennesimo empty product made in USA. I producer lo sanno e ben approfittano del gusto medio ormai pronto a ricevere tutto, purché “super eroico”. Trend di mercato automatico: solo un assenza di risposta da parte del pubblico potrà fermarlo.

venom-critique-unIl film inizia da sequenze più o meno serie che sembrano voler tenere testa a quanto falsamente mostrato nel trailer. Poi si perde, banalizzandosi e conformandosi a tutti i cliché narrativi e strutturali programmati del marvel movie. Era stato promosso come se si discostasse dal tipicismo odierno dell’action-movie, quando poi, in realtà, Venom auto-celebra proprio quel tipicismo marvelliano di cui sembrava rinnegarne le origini, senza mai discostarsi da esso ma conformandocisi appieno in tutto e per tutto in modo alquanto superficiale e superfluo. Il protagonista, il simbionte molliccio di nome “venom”, d’improvviso, da una sequenza all’altra (tempo: 2min), diventa l’eroe family-friendly, pseudo-buono, costruito per attirare la simpatia dei 13enni di oggi e che deve salvare la terra dall’ennesima distruzione nucleare che un cattivo di origini indiane (miliardo e sadico) vuole causare. L’unico modo che ha, ovviamente, è di ammazzare il cattivo (originalità portami via) poi il mondo è salvo e in pace. Di ché sembra virare verso toni di narrazione “adulti”, di ché finisce per fare battutine e azioni da pseudo-eroe stereotipato, falso come una moneta di latta, per far ridere Marco, il figlio che Giovanna, mamma incauta, ha portato a vedere il film. C’è un “mah?” in tutto questo.

Il “mah” è presto detto: si badi che non è tanto la “buonizzazione” a infastidirmi (macché), ma la parolina che ho espresso poche righe sopra: “pseudo-buono”. Già, perchè quello venduto dapprima come anti-eroe e poi come “eroe”, incarna il solito archetipo di “bene” fasullo spalmato da meccanismi industriali impastati e dato in pasto ad un audience di ragazzini. Da anti-eroe, poteva essere significato e non lo è stato; quando poi diventa “eroe”, poteva essere significativo e non lo è stato. Ne da una parte ne dall’altra si trova carne o pesce. Un personaggio che dapprima evoca il male nella sua forma grafica più peculiare, affascinando il pubblico di massa, e che poi mette da parte “il cattivo” per far entrare “il buono”; un buono relativo e illusorio come lo intende il mondo del cinema (falso e illusorio a sua volta) nei riguardi di un audience di massa con le coscienze addormentate. In quanto tale presentato attraverso una caratterizzazione morale e comportamentale “giocosa”, capace di veicolare in modo altrettanto giocoso ispirazioni ideologiche spazzatura, le quali, sottoforma di gioco e di intrattenimento mondano senza spessore intellettuale, ben si piazzano nella mente dei più piccoli.

Giunti nel punto X del film avviene l’immancabile dialogo “tappa buchi” tra la persona e il simbionte, ove la prima dice alla seconda che può ammazzare una persona se questa si comporta male, asserendo che questa è la distinzione tra “bene” e “male” ed è così che ci si deve comportare a riguardo. Idea capace di affascinare promuovendo sotto forma di “tono giocoso” l’ennesima ideologia che così superficialmente e giocosamente sovverte un principio morale che pesa tanto quanto l’anima, rafforzando il fascino per gli atteggiamenti libertini. L’idea puzza di ignoranza e tratta in modo superficiale e libertina un concetto tematico che di fondo ha una serietà certamente maggiore.

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Nella dualità del personaggio (non pervenuta), nell’identità psicologica e morale (assente) e nella transazione “sono malvagio — ah no, ora voglio salvare il mondo” (superficiale e inconsistente), non c’è una psicologia o un significato che possa dare una ragione d’essere all’esistenza sia della persona (Tom Hardy) che del personaggio (venom). Risorse “artistiche” che potevano essere utilizzare per esprimere un tema e che invece vengono vanificate. Me ne vengono in mente vari: l’utilizzo di coscienza sul bene e sul male, l’inversione della persona da “male” a “bene”, la necessità di convertire il male contrapponendolo con il bene, la dualità di una persona tra male e e bene e la vittoria di quest’ultimo sul primo… potrei continuare. Quel che però avviene, tra una sequenza in cui il personaggio combatte contro se stesso ed un altra dove il simbionte esce allo scoperto in una scena d’azione dinamica, è un film sempliciotto di carattere action. Niente cervello: vi è solamente uno storyboard animato. I personaggi non sono sorretti da una scrittura che si possa definire tale, non hanno nessuna profondità e con essi anche la trama viene trascinata nel fondo della celluloide senza pensiero.

Non mancano scene prodotte in serie quali: il cattivo che vuole distruggere la terra; la scena-cliché dell’eroe che muore e che poi si risveglia all’ultimo secondo (prima della grande distruzione planetaria); la scena-cliché dell’eroe che salva la terra ad 1,2 sec dalla distruzione; la scena dell’eroe che salva la fanciulla (con battuta post-sequenza annessa) e via discorrendo fino ai titoli di coda che si chiudono nel nome della “battutina finale” perchè qua ci facciamo ridere l’audience e che in realtà non fa ridere nessuno. Tutto talmente scontato da rasentare l’esasperazione della “tradizione made in USA”. Non manca, infine, una comparsa buttata lì del simbionte in versione femminile, sessualizzata in quello che è un cameo di 8-10 secondi. Eh, se non sessualizzavano la donna riducendola ad un addizione erotica superflua ed inutile per compiacere il pubblico di massa (come se il suddetto chiedesse tutto questo), anche solo per 10 secondi, non erano contenti. Mondanità hollywoodiana portami via.

Venom-Movie-PosterL’identità semantica è ciò che porta Venom a non salvarsi dall’informe magma. L’opera in se è priva di qualsiasi relazione con il concetto di significato: è descrittivo e quantitativo, e non significativo e qualitativo. Non c’è un elemento estraibile dal framework che possa ritenersi significativo, costruttivo o morale: tutto ciò a cui si assiste, avviene per la mera esistenza fine a se stessa, per il piacere di esercitare se stesso in quella che è una manifestazione di spettacolo mondana. Per me che cerco sempre un significato d’essere che giustifichi l’esistenza, non ha valore. Solida la costruzione tecnica, la realizzazione digitale della creatura, la fotografia improntata sulla de-saturazione cromatica, ma sono aspetti tecnici di cui non so che farmene. Le solite cianfrusaglie svuotate di qualsiasi contenuto. Forma senza sostanza.

Informazioni artistiche di sostanza non ve ne sono; solo tanta grafica e un visual design piacevole per un artwork da sfondo per Pc. I soldi investiti per generare in digitale la trasformazione Tom Hardy che diventa Venom sono più di quanto sia stato investito per assicurarsi la produzione di tutta la pellicola. Sequenze graficamente impeccabili ma inutili: esercizi tecnici fini a se stessi, validi come demo reel per qualcuno interessato agli effetti visuali speciali. Vedere da se un film per un esercizio digitale non vale l’acquisto del biglietto; piuttosto, se proprio uno volesse vederne il risultato, farebbe meglio ad aspettare l’estratto presso un qualche canale youtube ufficiale.

Ovviamente, la scimmia pagana made in USA porta dentro tutta la cultura del mondo che rende i film uguale a qualsiasi altro, perfettamente conforme al protocollo, e santifica, nello spettatore, il gusto per l’immondizia spacciata per arte: il protagonista “idolo disagiato” con quintali di tatuaggi sempre in bella vista perchè se non li hai non sei un vero uomo (ad oggi, no tattoo = no life no job and no girlfriend), il quale convive e che ha il mondo contro e che deve salvare la terra perchè lui è “il prescelto”, che può ammazzare una persona qualunque perchè “il fine giustifica i mezzi”, suscitando nello spettatore sentimenti di compiacenza della giustizia arbitraria, che può violare regole e leggi e qualsiasi cosa perchè “per un bene maggiore tutto può esser fatto”… una mitizzazione della giustizia arbitraria che rinnega il vangelo di Cristo, presentandosi come un contenuto dall’aspetto adulto ma vuoto all’interno. Insomma la solita roba pagana. Solito tutto trito e ritrito. La sceneggiatura nel complesso offre la solita struttura, l’abc dello script movie programmato a tavolino.

Il tutto viene aromatizzato a livello grafico e concettuale per evitare la censura politica apposta per facilitarne la vendita ad un pubblico giovanile. Avessero fatto il contrario (utopia), avrebbero perlomeno risparmiato la possibilità di dare il film in visione ad una larga fetta del pubblico adolescenziale, le anime più incaute del mondo, salvandole così da questo magma modaiolo e senz’anima. Così Venom riesce a vendersi tranquillamente senza disturbare il comitato americano della censura, risucchiando su schermo un oretta e mezza di action-movie scadendo nell’ultra saturo “buono vs cattivo” che non ha nulla da dire e che non riesce tantomeno ad elevare il bello della morale e del significato ad un livello consistente, limitandosi a ripetere il pacchetto cinema d’azione filo-fumettistico per le masse in piena conformità con tutti i cliché sparsi qua e là senza sforzo.

Venom è l’ennesimo prodotto costruito per ricavare 500ml di dollari. Obiettivamente inutile, a maggior ragione se si cercava una storia capace di raccontare. Fa baraonde d’azioni stereotipate (moto inseguite da auto in massa: Nolan who?), sequenze romantiche false come una moneta di latta inserite tipo stickers pubblicitari, il personaggio pronto per salire sul carro degli Avengers, il cattivo morto ammazzato con il pubblico che fa “ooooh” e tutti contenti, in quella che è l’ennesima giostra mondana dove a parlare sono le idee del “solito” mondo, dove il male viene confuso con il bene con una totale assenza di contenuti sostanziali e una costante caratterizzazione dei contenuti in modalità “soft-game family-friendly“. E quel che rimane è tanto rumore, di quello che dimentichi perchè, fondamentalmente, è un rumore da contesto mondano, tipo le ubriacate che ci facevamo tutti a 14 anni. Non è arte e non è bello. E’ tutto inutile. Crescendo, non ci pensi più.

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