Suor Maria Serafina, al secolo Clotilde Micheli, fù un’eroica e sofferente seguace di Cristo; ad oggi è conosciuta prevalentemente per la famosa visione di Lutero all’inferno, ma io credo che sia ingiusto e sbagliato conoscere una persona unicamente per uno “sfizio” mistico, un capriccio della curiosità personale correlato ad un episodio unico della sua vita; quando conosci una particolare figura solo per una particolare esperienza mistica, è un po’ un peccato, considerando la ben maggiore importanza di divulgare e conoscere la sua vita e la sua santità, degne di essere testimoniate e conosciute, nonchè ricche di fatti che andrebbero acciuffati per la grandezza del loro esempio cristiano, che puo’ permettere, tra l’altro, allo Spirito Santo di filtrare nelle nostre vite.

Con tutto ciò che puo’ essere di insegnamento ad una persona in cammino, la vita di una santa è importante per testimoniare le croci, le virtù e il portamento di vita che la stessa ha avuto, piuttosto che per divulgare una visione di un anima dannata (che puo’ comunque rientrare nella testimonianza ed essere utile, ci mancherebbe). E’ quindi piuttosto utile e di maggiore interesse conoscere una tale persona per la sua santità che racchiude un intera vita, piuttosto che rilegarla unicamente a “tal dei tali, conosciuta perchè vide quest’anima all’inferno” e basta.

Purtroppo questo è un po’ quello che è successo con la beata Maria Serafina, ad oggi prevalentemente sconosciuta e divulgata quasi solo per via della sua celebre visione del dannato; il mio interesse è invece quello di divulgare le sue virtù eroiche e la sua santità che ha profumato tutta la sua vita, facendovi conoscere il suo cammino, qui raccontato in dettaglio per quanto mi è stato possibile. Questo significa conoscerla per le sofferenze che ha portato, per il modo in cui le ha vissute tenendo come faro centrale Cristo e per la particolarità del suo cammino, interstellato di viaggi, di ricerche estenuanti e di vocazioni compiute dopo tanti anni per volere di Dio.

Approfondire una santa significa poterne scoprire le sofferenze e i comportamenti potendo così riceverne consigli, ispirazioni e suggerimenti per il proprio cammino; significa poter prendere la suddetta persona come riferimento e sopratutto avere un modello che ci doni un forte esempio di vita cristiana. Quella di cui vi parlo oggi non è ancora stata riconosciuta come santa dalla Chiesa Cattolica, per cui è ufficialmente beata. Non essendo sicuro se lo stato riconosciuto di “beato” impliciti anche l’assoluta certezza che sia in Paradiso, so comunque nel mio cuore che lei è già nel regno dei cieli, ovvero che è già santa in Paradiso. 


La storia della sua vita

Clotilde Micheli nasce l’11 settembre del 1849 a Imer, comune nella provincia di Trento. La piccola, appena nata, non poteva ancora essere consapevole dell’immensa grazia di venire al mondo in una famiglia cristiana; i suoi genitori, infatti, erano toccati da una profonda religiosità che si consumava tra preghiere fatte tra le mura di casa e la Chiesa del luogo in cui vivevano. Ricchi di sentimento per Dio, sia la mamma che il papa erano pii cristiani devoti e cio’ fornì una robusta base di partenza per la personalità di Clotilde, che poteva così contare su una famiglia cristiana. Clotilde aveva anche una sorellina, la quale ricevette in visione alcune indicazioni sul futuro di lei inerente la vocazione religiosa. Visioni di cui beneficiarono entrambe.

All’età di 10 anni, Clotilde ricevette la prima comunione. Il 2 agosto del 1867, all’età di 18 anni, la giovane Clotilde si trovava in preghiera presso la Chiesa di Imer quando ebbe in visione la Madonna che le parlò della volontà di Dio; nonostante la visione parli chiaro, Clotilde si ritrova all’inizio di un lungo cammino dove la conoscenza della volontà divina sembrava piuttosto evidente mentre la sua realizzazione era accostabile ad un lungo calvario.

La Madonna le rivelò la la volontà di Dio di fondare un nuovo Istituto religioso con lo specifico scopo di adorare la S.S. Trinità e con una speciale devozione alla Madonna ed agli Angeli, quali modelli di preghiera e di servizio. Era quindi chiaro che la vocazione religiosa di Clotilde non era quella di entrare in una delle tante congregazioni esistenti, quanto quella di fondarne una nuova e con un obiettivo specifico. Suora si, ma con un obiettivo in piu (e che obiettivo!).

Da qui in poi, la vita di Clotilde diventa un pellegrinaggio dinamico on-the-road, una sorta di life on the road perennemente caratterizzata dal viaggio, dalla necessità di spostarsi da un posto ad un altro alla continua ricerca di dove, quando e come attuare questa volontà che era ben chiara in lei fin dalla fanciullezza; non ci crederete, ma leggendo la sua vita per documentarmi, sembra di leggere la mia: mi ci ritrovo tantissimo. Sono numerosi i punti in comune che ho con questa santa (si, io dico che è santa, ma la Chiesa deve ancora canonizzarla per la conferma).

Sapere che devi farti suora e che devi fondare una congregazione di religiose nuova di zecca con una particolare devozione è una cosa; sapere, invece, come attuare tutto questo è un altra storia, e non basta di certo uscire di casa, andare a zonzo per la città per far si di trovare tutti i luoghi e le modalità giuste per attuare questa volontà. La famiglia è dalla sua parte e la incoraggia a compiere questa visione, supportandola nella scelta di volersi consacrare fondando un nuovo ordine di religiose; ma serve discernimento e consiglio per capire dove dirigersi e cosa fare per mettere in pratica la volontà del cielo.

Una donna di Imer, tale Costanza Piazza, le consiglia di recarsi a Venezia, città della laguna, per ottenere consigli spirituali da mons. Domenico Agostini, futuro patriarca della città veneta; Clotilde ascolta il suggerimento di raggiungere il monsignore e parte così verso Venezia. Il monsignore le consiglia di iniziare l’opera voluta da Dio e la invita a stenderne lo statuto con le regole per l’eventuale e futura approvazione del Santo Pontificio. Clotilde è tuttavia nel dubbio e pensa di non essere all’altezza; ma questo non è che un centesimo del calvario spirituale che lei passò per attuare questa volontà.

Presa dal timore di non riuscire, Clotilde strappa le lettere di presentazione e ritorna ad Imer. Sempre nel 1867, si trasferisce in solitario a Padova dove vi rimase per nove anni, fino al 1876, venendo seguita dal direttore spirituale mons. Angelo Piacentini, professore del Seminario locale. Nel 1876 il mons. Piacentini muore e Clotilde Micheli decide di recarsi a Castellavazzo (Belluno), presso l’arciprete Gerolamo Barpi, il quale conosciute le intenzioni vocazionali della giovane ragazza, mise a sua disposizione un vecchio convento per la nuova fondazione.

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Nel 1878 Clotilde è in procinto di finire vittima di un matrimonio combinato, un sotterfugio architettato da non si sa chi; sapendolo in anticipo, prende e fugge in Germania, a Epfendorf, nel Wurttemberg, dove i genitori si erano trasferiti da poco per motivi di lavoro. Clotilde rimane in Germania per circa sette anni, dal 1878 al 1885, lavorando come infermiera presso l’Ospedale delle Suore Elisabettine; si fa notare per la carità, la pazienza e la delicatezza che la contraddistinguono nell’interazione con gli ammalati da assistere. Ella era già ricca di certe virtù. Nel frattempo, passano gli anni. Nel 1882 muore la madre; segue il padre che muore nel 1885. Fù così che Clotilde decide di lasciare la Germania per sempre e di fare ritorno ad Imer, nel trentino.

E così che tra Imer, Venezia, Padova, Germania, che Clotilde Micheli si ritrova all’età di 38 anni senza aver ancora realizzato la vocazione conosciuta in età giovanile; Dio l’ha portata quà e là, ma della congregazione con lo scopo di adorare la S.S. Trinità non vi è, ancora, neanche l’ombra! “Ahimè!” avrà pensato Clotilde “chissà che fallimento che sono, che ho 38 anni e non ho ancora realizzato un tubo!”. Ovviamente questo è solo quello che io penso avrà detto; chissà insomma cosa pensava di sé stessa a quell’età e quali pensieri, dubbi e tormenti potevano passarle nel vedere sé stessa ancora non realizzata in vocazione. Ma i disegni di Dio non hanno solo un obiettivo e una meta, ma anche un tempo, e questo tempo differisce dal nostro.

E così che a quell’età, nel maggio del 1887, assieme alla cugina Giuditta intraprese un pellegrinaggio a piedi verso Roma, facendo tappa presso i vari Santuari Mariani con devozione e spirito di penitenza, di sacrificio e di offerta; durante il viaggio era sempre intenzionata a verificare ancora la Volontà di Dio circa la fondazione richiesta. Ad agosto, dopo circa quattro mesi di pellegrinaggio, giunsero a Roma dove vennero ospitate dalla Suore di Carità Figlie dell’Immacolata fondate da Maria Fabiano; la fondatrice approfondisce il suo rapporto con Clotilde e, dopo poco tempo, nel 1888, le ispira a prendere l’abito del suo nascente Istituto, promettendole di lasciarla libera se si fosse attuato il suo disegno giovanile.

Nel 1888, Clotilde Micheli prese così il nome di suor Annunziata e rimase come suora presso le Immacolatine fino al 1891. Ricoprì anche la carica di superiora dal 1888 fino al 1891 stesso nel convento di Sgurgola d’Anagni. Nello stesso anno abbandona l’Istituto dove una 42enne Clotilde aveva così maturato 3 anni di vita religiosa. Clotilde, su invito di padre Francesco Fusco da Trani, si rimise in viaggio e proseguì la sua discesa verso il meridione italico, facendo tappa presso il comune di Alife (Caserta), sempre nel 1891.

Padre Fusco, frate francescano, intendeva proporre a Clotilde la realizzazione di una fondazione religiosa basata sull’idea del vescovo mons. Scotti, ma lei constatò che il suddetto progetto non concordava con la Volontà di Dio e dovette quindi rifiutare. Clotilde si sposta così nel comune di Caserta presso una famiglia che decise di ospitarla e sostenerla; successivamente andò verso Casolla con due giovani che si erano unite a lei. Nel frattempo Clotilde incontra altre donne con la vocazione religiosa e forma così un piccolo gruppo di cinque persone, tutte concorde con la Volontà di Dio.

Dopo alcuni mesi, nasce finalmente l’Istituto religioso richiesto da Dio a Clotilde Micheli in età fanciullesca, piu di vent’anni prima. Ci siamo; il vescovo di Caserta mons. De Rossi, principe di Castelpetroso, con la presenza di padre Fusco autorizza la vestizione religiosa del primo gruppo di cinque suore: è il 28 giugno del 1891 e nasce così l’Istituto delle Suore degli Angeli, adoratrici della S.S. Trinità. La vocazione, nonchè il disegno di Dio, è compiuto! Proprio come sapeva e aveva sempre sognato fin da adolescente, Clotilde Micheli è ora e finalmente “dentro” la vocazione antica. Ma per una quarantenne Clotilde è l’inizio di una nuova fase.

“Figliole mie, imparate a sorridere sempre”

Clotilde Micheli, fondatrice della nuova congregazione, ha 42 anni e prende il nome di suor Maria Serafina del Sacro Cuore. Un anno dopo, un primo nucleo di suore fu inviato a gestire un orfanotrofio a S. Maria Capua Vetere (Caserta), che divenne anche la prima Casa dell’Istituto; questa prima opera voluta dal cielo fu seguita da altre opere votate ad aiutare l’infanzia e la gioventù, il tutto sempre e comunque accompagnato dalla vocazione specifica dell’adorazione alla S.S. Trinità e dalla preghiera comunitaria.

Per Clotilde Micheli, ora suora madre superiora Maria Serafina, comincia, a partire dal 1895, un nuovo periodo di sofferenze fisiche, nonchè un nuovo calvario, della carne e dello spirito; ella viene messa a dura prova, svezzata da croci di vario tipo. Dopo un intervento chirurgico molto delicato, sollecitato dallo stesso vescovo di Caserta, suor Maria Serafina si ritrova particolarmente indebolita.

Dopo varie vicende, giunge il 1899, che vede l’apertura della Casa di Faicchio (Benevento) che in seguito sarebbe divenuta l’Istituto di Formazione della Congregazione. Suor Maria Serafina fu impegnata a realizzare altre opere ad un ritmo sostenuto e nel tempo si ritrovò ancor piu indebolita di prima, tanto da essere costretta a non muoversi più da Faicchio, che diverrà così la meta conclusiva del suo pellegrinaggio terrestre.

“Signore non so amarti, ma insegnami a patire, che patirò per amore”

Suor Maria Serafina continuò a lavorare intensamente, senza mai cedere nella preghiera e nel ritmo lavorativo; a questo si aggiunsero anche altre sofferenze spirituali. Giungono le incomprensioni di alcune consorelle, nonchè le calunnie che aumentano la sua pena; la sua sofferenza brucia, ma lei non demorde dinanzi le prove e santifica le virtù.

Suor Maria Serafina vive così il sogno della vocazione tra preghiere, opere e sofferenze; vocazione inseguita e ricercata per oltre 20 anni, e poi vissuta per altri 20. Dopo anni, consumata dalle sofferenze fisiche e morali, suor Maria Serafina, all’anagrafe Clotilde Micheli, spira il 24 marzo del 1911 nella Casa di Faicchio, all’età di 61 anni e mezzo circa. Le figlie dell’Istituto continuano le opere e il carisma specifico, ricordandosi di quanto la madre superiora disse loro: “come gli Angeli adorerete la Trinità e sarete sulla terra come essi sono nei cieli”.

images (12)Grazie alla santità della sua vita, è stata avviata la causa per la beatificazione, con il nulla osta della Santa Sede rilasciato il 9 luglio del 1990, ottenuto quasi un secolo dopo; la causa procede tutt’oggi. Papa Benedetto XVI l’ha riconosciuta venerabile il 3 luglio del 2009; il 1 luglio del 2010 ha decretato l’autenticità di un miracolo attribuito alla sua intercessione, consentendone la beatificazione. E’ stata proclamata beata il 28 maggio del 2011, esattamente cento anni dopo la morte, con il rito di beatificazione presieduto dal cardinale Angelo Amato nel campo sportivo di Faicchio. Le reliquie di Clotilde Micheli, poi suor Maria Serafina del Sacro Cuore, sono site nella chiesa di Maria santissima del Carmelo o chiesa delle Suore degli Angeli a Faicchio. Prossimamente, verrà certamente decretata santa dalla Chiesa Cattolica, che estenderà il culto a livello universale e ci confermerà che ella è nel regno dei cieli; ma noi sappiamo che lei è già santa in paradiso.


Biografia in breve 

  • Clotilde Micheli nasce l’11 settembre del 1849, a Imer, comune nella provincia di Trento, in una famiglia cristiana devota.
  • Nel 1867 riceve in visione dalla Madonna la sua vocazione: quella di fondare un nuovo Istituto religioso con lo scopo di adorare la S.S. Trinità.
  • Raggiunge Venezia per chiedere un consiglio spirituale da monsignor Agostini, il quale le indica di stendere lo statuto della congregazione con le regole.
  • Sentendosi inappropriata per l’obiettivo a lei affidato e presa da timore, si trasferisce a Padova dove vi rimane per nove anni, seguita dal direttore spirituale Piacentini.
  • Morto il direttore spirituale, nel 1876 la giovane Clotilde si reca presso Castellavazzo (Belluno).
  • Nel 1878, per sfuggire ad un matrimonio combinato, si trasferisce in Germania, dove si erano gia trasferiti i suoi genitori per lavoro. Vi rimane fino al 1885; nell’arco dei sette anni, lavora come infermiera presso un ospedale.
  • Nel 1885 fa ritorno ad Imer.
  • Nel 1887, all’età di 38 anni, intraprende un pellegrinaggio a piedi verso Roma, facendo tappa presso i Santuari Mariani; parte a maggio e giunge presso la Città Santa ad agosto.
  • Trova ospitalità presso le Suore di Carità Figlie dell’Immacolata fondate da Maria Fabiano.
  • Nel 1888, convinta dalla fondatrice, prende l’abito e diventa suora della congregazione; vi rimane fino al 1891.
  • Nel 1891 lascia la congregazione e, su consiglio di padre Fusco, raggiunge Alife (Caserta). Li incontra alcune donne che volevano consacrarsi e forma così un piccolo gruppo formato da cinque future suore.
  • Il 28 giugno del 1891, nasce ufficialmente l’Istituto delle Suore degli Angeli, adoratrici della S.S. Trinità; il vescovo monsignor De Rossi autorizza la vestizione delle cinque suore.
  • Clotilde Micheli è ora fondatrice e madre superiora dell’Istituto; prende il nome di suor Maria Serafino.
  • La suora vive una vita religiosa segnata dalla preghiera, dalle opere a favore dell’infanzia perduta e della gioventù ferita ed abbandonata, dalla sofferenza sia fisica che morale; molte sono le umiliazioni e le calunnie che subisce e tanta è la sofferenza fisica che porta, anche a seguito di un intervento chirurgico avuto nel 1895.
  • Nel 1899 nasce la Casa di Faicchio che diventa Istituto di Formazione della Congregazione.
  • Muore il 24 marzo del 1911 a Faicchio all’età di 61 anni.
  • E’ stata proclamata beata il 28 maggio del 2011 sotto il pontificato di papa Benedetto XVI.

suo-maria-serafina.jpgLa visione di Lutero all’inferno – Nel 1883 suor Maria Serafina si trovava a passare per Eisleben, nella Sassonia (Germania), città natale di Lutero. Si festeggiava, in quel giorno, il quarto centenario della nascita del grande eretico (10 novembre 1483), autore della riforma luterana da cui nacquero le correnti del protestantesimo e derivati (evangelici, etc), e da cui sono venute quasi tutte le eresie di pensiero e di concetto perpetrate ai danni della dottrina cattolica; la sua venuta divise la Chiesa in due e trascinò con sé un terzo dei fedeli, affascinati e sedotti dalle affermazioni eretiche di Lutero (stesso operato di Lucifero: egli si ribellò, convinse altri angeli e ne trascinò un terzo con sé all’Inferno). Era quindi il quarto centenario e perciò ecco le strade affollate, i balconi imbandierati, i seguaci presi a festeggiare, i fedeli atti a compiere tributi ed onori a memoria. Tra le numerose autorità presenti si aspettava, da un momento all’altro, anche l’arrivo dell’imperatore Guglielmo I, che avrebbe presieduto alle solenni celebrazioni. La futura beata, pur notando il grande trambusto caotico, non era interessata a sapere il perché di quell’insolita animazione; l’unico suo desiderio era quello di cercare una chiesa e pregare per poter fare una visita a Gesù Sacramentato. Dopo aver camminato per diverso tempo, finalmente, ne trovò una, ma le porte erano chiuse. Si inginocchiò ugualmente sui gradini d’accesso,  nell’intento di fare le sue orazioni. Essendo di sera, non s’era accorta che non era una Chiesa Cattolica, ma protestante.

Mentre pregava, le comparve l’angelo custode, che le disse: “alzati, perché questo è un tempio protestante”. Poi  le soggiunse: “Ma io voglio farti vedere il luogo dove Martin Lutero è condannato e la pena che subisce in castigo del suo orgoglio”. Dopo queste parole vide un’orribile voragine di fuoco, in cui venivano crudelmente tormentate un incalcolabile numero di anime in una voragine di fuoco. Nel fondo di questa voragine v’era un uomo, Martin Lutero, che si distingueva dagli altri: era circondato da demoni che lo costringevano a stare in ginocchio e tutti, muniti di martelli, si sforzavano, ma invano, di conficcargli nella testa un grosso chiodo. La suora pensava: “se il popolo in festa vedesse questa scena drammatica, certamente non tributerebbe onori, ricordi, commemorazioni e festeggiamenti per un tale personaggio.”

In seguito, quando le si presentava l’occasione ricordava alle sue consorelle di vivere nell’umiltà e nel nascondimento, virtù già presenti in lei e ulteriormente fortificate nel senso e nel desiderio dopo la visione di Lutero all’inferno. Era convinta che Martin Lutero fosse punito nell’Inferno soprattutto per il primo peccato capitale, la superbia. In realtà fù l’ostinazione del peccato e il rifiuto di pentirsi del suo orgoglio che portarono Lutero a collocarsi liberamente tra i peccatori non pentiti, scegliendo così l’eterna dannazione; l’immutabilità e lo stremo attaccamento all’orgoglio lo fecero cadere nel peccato che divenne così un vizio capitale, e che lo condusse ad un sempre maggiore avvelenamento dell’anima, ormai sedotta e guidata dal demonio. La sua condotta, il suo atteggiamento nei riguardi della Chiesa, le sue riforme, le sue ideologie eretiche e la sua predicazione pubblica furono determinanti per traviare e portare tante anime superficiali ed incaute all’eterna rovina; sorte da lui stesso guadagnata alla fine del suo cammino terreno. Fu la mancanza di pentimento nei confronti dei peccati da lui commessi a decretare la sua eterna rovina.

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