J.R.R. Tolkien e Il Cacciatore di Draghi (o Il Fattore Giles di Ham) | Il piccolo racconto fantasy del professore


Durante i calvari notturni dovuti alle difficoltà dell’insonnia, talvolta, nell’attesa di addormentarmi, mi capita di recuperare libri avviati e di portarli avanti. E’ successo una notte con Il Cacciatore di Draghi di Tolkien; fermo da vario tempo a pag. 72, decisi di riprenderlo e di concluderlo. Quella notte così lo completai, e se ve lo state chiedendo, da pag. 72 all’epilogo non vi è che una porzione di testo moderata.

Un racconto dove si possono trovare elementi propri del tipicismo della cultura fantasy; idee che nascono e si forgiano laddove vi è il classico, rivisitate tuttavia con un tocco di differenziazione tale che potreste dire di aver letto elementi simili altrove, ma non necessariamente nella maniera in cui Tolkien li ha concepiti. Il concepimento che il professore ha dedicato al racconto, raccoglie solo in minima parte le sue capacità intellettuali, culturali ed espressive; questo perché la storia fù concepita per un pubblico giovane, prevalentemente scolastico e minorenne.

Vi è quindi il drago, la spada, il fattore, il re ed il guerriero (che è sempre il fattore, l’uomo della campagna), eppure quando lo si legge, non lo si annoverebbe tra le opere degli autori qualsiasi. Un racconto che scorre fluidamente, dove la forma semantica non è particolarmente elaborata e la forma linguistica è complessivamente semplice, non privando tuttavia il manoscritto di terminologie particellari e giochi di parole fini, che nella traduzione italiana non reggono pienamente il paragono con l’equivalente nativo. Tolkien si è comunque divertito a idealizzare semplicemente personaggi, una terra propria, dialoghi intelligenti, scelte terminologiche raffinate e un percorso narrativo che ha di per sé delle variazioni le quali diversificano la sinossi classica del racconto fantasy.

Per ciò che concerne il prodotto in sé, siamo dinanzi un piccolo capolavoro editoriale. L’opera cartacea è infatti ricchissima di contenuti, condita da vari extra di lusso, tra i quali il reparto note, la versione originale del manoscritto, il sequel breve mai pubblicato, la prefazione e l’introduzione. Nel complesso ogni contenuto consta di cura ad ogni livello e non vi è traccia di magagne.

La chicca conclusiva sono le illustrazioni di Pauline Baynes, realmente in linea con l’identità intellettuale e artistica del risultato finale. Che piacciano o meno è una questione soggetta a soggettività (gioco di parole voluto); a me sono garbate. La traduzione è stata infine ricostruita da zero, ed è a cura di Isabella Murro in collaborazione con la Società Tolkieniana Italiana. E’ pur vero che Tolkien ha costruito dei capolavori della letteratura, ma il racconto cosiddetto “minore”, voluto apposta così, esce fuori a chiunque. Ed in questo caso il risultato è Tolkien. Prendere o lasciare.

 

 

 

 

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