Athanasius Schneider e la dichiarazione sulla comunione agli adulteri | Una riflessione sul voto di obbedienza cattolico


Mentre scorrevo l’home page di un blog cattolico aperto da poco, mi è giunto all’occhio un articolo riguardante una dichiarazione rilasciata da un vescovo del medio-oriente. Il pezzo sembra interessante. Lo leggo. L’articolo, anzi il vescovo, dice:

I vescovi che danno ordine di dare l’Eucaristia agli adulteri commettono un grave abuso di potere. […] Costoro stanno comandando a un Sacerdote di commettere peccato e, quando anche un vescovo o papa comandasse di peccare, bisogna rifiutare. […] Costui (il sacerdote) deve resistere anche a costo di perdere le sue funzioni…Meglio perdere tutto che commettere peccato contro il Comandamento di Dio.

downloadIl vescovo è Athanasius Schneider. Che ha detto una cosa buona e giusta. Perfettamente corretta direi. Leggendo quanto ha esposto, ho iniziato a formulare un mio pensiero. Penso: ci sono cristiani cattolici perfettamente consapevoli che la comunione non può essere donata a divorziati e risposati. Distribuirla alle suddette persone è sbagliato per principio e significa commettere un peccato grave, sia per chi la distribuisce e sia per chi la riceve; peccato che diverrebbe mortale nel caso ci fosse la piena avvertenza e il deliberato consenso, in aggiunta alla materia grave, da parte dei responsabili. Tuttavia, vi è anche un innumerevole schiera di cristiani cattolici consapevole dell’esistenza del voto di obbedienza, che diviene tale nel momento in cui si inizia il cammino di consacrazione religiosa (attraverso, quindi, una congregazione) ed è uno dei rigori fondamentali che il religioso (frate, monaco, suora etc…) deve osservare in assoluto.

Dunque, quando ho letto questa sentenza del vescovo Schneider, mi sono chiesto: ma se l’ordine di dare l’eucarestia a un divorziato venisse dai vertici della gerarchia ecclesiale, da un vescovo ovvero, se si dovesse disobbedire non si andrebbe contro il voto di obbedienza? Ciò causerebbe un paradosso implicito. Qui ho maturato una riflessione del tutto personale, che vorrei condividere.


Premessa – Il voto di obbedienza è tale solo per il religioso, ovvero colui che appartiene ad una congregazione religiosa come quella dei frati, dei monaci, dei gesuiti, dei comboniani o delle suore. Il sacerdote non religioso, che per divenire tale e consacrarsi passa dal seminario ma non appartiene a nessuna congregazione religiosa, non ha alcun voto, ma bensì una promessa, che preclude quindi il concetto di “obbligo” (o, piuttosto che precluderlo, lo diversifica). Il religioso, anche se poi diventa sacerdote, è pur sempre parte di una congregazione, e ha i voti. Il sacerdote, che non appartiene ad alcuna congregazione, e quindi per una nozione di “tassonomia” non viene definito “religioso”, non ha il voto ma la promessa.


Il mio pensiero Il voto di obbedienza va sia impartito che osservato nel rispetto della dottrina cattolica, ovvero fin quando l’ordine al quale bisognerebbe obbedire non vada contro il vangelo e non ledi alla fede. In questo caso vi sarebbe il principio del legittimo rifiuto. Ovvero: la parola di Dio, il vangelo, la dottrina vengono prima del voto di obbedienza stesso. E’ la parola di Dio ad essere sovra-imposta al voto, ed è il voto ad essere sottoposto alla parola di Dio, non viceversa. Mi spiego ancor di piu: il voto di obbedienza dovrebbe essere allineato alla parola di Dio, e costruito nei limiti della stessa.

Se un vescovo ordina due giorni di digiuno ad un religioso, quest’ultimo, per il voto di obbedienza, è tenuto a rispettare ed eseguire il digiuno. Va anche detto che, compiendo l’ordine del superiore, non andrebbe contro Dio, anzi, compierebbe la sua parola, dato che Gesù consigliò il digiuno per primo, rivelando che il digiuno è un arma potente per scacciare i demoni ed evitare quindi casi di vessazione e possessione diabolica. Tuttavia, se un superiore della gerarchia cattolica ordinasse ad un religioso di dire che Gesù non è il figlio di Dio, ma semplicemente una figura storica, negando così la sua divinità e precludendo la verità della risurrezione e dell’opera salvifica, il religioso non dovrebbe rispettare quest’ordine, in quanto andrebbe contro il dogma di fede, la verità eterna, la scienza del sapere cattolico, ergo contro la parola di Dio.

La morale della mia riflessione, del tutto arbitraria per quanto formata da un background di conoscenza cattolico, è la seguente: se l’obbedienza che una persona è tenuta ad osservare non va contro la parola di Dio, allora va osservata, eseguita e rispettata. Se, però, andasse contro Dio stesso, se andasse contro la sua parola e la dottrina cattolica, se lenisse alla fede e se causasse un principio di degradazione nell’animo, allora non andrebbe osservata, opponendosi di seguito con il legittimo rifiuto; direi anche che andrebbe richiamato l’autore della direttiva infausta. Indi per cui, bisognerebbe riportare l’ordine che è stato impartito a qualcuno affinchè colui che l’ha emesso si ravveda (perchè, per intenderci, un vescovo non dovrebbe mai ordinare di dire che Gesù non è figlio di Dio, giusto per attenermi all’esempio che ho fatto).

Se divento prete e mi viene ordinato di uccidere, per il principio del voto di obbedienza non potrei comunque obbedire a quest’ordine, dato che il quinto comandamento dice chiaramente “non uccidere”. Andrei quindi contro un comandamento, ergo contro la legge di Dio, commettendo così un peccato grave (che diverrebbe mortale, come già esposto, nel caso in cui ci sia la piena avvertenza, la materia grave e il deliberato consenso). Se ordinasse di praticare la masturbazione, la storia non cambierebbe: andrei contro la parola di Dio, dato che il sesto comandamento ci dichiara di non commettere atti impuri, e tra questi vi è anche l’atto impuro solitario. Diciamo anche che se lo facessi pur di obbedire, perchè così profondamente influenzato dal voto di obbedienza al quale mi attengo, avrei probabilmente un avvertenza viziata. Ciò non giustificherebbe il peccato, ma diverrebbe una sorta di attenuante per il peccatore.

Nuovamente, e lo ripeto, penso il vescovo Schneider abbia ragione, e che la sua dichiarazione non va né contro il vangelo, né contro l’insegnamento ufficiale della Chiesa Cattolica. Non penso che ledi alla fede insita in ognuno di noi; piuttosto ci suggerisce di rispettare la parola di Dio anche quando ci viene chiesto, consapevolmente o inconsapevolmente, di violarla. L’ordine di dare l’eucarestia ai divorziati e risposati, che viene dall’alto della gerarchia cattolica, non va eseguito, anche a costo di vedere ridotto il proprio potere e di subire delle conseguenze nel contesto ecclesiale. La parola di Dio è eterna: non è adattabile o diversificabile, ne tantomeno è possibile relativizzarla, indipendentemente dal ruolo che si ricopre in seno alla Chiesa.

Se la Chiesa andasse contro la parola di Dio e i suoi insegnamenti, sopra i quali si fonda la dottrina cattolica, non potrebbe nemmeno costringere uno dei suoi membri pastorali ad andare contro la parola a sua volta. Questa significherebbe essere anatema, divenendo così causa di reati all’interno della Chiesa. Nel caso vi sia un vescovo che dia l’ordine di distribuire l’eucarestia agli adulteri, il potere del vescovo equivarrebbe ad un abuso di potere, venendo così pervertito e violato.

Con la questione del voto, penso di potermi fermare qua. Tuttavia, ci sarebbero altre cose da dire riguardanti il concetto di obbedienza, ma cercherò di essere breve, cercando di sintetizzare il mio pensiero. Va detto che anche noi laici cattolici, pur non avendo alcun voto e in quanto tale non essendo “obbligati”|”tenuti per questione di principio”, dovremmo in realtà osservare un principio di obbedienza nei confronti del vescovo, così come richiesto e stabilito dalla Chiesa stessa (CCC – 896 | Concilio Vaticano II, Costituzione Dogmatica Lumen Gentium – 37), tenendo ovviamente conto il discorso appena fatto; va anche considerata, in aggiunta, la necessaria obbedienza nei confronti del nostro direttore spirituale, tenendo quindi conto, per fede, dell’obbedienza nei confronti delle sue indicazioni, anche quando ci paiono contro la nostra volontà. Se ci indica di fare una determinata cosa o di rifiutarla, sia che siamo confusi, sia che il nostro cuore ci dice di fare cio che ci dice di non fare, sia che ci dica di non fare cio che ci dice di fare, dovremmo obbedire alla parola del nostro direttore spirituale.

Va anche detto che per quanto il sacerdote non ha il voto ma la promessa, anch’egli è tenuto ad osservare ed obbedire alla parola del vescovo, avendo promesso filiale rispetto e obbedienza nei suoi confronti in fase di consacrazione; anch’egli dovrebbe quindi rispettare l’obbedienza. Se non poi non rispetta questa promessa è chiaro che ne decade la qualità dell’operato, anche se l’effetto della conseguenza è diverso rispetto a chi ha il voto, dato che la promessa ha un impatto diverso, ma ciò non preclude la gravità della disobbedienza stessa.

Sono giunto a conclusione: questo è il mio pensiero. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa a riguardo uno dei piu grandi teologi del 900′: papa Benedetto XVI. Già, proprio lui, considerando la sua grande sapienza teologale. Proverei quasi ad inviarli via posta questo articolo, pur sapendo che, probabilmente, non riuscirò mai ad ottenere una sua risposta. In ogni caso, concludo riportandomi all’origine del discorso: la comunione agli adulteri è un peccato grave, e il sacerdote, consapevole di questo, non dovrebbe mai distribuirla ad una persona in tale condizione.

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