La testimonianza di padre Samuel Okwuidegbe, sacerdote gesuita: rapito da estremisti islamici, salvato dalla preghiera


Testimonianze, esempi concreti di comportamenti e atteggiamenti, esempi di vita: questo è ciò di cui abbiamo realmente bisogno. Qualcuno che dia l’esempio e che ispiri; qualcuno che sia luce nel nostro cammino e ci aiuti, posizionandosi come guida – non di supereroi in tutina che non esistono. Quest’oggi, dopo la passata testimonianza di Jamie da El Salvador, vi parlo di un sacerdote africano che si è mostrato tale in modo concreto, dando un esempio di fede altrettanto concreto. La sua testimonianza, raccontata in un intervista con il sito dei Gesuiti in Africa, merita di essere recuperata e diffusa come solo oggi, per mezzo delle tecnologie odierne, si puo’ fare, espandendo la notizia ovunque.

Samuel Okwuidegbe, cinquanta anni, sacerdote dell’ordine dei Gesuiti, ha vissuto una storia di rapimento nella Nigeria orientale, ad opera di estremisti locali di matrice islamica, di quelli che ti rapiscono non per chiedere un riscatto economico, ma perchè vogliono farti del male, in odio alla fede. Dapprima rapito mentre si trovava in auto, tirato fuori con forza da uomini armati di AK47 e portato verso la jungla, il sacerdote è stato picchiato, denudato e minacciato di essere arso vivo. Durante questa esperienza, l’intima compagnia di Cristo lo ha retto fino alla salvezza finale.

Le ultime parole famose…

Il 18 aprile, durante un ritiro spirituale con le suore del Cuore Immacolato di Maria, con tono ironico, il superiore dei Gesuiti gli aveva confidato: fa attenzione che tu non venga rapito. Da parte del superiore, l’esclamazione non fu che una battuta, frutto dell’ironia; ironia che non lo aveva intimidito. E invece finì per capitargli esattamente questa sorte. Durante un tragitto in auto, il sacerdote sentì dapprima degli spari, per poi venire fermato da un gruppo di uomini armati. Quest’ultimi lo minacciarono: se non esci, ti spariamo. Assieme a lui si trovava anche un altro veicolo con altre persone, e anch’esse vennero prese in ostaggio. Padre Samuel racconta: ho camminato nella giungla circa otto ore fino a che non si è fatto buio. Egli racconta di essersi chiesto: perché Dio, perché? Perché questo è accaduto a me?

L’affidamento a Dio nella prova 

I rapitori dapprima lo spogliarono di tutto quanto aveva addosso, togliendoli l’orologio, l’anello, la catena, la sua borsa e il rosario, poi lo picchiarono e gli legarono mani e piedi con una corda. Il sacerdote racconta: mi hanno tolto la tonaca e la camicia, mi hanno buttato per terra e iniziato a colpirmi con il calcio dei fucili. Mi hanno colpito sul costato e sul viso e mi hanno scaraventato sul pavimento. Poi hanno messo una pezza sotto al mio naso… sentivo l’odore della paraffina; e uno di loro gridò “ti bruceremo vivo!”.

Confuso, impaurito, spaventato, c’era qualcosa in lui che vacillava, ma che tuttavia non barcollava, mantenendosi ferma: la fede. Spaventato a morte da quella minaccia, il padre iniziò a pregare nel silenzio del suo cuore, circondato dalle tenebre, ma non vinto da esse. Di fronte alla minaccia – racconta – ho cominciato a pregare in silenzio. Ho detto: ‘Dio, mi affido a te, ti affido il mio spirito’ e mi sono rassegnato accettando la mia sorte

La preghiera e la speranza nei tre giorni di buio

Straordinariamente, quel giorno non venne ucciso, e rimase vivo; alla fine venne pure slegato. Con il volto insanguinato, iniziò a piangere. Di che doveva finire arso vivo, di che gli estremisti cambiarono idea optando per la soluzione del riscatto. Recitavo continuamente ogni tipo di preghiere – continua il sacerdote – Ho pregato a Sant’Ignazio, il Rosario, ho pregato la Coroncina della Divina Misericordia. Ad un certo punto ho iniziato a cantare una canzone del Ghana che dice: Dio, parlami…Dio, dove sei? Continua a cantarla nel mio cuore, e improvvisamente questo canto mi ha riempito di speranza.

Giunse il secondo giorno. Passò un giorno – continua il sacerdote – ed io ero ancora vivo ma le condizioni non erano cambiate molto, rimasi senza cibo e senza acqua. I rapitori intanto stavano studiando un riscatto per la mia libertà. Sentivo però che c’erano persone che pregavano per me, e questo mi dava speranza. 

Il terzo giorno i negoziati proseguirono. Il padre racconta: quei sequestratori avevano fatto chiamate dalla giungla senza alcuna paura, perché né il governo né nessun altro sarebbe venuto a salvarci. Erano rilassati, non sentivano la pressione e se la prendevano con calma. Non hanno mai sentito di dover fuggire. Erano molto tranquilli, nella giunglaI rapitori avevano minacciato che al primo problema sarebbero stati uccisi tutti. Il sacerdote ricorda: ho intensificato le mie preghiere e mi sono rivolto a Dio. Ciò gli ha dato nuovamente pace.

Dopo la notte, arriva la luce 

Alla fine, passata la notte del terzo giorno, padre Samuel è stato liberato e abbandonato nella giungla. Nel tentativo di ritrovare casa, ha fatto conoscenza di una famiglia che, nel vedere la tonaca, lo ha aiutato. Egli ricorda: in tutto questo Dio mi ha fatto capire che non mi ha mai lasciato solo nella giungla, anche quando ero totalmente isolato. Dio ha ascoltato le mie preghiere ed era con me. Sono sicuro che se non avessi recitato tutte quelle preghiere, non sarei sopravvissuto. Il mio amore per la Compagnia di Gesù si è rafforzato. Quando arrivai all’ Hekima College di Nairobi, un giovane dallo Zimbabwe mi disse: abbiamo pregato per te!

Egli non si considera né un eroe, né un coraggioso. Egli dice che Dio che è apparso nella sua debolezza, rivelandosi nella sua potenza proprio nel debole e nel bisognoso: A volte piango, e ricevo conforto ogni volta che ricordo quelle dure condizioni, avendo avuto così tanta paura dei serpenti e degli scorpioni; tuttavia, durante quelle tre notti, Dio mi ha dato la pace per dormire senza alcun pensiero di paura… un miracolo per me!

Ero nella valle della morte – prosegue – e Dio è intervenuto grazie a tutte le preghiere di persone da tutto il mondo. Se non fosse stato per tutte quelle preghiere, io non sarei sopravvissuto a questa terribile esperienza.


Questo è uno dei tanti episodi accaduti e che continuano ad avvenire nelle terre africane, fin troppo spesso dimenticate dai mezzi di comunicazione, laddove dovrebbe esserci l’informazione. Credo che questa testimonianza abbia molteplici effetti positivi e che sia importante per testimoniare la fede durante la prova nonché la possibilità concreta che Dio, nella sua onnipotenza, se pregato con fede, intervenga e risolva anche laddove, ai nostri occhi, ci paia impossibile che avvenga un risvolto positivo. Questa testimonianza ha in aggiunta un ulteriore fine, ovvero quello di ricordarci di pregare per tutti coloro che vivono queste situazioni, che finiscono vittima di questi casi e che nella quasi totalità delle volte sono dimenticati dai servizi generalisti di informazione, perduti a sé stessi, abbandonati dalle nostre preghiere, per la nostra sconoscenza dei singoli casi. Nel silenzio del proprio cuore, preghiamo per loro.

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