Quando Chinatown ha inizio, la prima cosa che recepiamo all’occhio è il mitico attore Burt Young, che subito associamo a Rocky (e ai tempi questa associazione non si poteva fare: il primo capitolo della saga di Stallone distava ancora due anni) e possiamo fin da subito constatare un paio di elementi. Il primo è che il mood di questo film è alquanto scanzonato e allegro, o perlomeno così inizia. Sembra voler presentarci cinque minuti di allegria, giusto per inizializzare il pubblico alla visione, facendoci accomodare. Anche se stai per esprimere una narrativa drammatica, talvolta accade che il drammatismo venga preceduto da un componente opposto, per rilassare lo spettatore, prima di sconvolgerlo. Prima faccio ridere i personaggi, facendoti sorridere assieme a loro, poi li farò piangere, mostrandoti la dura realtà del mondo, ben diversa da quei cinque minuti di allegria che ho voluto regalarti, spiazzandoti in termini emotivi. 

Questa piccola introduzione sembra una sorta di training, di presentazione che ci dice “venite, entrate e accomodatevi in questo film, non dovete temere nulla”. Se qualcuno ci chiedesse cos’altro possiamo ricavare da quelle prime battute sceneggiate in quest’opera, possiamo rispondere razionalmente che, oltre al fatto che il tono della pellicola è allegro e alquanto accomodante, la natura della prima situazione mostrata sembra quasi una soft-comedy, pur se l’ironia, moderata di suo, è comunque inserita in un contesto che lascia prevedere una certa serietà di linguaggio, come se stessimo per assistere a ben altro che ad uno story-board animato di risate. La pellicola parte quindi su una nota di tranquillità apparente, gioiosa, come una di quelle composizioni musicali che iniziano con il preciso intento di instaurare nell’ascoltatore un emozione positiva, eccitando lo stato emotivo tramite un innesto gioioso. Un’altro degli aspetti che possiamo riportare razionalmente è la personalità, altrettanta allegra e scanzonata, del protagonista, il caro Jack Nicholson. Sorridente, rilassato, quieto, egli è felice di esserci.

La celluloide scritta da Towne e diretta da Polanski, parte così, ma più avanti riserva qualcosa di ben differente che lo spettatore, soffermandosi sul debutto dei primi minuti di girato, potrebbe non sospettare. Il protagonista parte quindi contento, ma lo sarà meno quando accadrà ciò che deve accadere. Così come lo spettatore: se viene accolto da una risata, muterà una posizione emotiva ben diversa quando il film inizierà ad esprimersi e a raccontarsi, esponendo il suo argomento e parando dove deve andare a parare. C’è questa sorta di parallelismo con la realtà, esterna alla pellicola, ovvero: se quello che accade nella realtà è in un dato modo, allora sarà così anche nel film. Spesso, quello che si può constatare guardando un film, è che la maggioranza delle produzioni hanno la vittoria, il trionfo del bene, che viene inserito nel finale sempre e comunque, quando poi nella vita non sempre si vince. Polanski, influenzato dalle sue condizioni sentimentali (ne parlerò alla fine), rifiuta il lieto fine impostato, che a volte sfoggia l’irrealismo del realismo utopico, e rifila invece il realismo effettivo, o una parte di esso: se il concetto di vittoria non sempre ha luogo nella vita, così avviene anche nei suoi film. Posso dire che Polanski mette a segno un piccolo capolavoro storico e costruttivo, tutt’al più significativo. Non tutti i suoi personaggi e le storie, pur se non si concludono, perdono; finiscono semplicemente come devono finire. Dopotutto, domanda retorica, nella realtà pensate che le vite e le storie che accadono siano sempre una fiaba? Per l’appunto.

download-1Uscito nel 1974, Chinatown è la storia di un singolo uomo, che, però, non fà suo ogni possibilità di protagonismo. Non tiene, insomma, per sè tutta la torta, lasciando invece che a mangiarla ci sia anche qualcun’altro. Non c’è solo lui, ma abbiamo anche una donna (la Sig.na Cross Mulwray interpretata da Faye Dunaway), un’altro uomo, qualcun’altro ancora e qualcosa che non si può definire una persona. Questo primo uomo di cui vi parlo, che è il protagonista assoluto, è J.J. “Jake” Gittes, interpretato dal magnetico (e magnifico) Jack Nicholson. Jake condivide il suo protagonismo con un altro elemento che fà, a sua volta, da protagonista: la società in cui il film è ambientato, e la città in cui essa ha luogo. Perchè la società qui viene raccontata e denudata, spogliata dalle sue utopie sognanti (la favola della società per bene), violentata nel suo perbenismo apparente e in quanto tale destrutturata gradualmente nell’apparente cognizione che ogni uomo e ogni istituzione della società stà dalla parte dei buoni. La società e la città sono due grandi elementi-soggetto del protagonismo di quest’opera. I protagonisti di Chinatown sono, così, l’uomo e la città, il soggetto e l’oggetto, e mai solo l’uno o l’altro. Entrambi cavalcano la durata della pellicola, entrambi hanno adeguate porzioni di tempo e spazio, entrambi vengono raccontati ed espressi, entrambi sono ora il centro della cinepresa, bucando lo schermo. Towne suddivide i ruoli e dona a Polanski protagonisti e co-protagonisti, primari e comprimari, secondari e marginali, il tutto per mezzo di un processo di scrittura pulito e minimalista, preciso nella costruzione delle situazioni e nello sviluppo intellettuale della diegesi. 

01-chinatown-restaurato-roman-polanskiJake è un uomo che lavora come investigatore privato. Fondamentalmente, i casi di cui si occupa sono atti di umana quotidianità. Il marito che richiede di pedinare la moglie (che sembrerebbe avere un amante), la moglie che richiede di pedinare il marito (che sembrerebbe avere un amante) e così via. Ognuno di questi casi è caratterizzato da una serie di aspetti del personaggio evincibili in modo chiaro: l’allegria e il sorriso costante di Jake. Egli sembrerebbe godere di uno status sociale e privato soddisfacente. Non ha a che fare con il lato oscuro della vita e in quanto tale raccoglie e risucchia nel suo studio ogni caso che gli viene proposto con un protocollo comportamentale che prevede ironia, allegria, contentezza, gioia, un comportamento emotivo pieno che non risparmia barzellette e battute per diluire la serietà del contesto in cui lavora. Fin quando, perlomeno, una giovane signora bionda, entrata nel suo ufficio, chiede di investigare sulla presunta amante del marito. Marito che, però, pochi giorni dopo si scopre essere morto, con il corpo finito nella venatura di un canale di sfogo dell’acqua di Los Angeles. Così Jake, in qualità di essere pensante, non si lascia abbeverare dal pensiero unico corrente diffuso dalla polizia, ovvero che l’uomo è morto a caso, per annegamento, e che, di seguito, il caso può considerarsi chiuso.

Nossignore. Perchè Jake appartiene a quella rara tipologia di uomini che non si fanno i fatti propri e non si tirano indietro davanti una supposizione interpretativa che per gli altri può risultare scomoda, e che a sua volta non viene recepita come comoda dalle autorità ben pensanti della società, preoccupate che qualcuno pensi con la sua testa, anzichè ascoltare il pensiero unico da loro imposto; una supposizione che genera così una sorta di fastidio, di criceto dentro la testa che inizia a grattare, a infastidire, a mangiucchiarti dentro finchè non ti metti in moto. Perchè è proprio quella supposizione, quell’intuito, quella piccola equazione prodotta dal suo io pensante che porta Jake ad avventurarsi nella città di Los Angeles per scoprire la verità celata dietro la vittima. Egli non crede che sia morto “così, per sbaglio” e che il caso possa morire lì.

Ed è proprio lì che, dopo una prima serie di azioni di indagine, per’altro condotte modestamente e senza farsi troppo notare, che Jake sbatte contro una porta. Una porta minuscola, poco illuminata da sole, prevalentemente baciata dalle ombre del tramonto, nascosta ed esiliata dalla società, non riconosciuta da nessuno delle persone esistenti. Una porta nascosta, che loro non vogliono che tu scopra, e che le istituzioni e la polizia tengono ben mimetizzata nell’ambiente. Il mondo “ufficiale” non riconosce questa piccola porticina, eppure c’è ed esiste. Non fà comodo se qualcuno scopre la sua esistenza, perciò stanno lì a dirti che tutto va bene, che quell’uomo è morto per una casuale dinamica del destino e nient’altro. Va tutto bene, torna a casa Jake, riferisce l’uomo per bene della polizia, quel sorriso e quel vestito elegante che sembra un angelo rassicurante che ispira fiducia.

Jake compie il suo destino e decide di aprire quella porta, ed è lì che scopre un sottobosco di criminalità, corruzione, inganno e massoneria, una sorta di matassa tridimensionale del crimine, invisibile ad occhio nudo e ramificata nella società a tutti i livelli, che si complica man mano che Jake si addentra nei suoi intrecci tortuosi. Jake sbatte così contro il muso della matassa, del sottobosco criminale nascosto nel sottosuolo da una società che, furbamente, maschera il male travestendolo di innocenza. Polanski dipinge con il fiuto creativo, con quella visione espressiva che và decodificata e letta con attenzione, osservata per essere scoperta, e quindi analizzata, senza, però, rendere “ovviali” sotto il profilo critico ogni elemento della sua opera. Tutto, graficamente, è ovviale, buttato in faccia contro lo spettatore, eppure Polanski richiede un dato grado di impegno nella lettura del suo film per poter estrarre ogni pezzo organico del suo espressionismo critico, sociale, politico, forte di un linguaggio diretto, che nulla nasconde.

img_0494-768x1024Chinatown, come detto, ci presenta il suo mondo con una sorta di prologo introduttivo che nulla lascia intendere o intravedere del suo mondo reale (quello che ci aspetta piu avanti). Nella prima scena, Burt Young ci regala una brillante interpretazione della delusione che ci fa ridere, ci fa sorridere, sembra quasi messo lì come elemento comico, neanche fosse una commedia. L’attore è simpatico, Jack Nicholson se la ride allegramente, e non per mancare di rispetto all’amico. La situazione è soft, la storia è un piccolo caso quotidiano di umanità malata, raccontata però con sufficienza e tranquillità. Il film, come già ribadito, nella prima scena ci presenta il suo mondo come un sorriso, e l’allegria è il primo sentimento che ci viene dato. La fotografia mostra delle ombre che sono già in agguato e la luce del sole è già prossima a calare, segno che la fascia serale è stà per giungere e piu avanti sarà imperante per l’intera durata della pellicola. Il sole sta calando e il buio stà arrivando. C’è qualcosa, nell’insieme di questa pellicola, che richiama un grande capolavoro del cinema: Il Grande Sonno del 1946. Proprio come l’investigatore privato Marlowe, interpretato dal brillante attore Humphrey Bogart, Jake inizia il suo caso partendo da una semplice richiesta, che nulla sembra nascondere. Marlowe iniziò proprio così, 28 anni prima di Jake: un padre sulla sedie a rotella lo convocò per una richiesta, chiedendogli di investigare sull’identità di un tizio che gli aveva mandato una lettera. Marlowe accettò senza problemi, inconsapevole che da una semplice richiesta di indagine, partita da una lettera firmata, gli si sarebbe aperto un mondo, un intricato sistema arzigogolato di corruzione, inganni, tradimento, sotterfugi, criminalità e quant’altro. Un’enorme matassa, anche lì presente, che il film risucchiò concretizzando la quintessenza dei noir d’epoca.

E’ così che Chinatown denota una serie di elementi che potrei definire quasi consanguinee con Il Grande Sonno; non solo ritroviamo, anche qui, un investigatore privato, ma le modalità di inizio sono del tutto simili: un investigatore convocato da una persona, un sospetto, una richiesta di investigazione, e poi la scoperta di un immenso sottobosco criminale che rode le radice della società, non appena l’investigatore avvia la sua indagine privata. Dopo il pezzo introduttivo, tutto cambia, e ogni aspetto, nella direzione concettuale (dalla caratterizzazione psicologica al sotto-testo sociale del film) assume la sembianza di un realismo spietato, dove chi ride è destinato a smettere di farlo e dove chi nasce è destinato a confrontarsi con qualcosa contro cui, personalmente, sembra non potere nulla. Eppure Polanski non vuole necessariamente esprimere il nichilismo, perchè durante questo film esprime perseveranza, nobiltà intenzionale, scelte, integrità e coraggio. Jake è un uomo che vuole scoprire a fondo la verità dietro l’omicidio di quell’uomo e vuole capire chi ha fatto cosa e perchè. Non tocca a me rivelarvelo, quanto a voi scoprirlo, penetrando nel mondo chimico di Polanski. Che forse, và detto, con questo film ha realizzato il suo capolavoro.

images-5Jake è un uomo che, man mano che brucia quei tortuosi nodi della matassa, rivelando sempre maggiori “porzioni” di verità, viene affrontano e ostacolato dalla società stessa e dalle sue ramificazioni istituzionali. Polanski gioca con la dualità dell’apparenza e della sostanza. Mostra questi uomini perfettamente vestiti, esteticamente splendenti, che non hanno bisogno di essere illuminati dalla luce del sole per risplendere. Uomini che finiranno poi per ingannare Jake, finendo per ingannare anche lo spettatore, nessuno escluso, così come hanno ingannato me. Tutto sembrava perfetto. Uomini che sembravano stare dalla parte del bene, uomini dei quali ci si poteva fidare, uomini che non ti permettevano di sospettare alcunché e che mai avrebbero potuto tradire la coscienza morale, quella buona, o almeno così pareva. Uomini di cui Jake si fida, e anche noi. Ci vengono mostrati come angeli moralmente integri e, logicamente, perfettamente incastonati in quella sorta di buona condotta morale che per forza di cosa il loro mestiere esige e che noi, come spettatori e cittadini, pretendiamo.

In essi c’è il tratto dell’apparente perfezionismo delle istituzioni e della loro appartenenza, anch’essa apparente, alla fazione delle “forze del bene”. Polanski usa la cultura del costumismo, elemento come non mai importante per pitturare l’immagine del suo lungometraggio, per caratterizzare la personalità di quest’opera e, cosa principale e fondamentale per esprimerla; vestiario come non mai essenziale per finalità espressive. Perchè per esprimere il concetto di apparenza e inganno, ovvero per far capire quanto, in buona sostanza, l’apparenza inganna, serviva anche e per l’appunto un apparenza estetica perfetta, che qui viene resa possibile grazie al vestiario d’epoca, brillantemente rievocato, riflesso di una determinata epoca storica, che viene così utilizzato per ingannare. Un brillante set di costumi, attori ammalianti che indossano quei vestiti di primissima qualità, sorrisi brillanti, il sole che illumina il volto sorridente dell’autorità, una regia che dirige con talento le capacità attoriali di ognuno e via, ogni spettatore viene ingannato. Tanti personaggi di cui si può fidare, questo mostra Polanski.

chinatown-1974-roman-polanski-jack-nicholson-faye-dunaway-neo-noir-afterhour-sleaze-and-dignityL’aspetto squisitamente estetico dei personaggi risplende di un accurato perfezionismo d’annata, una sorta di proiezione del divinismo che qui trova sfogo in quei vestiti sempre curati, eleganti, propri della borghesia, i volti sempre fotogenici, perfettamente modellati. L’estetica di Chinatown è elegante e raffinata, ed esprime la mitologia del “buon costume” della “buona società”, ed ecco perchè la cura dell’apparato estetico era necessario per finalità espressive, che implicano dei significati semiotici per precisi. Poliziotti e membri di multinazionali varie sono sempre tratteggiati con l’apparenza dell’integrità morale. Eppure, come Jake si addentra nel nodo della matassa, dietro l’apparenza (perfetta), quindi “dentro” la persona, Chinatown rivela il marciume morale di una società buia. Ogni figura che inizialmente splendeva, viene fatta a pezzi. Gradualmente e in modo diretto, secco, crudo, senza raggiri e senza una struttura narrativa arzigogolata che consuma tempo nella destrutturazione. Polanski è diretto. Ogni figura che a noi appariva candida e affidabile, diventa uno dei tanti rami di quell’albero marcio che qui viene messo a nudo, nonchè criticato.

Sotto il profilo squisitamente cinematografico, il linguaggio tecnico è delizioso. Una fotografia noir, che rappresenta e simula un’epoca storica ormai passata, che qui rivive grazie ad una scelta consapevole di ambienti, di decorazioni e dei già sopracitati costumi che permettono all’epoca del noir anni 40′ di rivivere e di lasciarsi rappresentare con grazia. La fotografia è da sturbo: luci in prossimità dell’abbandono a favore di una maggiore prevalenza dell’ombra che qui viene tratteggiata con splendide soluzioni intellettuali (le tapparelle attraverso le quali filtrano, in coppia, linee di luci e di ombra, tratteggiando i volti dei protagonisti). Tutto viene generato attraverso un processo creativo che valorizza i talenti del regista e del direttore della fotografia. Il notturno e la fascia serale è predominante, senza però dimenticare anche il diurne come elemento di quella ricerca solitaria che viene raccontata dall’alba, passando dal mattino avanzato, fino alla sera.

downloadChinatown parla di perseveranza. E come già detto parla anche di quell’ombra che si staglia nella società, e in questo caso specifico nella metropoli di Los Angeles, come una figura che si intravede solo se vai a cercarla, perchè altrimenti rimane zitta, quieta e ben nascosta dietro l’apparenza di vetro, per non farsi scoprire (in modo da non venir disturbata). Jake è un uomo che persevera. Viene attaccato e quasi lo fanno fuori non appena ritorna sulla scena dove è stato scoperto il corpo senza vita di quell’uomo. Gli viene fatto un avvertimento. Eppure non molla, non indietreggia. Non ci pensa nemmeno e continua così il suo cammino verso lo spoglio della matassa. Un continuo vai e vieni di ostacoli tridimensionali, che qui assumano la forma di uomini adulti armati di pistola, pronti all’avvertimento crudele, che però non porta la personalità di Jake a perdere speranza, né tantomeno a corrompersi, né tantomeno a destrutturarsi moralmente, discendendo la china del declino. Una ricerca solitaria, intima, che genera l’apertura del sottobosco criminale di cui ho parlato e contro il quale Jake finirà per sbatterci contro, nulla potendo, nella sua impotenza di cittadino comune, contro il potere della gerarchia alta. Eppure, Polanski, pur chiudendo il suo intreccio con l’ombra che sembra riuscire quasi a farla franca e che solo Dio può sciogliere, Polanski porta avanti la pluralità di tematiche vengono distribuite nell’arco dei suoi 131 minuti di durata, arricchendo e formando l’aspetto semantico.

Ecco un altra similitudine con Il Grande Sonno: piu Jake scopre le radici del male che a poco a poco spoglia e scopre personalmente (pur non riuscendo a mettere in luce l’iniquità celata facendo in modo che anche gli altri scoprano le medesime cose) piu viene osteggiato, colpito, nel tentativo di venire distrutto, e piu continua la sua personale ricerca, intima e solitaria, accompagnato da Cross Mulwray, ex moglie del marito ucciso. Solo e mai moralmente incline al male, ma sempre corretto nella gestione della sua coscienza, che qui trova un esecuzione ammirevole. Cerca di risolvere le cose, cerca di rivelare l’assassino alla polizia, non abusa mai dei suoi servizi e non trae un profitto economico quando potrebbe, non segue il caso per interesse personale ma per mera obiezione di coscienza spassionata, e non si fida nemmeno troppo della donna che ha accanto, contro la quale avrà piu di un ragionevole dubbio. La cinepresa di Polanski non rivela cose che i personaggi non sanno. Piuttosto, quello che sà lo spettatore lo sà anche Jake. Ecco perchè finiremo per dubitare delle cose di cui dubita Jake, e ci fideremo di determinate persone solo quando anche Jake si fiderà. Jake è quindi un modello umano di certo non “perfetto”, ci mancherebbe, non siamo dinanzi una macchietta stereotipata, ma ricco di umanità.

chinatownUna cosa alquanto piacevole, e nuovamente qui mi viene da notare un verosimiglianza con Il Grande Sonno (consapevole o meno non saprei dirvelo) è la discreta pulizia dei contenuti che caratterizza Chinatown. Ad esempio, la violenza grafica è estremamente moderata e isolata, del tutto “sufficiente”, mai buca lo schermo e la ferita che Jake riporterà sul naso, assieme ad una manciata di scazzottate, è il massimo che si può vedere, senza esagerare. Polanski avrebbe potuto sfruttare il corpo della protagonista femminile e offrire una divagazione gratuita, imbastardendo lo script con il solito cliché sessuale del duo di protagonisti maschile|femminile. Invece anche quando i due avranno un ravvicinamento fisico, la cinepresa non andrà mai sotto le loro spalle, e tratteggerà con garbo e moderazione una piccola intimità tra i due, evitando di distrarre l’audience dall’evoluzione della fiducia a cui assistiamo tra i due. Differentemente dallo script “solito” del mistery e del giallo, la deduzione graduale di Jake non sarà necessariamente corretta e spesso verrà invertita dagli eventi che contraddiranno le sue supposizioni e le sue interpretazioni, spesso in balia di una crescente mancanza di fiducia a causa dell’enorme corruzione e dell’inganno a cui andrà incontro.

Un finale da urlo è quello che ci aspetta, con quel clacson suonato che ha fatto storia, e la risorsa del sonoro, per come viene utilizzata, vola ai tempi di di Fritz Lang, divenendo così un informazione semiotica, proprio come ai tempi in cui il suono veniva usato come mezzo per veicolare un informazione narrativa, come parte dell’operato del film (proprio come in M: il fischietto del passante che attira l’attenzione del cieco e che lo porta a capire che il passante dev’essere l’assassino che tutti cercano, a causa del motivo musicale che è lo stesso usato dal killer quando elimina le sue vittime). Polanski dirige una matassa politica, sociale e criminale complessa, realistica nel suo racconto, credibile nel mostrare la faccia degli elementi coinvolti (istituzioni, personaggi, etc), grazie ad una sceneggiatura per l’appunto realistica, fisica, comune, che risucchia eventi, identità, personaggi del tutto reali, trasposti su pellicola grazie ad un modello di costruzione fotorealistico, senza mai varcare la sottile linea del fittizio “fantastico”, del cinema che è cinema solo “dentro” sè stesso, del film che narra e mostra cose che nella realtà non potrebbero accadere.

chinatownLa corruzione offre un moderato grado di complessità che non può sciogliersi così facilmente. Towne, riprendendo la questione sul finale e sulla risoluzione del film e, talvolta, del cinema Polanski, aveva anche scritto un finale lieto, e voleva la sua visione originaria venisse rispettata, ma Polanski, vittima della perdita della moglie, ha voluto far prevalere lo stato d’animo dei tempi, la sua condizione sentimentale ed emotiva dell’epoca, distrutta dalla morte di sua moglie, e così ha scelto per un “nì”, un qualcosa che proiettasse la sua sfiducia e la sua malinconia, il suo stato d’animo tutt’altro che felice. Ecco perchè è finito così. E io penso che sia stata la scelta giusta. Perchè è vero che qualunque cittadino comune che si mette contro società, agenzie, multinazionali e forze dell’ordine non può davvero, e da solo, sbrogliare tutta la matassa per intero, rivelandola al mondo, e distruggendola. E’ un utopia. Un finale lieto dove il cittadino qualunque americano trionfa contro tutte queste istituzioni e qualcosa che nella realtà non è mai esistito e mai esisterà. E’ utopismo fiabesco. Può combatterla, può perseverare, può sopravvivere, può vivere, può anche vincere personalmente. Ma la matassa rimane.

Dopotutto, nella vita reale, 2.000 anni di lotta tramite singoli cittadini, santi, religioni e istituzioni non sono riusciti a sconfiggere le forze del male. Uno può denunciare e combattere contro la mafia, e alla fine può sopravvivere, ma la mafia rimane, e lui può giusto ottenere una piccola vittoria a carattere personale se anche solo uno degli esponenti della mafia viene preso. Contro la potenza del male si può vincere personalmente, nella propria vita. Ma contro la potenza del male insita nella società e nelle istituzioni occorrerebbe lo sforzo di ogni cittadino. Ecco perchè Chinatown è del tutto verosimile a un meccanismo reale. Contro l’impotenza di questo ingarbuglio, il cittadino si ritrova costretto a fare un passo indietro, pur avendo combattuto fino alla fine. Jake si ritrova desolato difronte quella conclusione amara che gli si para di fronte. Il potere delle autorità è più in alto di lui. Lui ha combattuto, ma forse è il momento di tirarsi indietro, proseguendo verso un “altrove” che non ci viene raccontato.

Il cinema di Polanski è così. Realista e talvolta “sconfitto”, dove c’è speranza e perseveranza fino alla fine ma dove, in epilogo, il male è troppo ampio e diramato a tutti i livelli per riuscire a venire del tutto sconfitto e scalzato dal suo regno. Jake scopre e mette in luce quel lupo che si era travestito di innocenza e che aveva così sapientemente coperto ogni traccia del suo operato. E’ così che il caso che qui viene raccontato, agli occhi dei comuni passanti, si chiude come un altro caso di cronaca che non avrà il giusto merito e la giustizia richiesta, urlata a gran voce dai singoli coinvolti. Chinatown fà venire voglia di giustizia, ma chi la cerca “dentro” il film rimarrà deluso. Dovrà infatti rivolgersi ad altre storie, e non di certo al realismo, non necessariamente nichilista o pessimista, ma semplicemente reale, di Polanski. Giungendo a conclusione, il film chiude il suo arco e si consegna alla storia, donandosi al pubblico con robuste qualità artistiche e tecniche. La storia di Jake è dunque un affresco attuale di storia, vivido e netto. Prendere o lasciare.


Chinatown

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  • Regia: Roman Polanski
  • Sceneggiatura: Robert Towne
  • Musiche: Jerry Goldsmith
  • Cast: Jack Nicholson, Faye Dunaway, John Huston, Perry Lopez
  • Durata: 131 minuti
  • Anno: 1974
  • Box Office: $29.000.000
  • Like personale: 80%+
  • Edizione consigliata: blu-ray
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