Gigi Proietti Vs. Robin Williams – I doppiatori del genio di Aladdin

Quest’oggi, dopo tanti anni, mi è capitato di rivedere il classico d’animazione Aladdin. Insieme a mio fratello stavo scegliendo qualcosa da far vedere a mio nipote che fosse un qualcosa di guardabile per una piccola creatura, ed alla fine la scelta è ricaduta sul lungometraggio animato del 1992. Visto dal mio nipotino, tra l’altro, per meno di 10 minuti, dato che ha poi diretto la sua attenzione altrove.

Così, alla fine, me lo sono rivisto io. Erano anni che che non vedevo il lungometraggio da half billion di incassi, questo perchè, nella mia vita, il binomio film d’animazione/gusti personali è oramai scaduto, superato, giunto al termine della sua corsa. Non appena iniziato, ho subito pensato ai due interpreti che hanno potuto permettere a questo film di completarsi e dunque di esistere. Anche se fossero arrivati ad un giorno dalla stampa del master da proiezione, anche se lo avessero dotato di ogni caratteristica visiva e sonora possibile, non avrebbero mai potuto realmente pubblicarlo se questi due attori non si fossero prestati a doppiare nel film.

Due attori che hanno doppiato lo stesso personaggio. Da una parte, Robin Williams e il suo talento attoriale e comico così estroso, dinamico, inventivo e irrefrenabile, dall’altro Gigi Proietti, con la sue sue doti vocali brillanti e le sue conoscenze attoriali competitive. Due eccellenze dell’interpretazione, teatrale e cinematica, ognuno a modo suo, l’uno differente dall’altro. Questi due attori hanno non solo regalato la ciliegina sulla torta al film d’animazione più bello di sempre, ma hanno anche permesso di dare vita al personaggio che ha segnato un epoca.

Entrambi hanno doppiato il genio, il personaggio che di fatto è il vero mattatore del film, simbolo mitologico e protagonista di tutta l’opera. Nel corso degli anni ho pensato a quale dei due doppiatori preferissi. Penso che entrambi abbiano fatto un lavoro eccelso, di grandissima qualità, e che ognuno abbia offerto un qualcosa di proprio, unico e distinto dall’altro. Due lavori complementari e distinti a modo proprio, preferibili in termini soggettivi, che offrono due gusti opposti, ove l’uno non preclude altro. Ognuno ha offerto il proprio talento, retaggio della propria cultura, del proprio paese e del proprio vissuto esperienziale, consegnando così la propria, personale e intima versione del personaggio del cartone.

Premetto che raramente il doppiaggio italiano, per quanto stratosferico, sfiori o si avvicini anche solo lontanamente alle versioni originali in madrelingua. Per quanto io lo reputi il n. 1 su scala internazionali, le versioni native sono sempre e comunque un’altra cosa. Tra i mille, pensate a “The Dark Knight” di Christopher Nolan. Sentitelo in originale: un altro mondo. Questo è ciò che penso. Ognuno poi è libero di preferire il doppiaggio italiano all’originale e viceversa. Credo che raramente il lavoro italiano, per quanto qualitativo, abbia raggiunto il livello dell’originale. Eppure, nel corso della storia, ci sono state delle eccezioni, dove il doppiaggio italiano era quasi preferibile a quello nativo. E una di queste eccezioni credo che sia il lungometraggio in questo.


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Il doppiaggio di Robin Williams.
Williams ha infuso il suo talento, la sua capacità e la sua attitudine caratteriale naturale, facendo un lavoro coeso, unito e completo, dove tutto il suo carattere da one-man show ha monopolizzato l’intero film. il suo modo di esporsi e di relazionarsi con le persone, facendo ridere risucchiando e rielaborando qualsiasi informazione visiva o concettuale che gli passasse tra le mani, l’ha sfruttata fino a che non ha preso fuoco, e con quelle fiamme ha poi alimentato ogni battuta del genio. Il Williams che doppia il genio e il Williams che si esibisce per due ore su un palco in uno spettacolo solitario ed esclusivo, trascinando nella risata massiva migliaia di persone. È riuscito con le sue capacità professionali a recitare, a performare con capacità mature, impersonando con perfetta credibilità, e facendolo con il suo background artistico fatto di cinema, teatro e improvvisazione.

Ha costruito una dialettica limpida, che ha espresso con le sue doti orali, energiche e dinamiche e capaci di fare ridere grazie al suo talento naturale. Ha donato una splendida interpretazione vocale fatta di accenti, sentenze e dialoghi di qualità con il suo tono e il suo carattere over-act. Ha recitato con tutte le sfumature della sua personalità messe in gioco. Ha interpretato impersonando sé stesso. Il genio di Williams non è una sfumatura di Williams, ma è Williams in persona. Il genio di Williams racchiude tutto il suo talento comico e viene animato da ogni sfumatura del suo comportamento. Il genio di Williams è Williams stesso. Non è soltanto un’interpretazione retribuita.


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Il doppiaggio di Gigi Proietti.
Proietti, da parte sua, ha fatto un lavoro che potrei definire a sua volta mostruoso e dotato di una ricchezza tutta sua. Una volta entrato in sala di doppiaggio, ha dapprima acceso il motore del suo talento, avviandolo e riscaldandolo con la pletora di conoscenze tra le più varie che ha nel campo della recitazione, della dizione e del doppiaggio, e ha poi risucchiato, assorbito e reso vivo ogni pezzo di dialogo con le sue conoscenze, retaggio della cultura verbale italiana. Il lavoro di Proietti ha una carta che Williams non aveva per motivi naturali: l’immenso archivio storico di dialetti, accenti e sfumature parlate che soltanto noi italiani abbiamo. E che gli americani non hanno. Proietti ha costruito un personaggio ricco di una complessità dialettale stupefacente.

Il nostro Gigi ha sfruttato ogni centesimo di battuta per racchiudere, al suo interno, un piccolo mondo dialettico, differente di sillaba in sillaba, di parola in parola, passando senza soluzione di continuità e con una maestria pazzesca da un accento ad un altro, da una variazione dialettale ad un altra, e così via, dipingendo su schermo un filone continuo, dinamico, estroso e brillantemente coeso e connesso di dialetti, di forme, di personalizzazioni espressive, di cambi di tono e di accenti in un collage verbale assolutamente spettacolare.

Proietti ha messo su campo un antologia secolare che ha visto in gioco il retaggio storico dei nostri dialetti e dei nostri accenti, utilizzati, sfruttati e spalmati con sapienza, arricchendo ogni parola in modo unico e distinto dall’altro. Gigi ci ha fatto ridere e coinvolgere passando da sfumature settentrionali a sfumature da tedesco maccheronico, utilizzando nel mezzo ogni espressione verbale che fosse congeniale e adeguata così come da lui reputato per il personaggio. Ogni linea di dialogo è la summa del doppiaggio italiano e della sua cultura. Al suo interno, c’è tutto. C’è varietà, c’è capacità espressiva, c’è pienezza di voce, c’è ogni aspetto del doppiaggio, distribuito nell’arco degli 86 minuti del film.

Proietti ha valorizzato la varietà di colori lessicali che abbiamo nel nostro paese, le mille e una possibilità che abbiamo esprimendoci usando il colore, la forma e la dinamica della nostra lingua. Egli tributa ed omaggia la lingua italiana, la esalta all’ennesima potenza mostrando al mondo cosa significa recitare e far ridere con la nostra lingua. Il suo lavoro è frutto di una varietà di sfumature eccezionale, di accenti brillantemente omaggiati, di un utilizzo capillare e razionale di variazioni eccezionali nonché caratterizzate da una qualità tecnica brillante.

Il lavoro di Proietti è l’eterna mutazione del parlato italiano, che passa, si evolve, cambia, si differenzia passando da una variante ad un’altra con una maestria stupefacente, da vero maestro dell’arte del doppiaggio e, quindi, della narrazione. Proietti ci delizia con un lavoro che gli americani sognano, attingendo dalla nostra cultura terminologica, lessicale e dialettale unica nel mondo, fornendo un mondo verboso ricco di sfumature uniche. Egli ha creato un doppiaggio muovendosi liberamente in piena autonomia, libero proprietario del suo talento e della sua voce.


In conclusione, entrambi sono stati eccellenti e sia che sentiate il genio in lingua originale o in italiano, ne (sentirete) vedrete delle belle. In entrambi in casi vi ritroverete dinanzi un lavoro ricco, eccellente, tecnico, professionale, completo. Tuttavia, per quanto io preferisca sempre la versione originale a quella doppiata, come già detto, in questo caso sento di dover fare un eccezione. Il mio penny, va a lui, Gigi Proietti. Che non è “meglio” di Williams. Entrambi hanno fatto qualcosa di diverso, unico e distinto, e non si possono paragonare, quindi l’uno non sopravvale sull’altro, né l’uno preclude l’altro.

Tuttavia, in termini di preferenza personale e soggettiva (mia e solo mia), posso dire che questa volta il mio gusto è più attratto e incantato dal lavoro del doppiatore nostrano. Quello di Williams è bellissimo, l’interpretazione è di qualità e le sfumature si animano nel range limitato delle possibilità consentite dall’inglese. Quello di Proietti, invece, va oltre: distrugge e ricostruisce a sua immagine e somiglianza la voce di un personaggio e gli dona sfumature, variabili e colori spettacolari, che sfondano ogni porta, che conferiscono una personalità multicolore, multiforme, unica. Quando lo senti, c’è un opera vocale in corso che lascia senza fiato. Con tutto il rispetto per l’originale che rimane, comunque, mostruoso. Ma per una volta nella storia del cinema, credo che il doppiaggio italiano abbia superato quello madre. Almeno per un personaggio. Tanto di cappello. 

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