I 45 film visti a noleggio nel 2016


Il 2016 è ormai passato. Al momento che completo questo articolo siamo alle ore 0.19 del 1 gennaio, il 2017 è iniziato da 20 minuti ed è quindi tempo di tirare le somme (anzi, di concluderle, visto che ho questo pezzo in stand-by da una settimana almeno). Qui di seguito trovate la lista di tutti i film che ho visionato a noleggio, in blu-ray o dvd, durante il 2016.

Volevo nominare spassionatamente il video-noleggio ModenaCinema di Modena, che è il luogo dove ho noleggiato tutti i film che vedete in lista (tranne Jackie Brown e Captain America Civil War), più il videonoleggio CiakVideo, anch’esso di Modena, dove ho noleggiato l’ultimo film che vedete in lista, Captain America 3 per l’appunto. Mentre Jackie Brown è stato recuperato da un videonoleggio di provincia. Buona lettura!

1. Cloverfield. Da amante del found-footage, ho trovato in Cloverfield dapprima un pezzo di cinema ben più che sufficiente, valido e significativo nel suo insieme, e in secundis un esponente che ben valorizza la soluzione tecnica del found-footage (tra le mie scelte di regia preferite), qui usata per rappresentare una parabola meta-fisica del mostro improvviso che sconvolse le vite degli americani 17 anni fà circa.

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2. Doom. Quando uscì al cinema, lo odiai senza averlo visto, quest’anno invece l’ho noleggiato in virtù di un’espansione delle mie facoltà mentali che mi portano ad interessarmi e a vedere un pò di tutto. Allargando i territori del mio interesse, quindi, ho fatto entrare anche questo film nella mia vita e devo dirvi che il risultato è distante anni luce dall’unanime accusa di trashume che gli è stata mossa. Questo film è un semplice action/horror-team script realizzato in ambienti angusti e con una lavorazione tecnica di creature ed effetti visuali solida. Assolutamente guardabile e godibile per una serata soft, leggera e all’insegna della visione d’insieme con amici e company.

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3. Elysium. Lo sci-fi che proietta il classico saggio intellettuale di sociologia, distopismo e morale. Le tematiche che rendono il contenuto sono anche fin troppo conosciute e ben classiche, con il loro carattere strutturale e narrativo tassonomico, ma la rappresentazione è vincente grazie ad una scrittura di idee espressive già viste ma molto solide e graziate da un lavoro di rielaborazione fine e ben concretizzato, realizzando gli elementi di cui parla con ispirazione, anche se siamo sempre lì. Comunque, un esponente più che discreto e assolutamente valido.

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4. Boyhood. Il film che sorprese il mondo quando si venne a sapere che lo stavano realizzando da…12 anni? Si, circa. Questo perchè il regista volle usare gli stessi attori per rappresentare le varie fasi di età dei suoi personaggi. Un opera che parla del percorso di crescita sociale, familiare e psicologica di una famiglia (soffermandosi sul suo protagonista, il figlio piccolo), la quale passa attraverso varie fasi di vita, fino al raggiungimento di un ideale equilibrio finale. Peccato che dietro l’ambiziosa scelta di operare con gli stessi attori, tenendo la produzione in stand-by per 10 anni e creando una sensazione di realismo immensa, ci sia invece una sceneggiatura che non riflette la vera profondità tematica e morale che avrebbe potuto riflettere parlando di un cammino di crescita, e che mette da parte inconsapevolmente le mille idee potenziali che avrebbero potuto dipingere una vita ben più complessa di una semplice crescita all’acqua di rose. Un film inversamente proporzionale, per complessità e profondità, alla complessità e alla profondità stessa dell’argomento di cui parla. Piacevole, ma non un capolavoro come invece sbandierato.

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5. Memento. L’idea visionaria di Nolan che si elabora, si sviluppa, cresce e matura fino a divenire un architettura a sé stante, ricca di spunti e dotata di una qualità tutta sua. Una brillante coesistenza tra forma e sostanza, tra grammatica e semantica cinematografica, dove Nolan compie una delle migliori imprese di concettualizzazione, interpretazione e rinnovo del linguaggio cinematografico. Un thriller mentale che decompone e ricompone una storia affascinante, presentandola con lo stile del difetto mnemonico del suo protagonista. Imperdibile.

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6. Maze Runner. L’avventura che ogni ragazzo sognerebbe di vivere. Non tanto perchè il suo mondo ci attira e ci accoglie, ma perchè il gusto per l’ignoto, il mistero e l’avventura sono forti e ben stratificati, tanto da far proiettare il nostro io mitomane li dentro, tra gli angusti muri del labirinto. Un enigma che si risolve grazie all’intuito di un ragazzo, parabola del cittadino che si distacca dall’ordine sociale prestabilito sull’integrazione e sul conformismo, auto-definendosi come personalità differente e in quanto tale capace di andare oltre dove gli altri non vogliono arrivare.

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7. Maze Runner 2 La Fuga. Il sequel che corre, scoppia, urla, si agita, implode ed esplode, vomitando su schermo una marea di sezioni di concetto ben differenti e distinte tra di loro. Un film realizzato con cognizione, tenendo conto del gusto dello spettatore nell’intenzione di compiacerlo con tanta varietà e tenendo conto della necessità di cambiare setting e situazioni dopo aver sfruttato a fondo l’idea del labirinto nell’originale. Non c’è un attimo di pausa. E’ ben costruito, anche se si può notare una certa assenza di originalità dietro quello che mostra, pur se si difende bene. Si distacca mediamente dal libro da cui è tratto. Un pacchetto che include varietà di contenuti e, alla fine, una qualità più che sufficiente.

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8. I Sogni Segreti di Walter MittyL’americanata-puttanata del decennio. E’ stato esaltato e tacciato di profondità solo perchè offre l’argomento serio/esistenziale popolare più interessante di tutti e lo fà nel modo più pateticamente populista, demagogico e qualunquista possibile. Un estremizzazione del qualunquismo come raramente si era visto. Un film che è l’esaltazione totale della retorica americana. L’uomo che vive l’avventura evadendo dalla mediocrità della vita e che alla fine zittisce pure il suo boss col discorsetto retorico pro-people. Il film è la classica metafora che dipana della filosofia spicciola ridotta ad una semplificazione di concetto esasperante. Semplicistico e infantile, questo film rappresenta un concetto serio, e profondo, ma lo fà con lo spessore di un quote su facebook o, peggio, con il populismo demagogico di un politico.

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9. E’ Colpa Delle Stelle. La storia d’amore che ci ha fatto piangere. Almeno così è successo. E’ una bella storia che parla di relazione, di cammino e di accettazione della croce altrui. Non ci sono stereotipi banalmente fagocitati, né tantomeno il populismo del romance per teenager. E’ una storia particolare che si costruisce e si spegne, come poi avviene nella vita reale. E’ fatta di singoli avvenimenti, di piccole situazioni intime ed è credibile. Non è fatta per dare il contentino alle teenager di 12 anni, perlomeno. Lo consiglio, anche ai pregiudiziosi.

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10. L’ombra del Vampiro. Il film che racconta la leggenda secondo la quale l’attore che interpretò Nosferatu nel film omonimo del 1922 era davvero un vampiro. Ovviamente è falso, ma il film racconta in chiave fittizia questa storia come un biopic simulato, mostrando un interpretazione della leggenda metropolitana costruita con tante piccole gemme ideologiche sparse quà e là durante la narrazione. Eccoci con William Dafoe nei panni del vero Max Schreck durante le riprese di Nosferatu nel 1922, egli è un vampiro e a poco a poco le stranezze dell’attore vengono notate dalla troupe. Un romanzo cinematografico molto interessante, ispirato e affascinante, che tributa il capolavoro di Murnau del 1922, dando vita alla leggenda virale del behind the scene con grazia.

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11. Fast and Furious 7. L’action movie che vorremmo vedere una volta a sera almeno per 2 volte a settimana, giusto per distrarci quando ne abbiamo bisogno. C’è il momento di ridere e di pensare, di dormire e di lavorare, di analizzare e di studiare, e poi c’è l’entertainment. E, di seguito, questo film, nella sua roboante struttura di azione e coreografie visuali da urlo. Un film da vedere accettando il fatto che è stato voluto esattamente in questo modo, mediamente esagerato ma con stile, sborone ma contenuto. Risplende su un livello superiore rispetto al nome malfamato dei suoi predecessori. Una figata adrenalinica e proteica.

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12. Lei. La storia d’amore tra Theodore e Samantha, solo che qui Samantha è un’intelligenza artificiale parecchio evoluta. La profondità del rapporto raggiunge livelli angoscianti, quando vedi che il protagonista stà davvero spendendo tutto sé stesso per andare dietro ad un software, coinvolgendosi emotivamente come non farebbe nemmeno con una persona. Fin che non si sveglierà dalla realtà dei fatti, non senza aver lasciato dietro una relazione finta, ma più credibile e matura di tante altre relazioni tra uomo e donna.

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13. Krampus. La porcheria che vuole fare commedia e vuole spaventare. Non riuscendoci in nessuno dei due aspetti. L’horror è ridotto a dei pupazzetti che escono dal soffitto e combattono, dando l’impressione di essere i personaggi degli spot pubblicitari made in USA, mentre le dinamiche di combattimento non sono differenti da quelle di un cartone animato in CGA. Krampus, la creatura, è ridicola, così come è patetico il black humor rappresentato dalle scene d’azione tra i personaggi e i pupazzetti e le scenette tra la creatura e i bambini. Tutto quanto fà brodo per una “roba” che definire pessima è riduttiva. Non c’è un fotogramma che si salva. Squallido nello script, nel valore di produzione, nella credibilità comica o seria che sia, nella qualità e nel valore tecnico. In tutto, praticamente.

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14. Interstellar. Nolan vende le sue idee per ridefinire il concetto di successo cinematografico mondiale. Un epica sentimentale che beneficia del costrutto di Nolan nel pieno del suo talento visionario. Un gran film costruito attraverso una concettualizzazione di significati, di visioni apocalittiche e sentimenti che hanno il loro meglio nel rapporto tra padre-figlia, nel solipsismo, nelle scelte morali, nel rapporto di causa ed effetto, nella fisica e nel paradosso spazio-temporale. Un capolavoro epico. Mi ha fatto piangere e l’ho visto due volte in due giorni. Guai a definirlo un blockbuster, come se fosse “robetta”. Bellissimo, come tutti i film di Nolan.

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15. Perfetti Sconosciuti. La commediola italiana che ha avuto tanto ma tanto successo, presentando però una sceneggiatura mediamente commerciale, che fà leva sulle informazioni che fanno tanto gola e generano interesse (il gossip sui retroscena sentimentali, tra tradimenti vari e quant’altro) e sul messaggio pro-gay che piace tanto agli italiani e che fà “cultura”, costruito con quella saggezza d’espressione che ti sembra di assistere ad un sotto-testo saggistico e critico. Macché, la solita propaganda stupida e il solito via vai di personaggi che si fanno le corna a vicenda, scatenando una lunga sequenza di scenette dove lo spettatore può farsi i cavoli intimi dei personaggi coinvolti, che è poi quello che vogliono gli italiani (tant’è che poi i contenuti tv quali Tg e reality fanno successo proprio per questo). Peccato che alla fine non ci sia alcuna morale. E’ un idea intrigante e facilmente vendibile. Lo guardi una volta e non lo guardi più in vita tua. Scindibile.

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16. The Gift. Bel thriller, begli attimi di suspense, bei momenti da brivido, tutto senza splatter o gore, con una storia caratterizzata da una costruzione sobria e pulita dell’immagine, ma non così tranquilla e pacifica nella sua tematica, che verte sul comportamento psicolabile del suo protagonista e sulla teoria della vendetta e sulla rivalsa, che però mai dovremmo cercare di applicare nella vita reale. Il thriller è tra i migliori che siano usciti e mostra in modo diretto e senza ambiguità cosa succede quando una persona pesta le vite degli altri godendosela comunque alla loro faccia. Finchè qualcun’altro non glielo farà capire. O vivere.

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17. Mission Impossible II. La più grossa porcata della storia. Talmente patetico che non so come si sia sentito Tom Cruise a vedere sé stesso durante il test-screening. Un film che mette a segno due goal, entrambi di tipo culturale. Il primo è quello di svendere il talento di John Woo, ora catturato e subordinato al modello capitalista americano, il secondo è quello di decomporre, destrutturare e snaturare la proprietà intellettuale di Mission Impossible, trasformando il capolavoro del primo, costruito attraverso una saggia composizione del mind’s game, in un action mass-market per il consumatore medio che propone una sequela infinita di figure retoriche, stereotipate, qualunquiste e patetiche, tutto azione, sentimentalismo pre-fabbricato e niente narrazione. Le sequenze in slow-motion sono più ridicole di una parodia cinese di Matrix, nemmeno lo avessero fatto apposta per ridicolizzare il franchise.

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18. Mission Impossible Ghost Protocoll. Il sequel che riprende l’ipotetico tentativo di evoluzione intrapreso dallo squallido prequel, che aveva fallito nel diversificare il franchise proponendo un pessimo esempio di changing-content, ricostruendo così a sua immagine e somiglianza il tentativo stesso, re-immaginandolo, ri-definendolo e facendo tutto quello che il due aveva destrutturato e snaturato, violando l’integrità della saga. Il 3 mantiene l’obiettivo di voler donare al pubblico delle sequenze d’azione, mancanti nel primo, ritrovando però una propria identità intellettuale e offrendo uno spessore tangibile, un connubio sapiente tra sviluppo della sinossi, sorpresa, suspense e contesti d’azione gestiti con intelligenza. Forse il migliore episodio della saga dopo il primo.

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19. Mission Impossible Rogue Nation. Stesso sostanza con una variante della forma. Anche qui il fattore trama è sufficientemente elaborato e approfondito da offrire un intreccio fitto e  da tenere impegnata l’attenzione cerebrale, mentre l’azione che si svolge offre alcune delle migliori sequenze costruite con precisione visionaria, chirurgica e geometrica. Troppo sessualizzato ed esagerato il personaggio femminile, che ora diventa troppo un comprimario di Cruise manco fosse legge, ma nel complesso il film è ottimo, anche se convenzionale nella sua ideazione. Un prodotto comunque valido e riuscito.

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20. Disconnect. Una visione antropologica e sociologica sul rapporto tra uomo e tecnologia e di come l’uso e il libero arbitraggio della tecnologia da parte dell’uomo influenza le proprie e altrui vite. Ad un uso corretto equivale una conseguenza positiva, screvo da malizia, mentre ad un uso sbagliato e immorale equivale una conseguenza altrettanto sbagliata e dannosa. E questo si riflette nelle 3-4 storie complementari e uniche che il film presenta, mostrando gli effetti collaterali delle azioni che le persone attuano per lenire o soddisfare il proprio vuoto, usando la tecnologia come mezzo di sfogo o di interazione in modo discutibile, generando male per sé stessi e per gli altri. Il film non risolve nessuno dei casi e si chiude nel nome del pessimismo. Ben costruito, ma non valorizzato nella sua morale e fin troppo malinconico-andante. A tratti antipatico.

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21. Non è un paese per vecchi. Bellissimo thriller neo-realista, duro e spietato dove tre modelli antropologici, tratti dal libro omonimo, vengono contrapposti e si inoltrano nel cammino di vita, ognuno giostrando liberamente le proprie azioni e ricavando le conseguenze implicite del proprio atteggiamento morale. Javier Bardem nel ruolo del cattivo è strepitoso, ed ogni shot di questo film è un pezzo che si lega in armonia con gli altri. Un piccolo capolavoro introspettivo, dove manca giusto la risoluzione in bene del caso che tratta, imponendo invece un epilogo ben differente dal classicismo d’annata. Ma non è un male.

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22. Heat La Sfida. Lo splendido thriller che mi ha tenuto avvolto in un racconto di 2 ore e 50 minuti circa, prevalentemente costruito ed eretto dai dialoghi, dai principi morali dei personaggi e dalle loro azioni di causa ed effetto. Nel mezzo anche due o tre sequenze d’azione da brivido, un manuale antologico registico e stilistico che diventa colonna portante dell’action thriller atipico. Al Pacino è fenomenale e per quanto l’abbia già espresso nell’apposita recensione, lo ribadisco nuovamente. Mann al suo massimo storico, non c’è che dire.

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23. Insomnia. Un altra bellissima gemma dei thriller, nonchè uno dei migliori film di Nolan. Uno di quei film che non offendono il gusto né l’intelligenza umana, distaccandosi dalla prevedibilità delle produzioni analoghe e dalla tipicità di genere. Un opera che offre un racconto riflessivo e morale che fà a propria volta riflettere, donandosi e strutturandosi con grazia senza interventi mainstream nel processo di scrittura. Nolan ricrea un remake con classe e il duo costituto da Pacino/Williams è brillante. Un film da godere con calma e nel silenzio.

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24. Macbeth. Un film estremamente particolare ed esigente, costruito in qualità di trasferimento letterale, non interpretativo ma simulativo, del testo teatrale di Shakespeare del 1600, e che per questo richiede un pubblico altrettanto particolare e capace di accogliere un gusto specifico, differente da qualsiasi altra cosa venga venduta nel mondo. Un film difficilmente markettizzabile e che infatti è poi stato un flop al botteghino. Sicuramente la fotografia e la ricostruzione del setting è encomiabile, così come il livello attoriale dei suoi attori, ma al tempo stesso è un film strettamente statico, fermo, immobile, costruito unicamente attraverso i dialoghi emblematici e intellettuali del suo autore, ma è così in natura, dato che si attiene alla fonte. Forse il medium del cinema non era il mezzo migliore per esprimere questo testo e, forse, il teatro rimane il mezzo d’espressione preferibile in natura. Per quanto ben fatto, e anche estremamente “noioso”, e richiede davvero tanta pazienza per essere seguito fino all’ultimo statico, esteticamente brillante, riflessivo ed eternamente immobile fotogramma. Ci vuole chi sappia apprezzare testi teatrali cerebrali che impegnino la mente, ma vederlo sotto forma di cinema per quasi 2 ore può divenire un esperienza astrale.

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25. Zodiac. Il thriller che fà suo un caso di cronaca realmente accaduto e portato avanti per 40 anni da poliziotti e giornalisti, fallendo però nel tentativo di trarre una conclusione ufficiale e definitiva. Fincher dipinge un thriller ambizioso, che ricostruisce una pluralità di pezzi del caso reale e li assembla con maestria, attraverso una metodologia di rappresentazione espressiva, coesa e alquanto matura. E sempre forza Jake Gyllenhaal, magistrale come in ogni film da lui interpretato. Un film stupendo, lungo, appassionate e con una seconda parte che cambia l’identità delle carte in gioco. Questo thriller è da vedere, e rientra nella mia top 10 dei migliori thriller mai realizzati.

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26. Django Unchained. Il film tarantiniano tra i meno tarantiniani ma ugualmente tarantiniano. Confusi? No, mi spiego: è un film comunque tarantiniano all’ennesima potenza, nel suo sadismo gratuito, nel tema della vendetta (ricorrente in altri suoi film), nella rivalsa violenta della vittima che diventa carnefice, nell’esporre una pluralità di tabù con menefreghismo ostentato, nella sua arroganza culturale che se ne sbatte di come gli altri vorrebbero questo o quest’altro, nella violenza che non viene risparmiata, nell’humor sottile talvolta sarcastico e talvolta nero, nella quantità iperbolica di dialoghi e nel dipinto di una società immorale e degradata. Ho riassunto in sintesi alcuni dei noccioli concettuali di questo film. O forse tutti. Film che ha 2 ore e 20 di dialoghi e 20 minuti d’azione. Bello.

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27. 10 Cloverfield Lane. Il bel thriller che (ci) mi ha deliziato pienamente, attraverso una ri-concettualizzazione dell’originale Cloverfield. Un film che preserva alcuni aspetti ideologici e semantici ma diversifica l’insieme, con un nuovo set di elementi quali ambiente, personaggi e narrazione, spostandosi di fatto da un contenuto ad un altro e costruendosi una personalità nuova. Appassionante e intelligente e costruito con fervore e ispirazione nel nome della tensione e della suspense. Una piccola “scatola” che offre un thriller di classe. Spegnete le luci e vedetelo al buio. Magari con la vostra ragazza.

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28. Jack Reacher. Il film tratto dal libro che alla fine è piaciuto un pò a tutti noi che lo abbiamo guardato, pur se, isolando alcune sequenze romanzate da brivido, offre più o meno un modello di costruzione conosciuto e limitato nel territorio di genere, anche se originalmente rielaborato e capace di intrattenere con un contenuto solido e che, inaspettatamente, non si rivela così commercializzato. Tutt’altro. Un action-thriller forse omologato nella gestione delle idee di genere che regolano trama ed effetti ma ugualmente piacevole da vedere. Un film che centra il suo obiettivo.

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29. The Box. Il secondo film del regista perduto Richard Kelly. Nel tentativo di marketizzare il suo film aiutandosi a venderlo più facilmente alla massa, fà suoi alcuni spunti popolari dà sempre affascinanti per la massa, stabilendo l’identità di alcune idee in un dato modo e partendo da un idea narrativa morale semplice ma gestita e costruita attraverso la sua visione atipica e particellare, che rende il film talvolta complesso da penetrare, ambiguo ed enigmatico. C’è una certa affinità con Donnie Darko, anche se quest’ultimo è di un altro universo. Ci sono meno perchè irresoluti, dato che il why ottiene una spiegazione più ampia. La sua visione spesso spaesa lo spettatore offrendo tante scene individuali particolari sotto il profilo immaginifico ma spesso poco concrete, illogiche nella conseguenza delle azioni e che non donano nessuna particolare profondità narrativa, aldilà dell’impiego di immagini distinte, oniriche e spesso evocative. Un bel film, che ha diviso in due “il mondo”, e che da alcuni viene visto come una perla, minore, a volte inconcludente e incompresa, e da altri come una ciofeca atomica. A me è piaciuto e lo consiglio spassionatamente. Dategli una chance!

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30. Southpaw. Il film pugilistico che ripresenta un contenuto risaputo ma ripetuto con affetto. Offre una costruzione quasi tassonomica nel suo essere, stereotipata di suo nella struttura e classica nella diegesi, più o meno risaputo nei suoi contenuti, con la sua sinossi simil-biopic che offre il declino morale e sociale del personaggio più la lotta e la risalita dello stesso, ma che nel complesso si regge, e anche bene, grazie ad una ripetizione realizzata in buona fede e grazie alla solidità naturale di quello che mostra, anche se si è già visto tutto. Nel suo ripetersi, è credibile, ha un tocco naturale, e Jake Gyllenhaal non offre una performance mostruosa, di più. Da solo, salva l’intera produzione, che già si esprime in modo solido, significativo anche se banale nell’immaginazione dei contenuti. Semplice, scindibile ma efficace e piacevole.

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31. Le Iene. Il primo feature film di Tarantino. Un gruppo di ladri scelti e assoldati compiono una rapina strategicamente concepita ma, a causa di una talpa, la rapina và male e i rimanenti, sopravvissuti all’agguato della polizia, fuggono e cercano di capire chi è la talpa, tentando anche di uscire dalla situazione nel modo migliore possibile. Finiranno poi per sbranarsi a vicenda. Come le iene. L’esordio mi è piaciuto. Tarantino ci rifila una struttura che già valorizza il suo stile ma che a volte offre una violenza disturbante. Almeno la sua perversione preferita non è stata inserita. Inconsapevolmente, Quentin dipinge una riflessione quasi antropologica. Semplice e interessante.

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32. Gone GirlIl thriller che attira e affascina per la prima ora, catturando l’attenzione con un materiale brillante e pulito, e che poi rifila un modello psicologico diabolico scritto insanamente per sfogare la frustrazione di un autrice femminile a sua volta frustrata. Passata la prima ora, il film assume una sembianza quasi subliminale che ispira misoginia e fa venire voglia di sterminare il genere femminile, con un sotto-testo diabolico, evocando il male e dipingendolo in modo compiaciuto e ostentato, senza che poi, il film, venga concluso significativamente. Inizialmente stupendo e poi insopportabilmente odioso. Terribile. Se lo vedete, assicuratevi di essere sani di mente e di avere un equilibrio neurologico perlomeno ottimale.

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33. Old Boy. Il capolavoro koreano che distrugge e ricostruisce il mito della vendetta, scartando il modo classico di rappresentarla. Vendetta che è uno dei temi che portano il film a muoversi, ad andare avanti e ad evolversi, correndo con calma e saggezza verso il suo epilogo narrativo, ma che poi non viene compiuta come fine della storia, ergo come mezzo di espressione e come finalità del racconto. Viene invece concretizzata attraverso una concettualizzazione interpretativa ed espressiva completamente diversa, attraverso un modello di costruzione che ricostruisce il tema stesso della vendetta e ristabilisce i veri valori molari del racconto. Un film ricco di spunti cattolici e dotato di una personalità narrativa, visiva e stilistica da paura. Un gioiello del cinema koreano.

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34. Jackie Brown. L’altro film di Tarantino privo di una vera profondità morale e significativa. “Ricco” di una cultura profana e anarchica tutta sua. E’ fondamentalmente un linguaggio fine a se stesso, che non mira ad esprimere ed emancipare nessun particolare significato morale o di altro tipo. L’evolversi della vicenda e il suo intrigo è degno delle sue capacità di scrittura, ma nel complesso lo reputo il film meno riuscito e più stantio nell’espressione. Meno violento, meno depravato anche se non privo delle solite esplicitazioni sessuali gratuite. Un argomento costruito con ingegno che vive per se stesso. E’ una semplice storia più che un argomento, ecco. Un film solo per adulti, interessante, anche appassionante a modo suo, piacevole ma nulla di eccezionale.

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35. Biutiful. Dopo 21 Grammi, Inarritu si è sentito in bisogno di ripetere mediamente la stessa espressione artistica del film precedente, realizzando un opera introspettiva, socialmente impegnata, fatta di malinconia, morte e oscurantismo esistenziale (ovvero una vita che và sempre e comunque male e ha i suoi legami con il degrado morale e sociale), ma che non viene forse, a mio modo di vedere, valorizzata nel tema della sofferenza. Un film a senso unico, uni-direzionale, costantemente malinconico, che soffre e che fà soffrire chi lo guarda, senza mai dare una gioia. Inarritu avrà anche avuto il bisogno di ripetersi, ma io non sento il bisogno di rivederlo né di tuffarmi in due ore di cinema depressivo. Ha un suo perchè, Javier Bardiem è come sempre mitico, ha la sua profondità ma nel complesso è come se mancasse il punto, ovvero la parabola morale, l’espressione significativa finale che valorizza la storia. Come se fosse fine a sé stesso. Bello ma particolare, impegnato ma pesante, nonché molto simile al suo predecessore, replicandone l’atmosfera, il linguaggio, lo stile dell’immagine, l’ambientazione e la caratterizzazione della storia personale del personaggio. Perlomeno 21 grammi finiva con la speranza e raccontava l’anima dei suoi personaggi in modo ben più profondo e introspettivo. Un film che potrei anche consigliare, ma solo se si sà cosa aspettarsi.

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36. BronsonIl film che dipinge la vita del vero Bronson quasi come se fosse una barzelletta teatrale elaborata. Trasferisce alcuni spunti specifici della sua vita enfatizzando troppo sulla violenza, come se la mitizzasse inconsciamente, evocandola e mostrandola continuamente senza però un risvolto serio e costruttivo, piuttosto dipingendo la sua vita in modo quasi grottesco e surrealista, senza far capire davvero chi fosse questo Bronson e dando un immagine della persona alquanto pessima. A tratti troppo violento e con alcuni fotogrammi pesanti e crudi, Tom Hardy è eccezionale, alcune scene sono memorabili e non interferiscono nella visione con disgusto, ma mi chiedo quale senso abbia questo film. E’ tutto un racconto bidimensionale incentrato quasi solo sulla condotta del personaggio, in modo fine a sé stesso, con una rappresentazione teatrale che mischia prospettive stile Kubrick a musica classica che possono anche piacere culturalmente ma che non donano alcuna profondità espressiva e significativa. Un pò inutile ed eccessivo in modo ostentato.

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37. Grand Budapest Hotel. Bel thriller di Wes Anderson, costruito con una sorta di serietà surrealista comica. Un film dotato di uno stile e di una visione estetica specifica, illuminata e ricca di fascino, con personaggi dalla caratterizzazione puntuale e un intreccio che si sviluppa a gradi, stratificando la diegesi attraverso un evolversi di eventi che offrono un collage omogeneo di scene che sembrano, a loro volta, un tributo all’arte espressionista della pittura. Come se ogni scena fosse un ritratto. Intrigante.

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38. Vita di Pi. Il capolavoro cinematografico cattolico, consapevole e maturo sotto il profilo espressivo e adulto in ogni aspetto della produzione. Tecnicamente mostruoso, spiritualmente profondo, significativo e perfino formativo. Un manuale di valori nobili teologici, quali fede e speranza, un opera che rappresenta la parabola della prova, data da Dio all’uomo, nonchè un ritratto antropologico nel rapporto uomo-animale. L’avvenuta è ben più di una semplice relazione uomo-animale. E’ invece un contesto che pone due figure opposte tra di loro, con una ricchezza espressiva alquanto massiccia. Un viaggio realizzato per lo spirito e non per la materia. Un must!

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39. NightcrawlerGilroy si è divertito a realizzare la sua opera intellettuale. Opera che denuncia i mass media e i suoi omini, nonchè la privazione cinica di un codice etico da parte del suo protagonista, attraverso il quale il regista fà della satira sullo sciacallaggio giornalistico. Un capolavoro brillante, serio, umoristico, black comico, intellettuale, critico, satirico, spassoso dall’inizio alla fine e con un Jake Gyllenhaal allo stato d’arte, puro nel suo incedere. Un pazzo che diverte e fà riflettere, come il film di cui è protagonista. Francamente imperdibile.

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40. 21 GrammiEcco l’opera di Inarritu che irradia profondità con il linguaggio della sofferenza, non solo descritta ma espressa, a differenza, forse, del suo sequel, Biutiful. Un film profondo, chiaro, da decodificare, dove lo spettatore può quasi divertirsi ad estrarre i suoi mille spunti individuali, tematici e concettuali. Un film non privo di piccoli punti deboli, ma contemporaneamente dotato di un certo spessore, anche se difficilmente riguardabile una volta visto. C’è un certo richiamo cattolico che non và perso di vista. La sua strutturazione “sparsa”, con un montaggio deliberatamente frammentato, valorizza un principio di azioni e reazioni morali interessanti, rendendo la visione a suo modo unica. La speranza di una risoluzione positiva della trama, c’è anche. Un film particolare, che può risultare pesante, ma che promuovo e consiglio a chiunque voglia una visione impegnata. Bello, dai.

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41. PrisonersIl capolavoro di Denis Villeneuve. Uno dei migliori film degli ultimi tempi ed uno dei migliori che abbia mai visto. Jake Gyllenhaal e Hugh Jackman allo stato d’arte. Ricco di riferimenti e principi e cristo-logici. Significativo e morale. Stupendo, intrigante, impegnato, ben distaccato dall’ovvietà di genere e dal solito modello di costruzione dei thriller. Chi l’ha ideato dev’essere cristiano, o perlomeno un credente. A tratti fitto e con un crescendo sempre maggiore di interesse, con una graduale rivelazione di fatti e avvento di situazioni che vi farà bruciare le emozioni. Và goduto con attenzione, senza mai perdersi un attimo della sua storia. Preparatevi a rimanere stupiti.

  • Formato visionato: blu-ray

42. Sicario. Appena finito di vedere questo film vado subito a documentarmi su chi l’ha diretto, non avendo neanche notato i crediti conclusivi per quanto ero eccitato e soddisfatto da quello che avevo visto, e scopro che a dirigerlo è stato Denis Villeneuve. Non mi sorprende affatto. Villeneuve segna un altro capolavoro. La tensione è pura, mozza il fiato, dona dei brividi di puro spirito, fà tremare il corpo dello spettatore. Il film è uno dei migliori action-thriller che abbia mai visto. Ha una profondità tematica tutta sua. Uno dei massimi protagonisti è la nazione in cui è ambientato il film. La sua città è una storia a parte. Il resto è una storia sociale e psicologica, dura, realistica e spietata. Il lupo che rincorre la preda, finisce per diventare lupo a sua volta. Imperdibile.

  • Formato visionato: blu-ray

43. The Fountain. Il mediocre patchwork pseudo-artistico di Aronofsky, che sembra tanto fare l’intellettualoide mettendo insieme un tema e tre differenti protagonisti con tre differenti setting ambientali storici, facendo referenze meta-fisiche e spirituali senza però concludere niente, perdendosi con un argomento astratto, campato per aria, limitato, ripetitivo, vuoto, dove con il personaggio medioevale non dice niente, quello futuristico che viaggia nel tempo non dice niente pure e con quello del presente, che passa la sua vita tra la camera e l’ospedale dove sua moglie dovrà morire, non dice niente a sua volta. Alla fine, però, butta lì il tema della morte, della difficoltà di accettarla e tutto quanto, ed ecco che il film fà tanto l’intellettuale e quindi è arte. Invece è solo noia.

  • Formato visionato: dvd

44. The Butterfly EffectIl bel film che spalma nell’arco delle sue due orette la teoria dell’effetto farfalla, i suoi principi e le sue conseguenze, attraverso una rappresentazione pratica, tecnica, ben costruita sotto il profilo logico e caratterizzato da toni espressivi più o meno diretti ed espliciti, che parlano spesso e volentieri del male che circonda la vita umana fin dall’infanzia. Un film memorabile, frutto di un architettura semplice ma ingegnosa, e del tutto affascinante. A tratti dark e malsano nel carattere, con le sue scene forti, ma non disturbanti. Consigliato.

  • Formato visionato: dvd
  • Mia recensione qui

45. Captain America Civil War. L’ultimo della lista è anche l’ultimo che ho visto a noleggio. Il terzo Cap è anche il prodotto-summa dell’universo Marvel, l’operetta che fà suoi un terzo degli avengers esistenti, più di quanti se ne siano mai visti negli episodi precedenti, mettendo assieme due ore e mezza di azione da paura, una trama semplice e consistente, meno articolata e intellettuale del precedente però, ma in linea con il linguaggio filo-fumettista senza troppe pretese, una fotografia brillante che finalmente sfoga la migliore saturazione colore del meta-universo cinematico dal 2008 ad oggi e una filologia di eventi semplice ma ben gestita, anche se la quantità di personaggi posizionati e distribuiti riduce il tempo e lo spazio per esprimere un background narrativo e una componente story-driven più ampia, che qui si trova invece più semplificata e compressa. Se vi piace il cinema secondo Marvel, non potete perdervelo.

  • Formato visionato: blu-ray

Statistiche

  • Film: 45
  • Noleggiati presso ModenaCinema: 43
  • Noleggiati presso CiakVideo: 1
  • Noleggiati presso provincia: 1
  • Visti in blu-ray: 22
  • Visti in dvd: 23
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5 pensieri su “I 45 film visti a noleggio nel 2016

  1. Della tua lista ho visto:

    Boyhood: Il film dura 2 ore e 40 minuti. Le prime 2 ore sono appena decenti, gli ultimi 40 minuti sono belli. Di conseguenza, non è stata una visione del tutto deludente. Questo è il mio giudizio dal punto di vista cinematografico: dal punto di vista morale invece questo film mi ha disgustato, perché mostra:

    – famiglie sfasciate;
    – una madre single che cambia più uomini che calzini;
    – un padre quasi sempre assente, che ammette davanti ai propri figli che potendo tornare indietro si sarebbe messo il preservativo;
    – dei nonni che per il compleanno del nipote gli regalano un fucile.

    Tutte cose che ovviamente aborro. Di conseguenza, Boyhood è un film che riesci ad apprezzare soltanto se, come me, riesci a non farti influenzare dalla tua morale. Dato che l’America è notoriamente terra di puritani, i giurati dell’Oscar dalla morale si son fatti influenzare eccome, e hanno dato a questo film un sonoro calcio in culo.

    Non è un paese per vecchi: uno dei miei road movies preferiti, e come hai scritto tu una buona parte del merito è da ascrivere alla strepitosa interpretazione di Javier Bardem.
    Insomnia: Lo vidi nel periodo in cui ero innamorato perso di Hilary Swank, prima che lei diventasse troppo mascolina e la sua carriera precipitasse. Riconosco il valore di questo film, ma oggi lo guardo con rimpianto, perché ritengo che abbia determinato (insieme a One Hour Photo) il declino di Robin Williams. Cerco di spiegarmi meglio.
    Negli anni 90 lui e Jim Carrey erano gli attori comici più popolari in circolazione. Poi hanno cercato di “elevarsi” e di “darsi un tono”, recitando in dei film “seri” e non comici: non l’ avessero mai fatto! Il loro pubblico si è sentito tradito, e ha smesso di seguirli. E così adesso Carrey è in depressione, e Robin Williams è morto. Tuttavia, sul suo suicidio nutro molti dubbi. Secondo la ricostruzione lui avrebbe fissato una cintura ad una porta, poi se la sarebbe stretta al collo fino a soffocarsi: è un modo decisamente troppo elaborato per uccidersi, e quindi sono quasi certo che sia stato fatto fuori.
    Zodiac: Completamente d’accordo. Tra l’altro in quel film recita uno dei miei attori preferiti, Mark Ruffalo: confesso che a quei tempi neanche mi accorsi della sua presenza, perché del suo talento mi accorsi addirittura una decina di anni dopo.
    Django Unchained: Ottima analisi! 🙂
    Le iene: Lo ritengo una delle opere più deboli di Tarantino. Ma devi tenere conto che, a parte rare eccezioni (come Il dubbio), i film ambientati in un interno mi annoiano profondamente.
    Gone girl: E’ piaciuto anche a me, ma fossi stato in Fincher avrei spostato molto più in avanti il punto in cui si scopre che la sparizione della donna è tutta una messinscena.
    Grand Budapest Hotel: Ho adorato questo film, perché è praticamente un fumetto trasposto su celluloide, con una fedeltà di gran lunga superiore a quella degli stessi cinecomic.
    21 grammi: E’ il titolo a mio giudizio meno riuscito della premiata coppia Inarritu – Arriaga. Il suo continuo e gratuito andare avanti e indietro nel tempo non mi piacque per niente, e anche la qualità della storia è inferiore a Babel e Amores Perros.

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    1. Grazie per il commento 🙂
      Boyhood lo vidi a marzo e ora dovrei rivederlo per rinfrescare la memoria su alcuni aspetti, ma lo ricordo comunque bene. E, come detto nel piccolo commento, non mi piacque granché. Trattava una cosa così profonda, ricchissima di spunti, come il cammino di vita (un argomento grande quanto l’universo) con una scrittura semplicistica, uni-direzionale. Era inversamente proporzionale, nei contenuti, all’argomento trattato. Troppo ridotto a qualche situazione di contesto fine a sé stessa, tutt’altro che approfondita. Dei principi di causa ed effetto e degli effetti collaterali che i protagonisti, bambini, avrebbero dovuto avere a causa della loro infanzia, neanche l’ombra. I personaggi hanno un carattere troppo passivo, spento. Di tutto quello che subiscono, sembrano non subirne le conseguenze. Tutto scorre con qualche scenetta privata caratterizzata da toni più o meno spinti (il padre ubriacone, un pizzico di violenza domestica, la moglie che cambia marito etc) e per il resto quel che si vede è un cammino di crescita abbastanza passivo, fine a sé stesso, descrittivo e non riflessivo, quasi bidimensionale, che manca completamente l’introspezione psicologica e il cambiamento caratteriale e comportamentale dei suoi personaggi, come se questi ignorassero qualsiasi cosa sia accaduta a loro. Avrebbe potuto esporre ed esprimere la crescita morale dei suoi personaggi giocando attorno alla struttura della loro personalità, tutto invece ripiega su uno sviluppo quasi fine a sé stesso che priva il film di un vero tema riflessivo e significativo. Riguardo quelle cose da te citate, dovrei rivedermi il film per rinfrescarmi la memoria e trovare il punto, perchè ora alcune di quelle cose mi sfuggono. Penso, comunque, che avrebbero potuto avere un senso e venire così valorizzate se avessero mostrato le conseguenze di atteggiamenti simili sulla mente dei figli e di come queste cose influenzino la loro crescita, portando così ad esprimere una sorta di denuncia critica nei confronti delle stesse. Se le avessero sfruttate per arrivare a parare da qualche parte, per finalizzare un “dunque”, avrebbero avuto senso. Comunque, ci ho visto una grossissima occasione sprecata. Davvero deludente.
      gone girl: io lo avrei gestito in modo completamente diverso, lo avrei tenuto come un thriller e avrei continuato a giocare sulla sparizione della moglie, senza farlo divenire marito vs. moglie per il 60% della sua durata come è poi successo. Anchio avrei fatto si che si scoprisse che lei era ancora viva molto più avanti, magari verso la fine, cambiando completamente la seconda parte del film.
      Su Inarritu, li ho praticamente visti tutti, tranne proprio Babel e Amores Perros. Penso, però, che Babel non lo vedrò mai, dopo che i miei amici mi hanno raccontato la squallida scena dove un bambino si masturba. Questo, indipendentemente da quale sia la sua finalità espressiva, non è in linea con la morale ed è, per me, ancora peggio dei punti morali da te esposti in Boyhood. 🙂
      Su Robin Williams, io credo che si è suicidato, ed è stato illuminante la rivelazione della moglie sul fatto che fosse malato di demenza dai corpi di Lewy , una malattia che aveva colpito tutti i neuroni del suo cervello e che lo aveva fatto cadere in depressione. 🙂

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