Non appena l’ultimo fotogramma si chiuse e i titoli di coda iniziarono a scorrere, presi il cellulare e fotografai lo schermo dei crediti, inviandolo per mezzo di whatsapp al mio amico Cesare, con su scritto “è finito”. Resolo partecipe del mio gaudio, iniziai a formulare velocemente e dentro la mia mente pensante (e sdraiata sul divano) la spiegazione della trama, decodificandola. Poi venne l’interpretazione del testo e in secundis il ricavo della morale offerta in epilogo come dono al pubblico; una sorta di morale del racconto concepita nel tentativo di valorizzare la storia con un finale significativamente costruttivo. Successivamente iniziai a costruire il corpo di un analisi convinto, tra l’altro, che la spiegazione della trama che mi ero dato era l’unica soluzione possibile.

Dopodichè, giunta la sera, navigai un pò e giunsi su wikipedia per leggere la trama e constatare se la mia interpretazione del plot fosse quella giusta, in linea con la volontà dell’autore. Non appena la lessi scoprii che no, la mia lettura pratica del puzzle non era corretta e che differiva dalla trama ufficiale del film. In pratica avevo capito la trama un pò diversamente da come effettivamente avvenuta. E poi eccomi qua. Il film che qui recensisco è, lo avrete capito, The Butterfly Effect. Innanzitutto, siamo dinanzi ad uno dei primi esponenti intellettuali ad aver sorbito l’effetto di Memento di Christopher Nolan (clicca qui se vuoi leggere la mia recensione). L’influenza è chiara, così come alcune delle caratteristiche che si potrebbero definire parentali, come la strutturazione concettuale della sceneggiatura, il tema della memoria, il vuoto e la perdita di ricordi dell’avvenuto e le difficoltà introspettive di chi è portatore di questo problema. E’ chiaro come la regia e lo screenwriter abbiano drenato una certa ispirazione dall’opera di Nolan.

The Butterfly Effect è un “operetta” di fantascienza, anche se di fantascienza ha unicamente le opportunità offerte dal personaggio per vivere la propria vita grazie ad un “potere”, senza che ci siano, e lo dico a carattere informativo, elementi di altro tipo inseriti nel film che possano collocarsi nella categoria sci-fi. Il film è costruito attorno alle meccaniche dei circuiti spazio-temporali, meccaniche alquanto semplici e mono-direzionali (nuovamente, lo dico a carattere informativo, senza un’implicazione qualitativa), facili da leggere, anche se non perfettamente spontanei nella loro deduzione (tant’è che io avevo capito tutt’altro, “perdendomi”) ed è, di fatto, una lunga rappresentazione pratica della teoria dell’effetto farfalla. Ci vedo anche e personalmente un affinità alla teoria dei giochi.

hqdefaultLa storia narra di Evan Treborn, un giovane bambino di circa 7 anni, vittima di un episodio duro e traumatico avvenuto in fase pre-scolare. A causa di ciò, il bambino soffre di stress-post traumatico ed è incapace di ricordare esattamente alcune frazioni di eventi duri che gli sono capitati, coperti e dimenticati dall’inconscio come meccanica difensiva, vivendo così dei vuoti di memoria stabili e dimenticando, inoltre, anche alcune delle piccole azioni compiute quotidianamente, soffrendo quindi di vuoti di memoria a breve termine. Il bambino è circondato da una schiera di amicizie, ovvero una serie di coetanei di quartiere aventi la stessa età, ognuno con un carattere particolare e ognuno vittima, a propria volta, di un abuso avvenuto in età pre-scolare. Abbiamo quindi l’amica, una bimba sofferente a causa degli abusi del padre che si rivela una vittima, e il fratello maggiore dell’amica, anche lui sofferente a causa degli abusi del padre, ma che invece reagisce come carnefice, e non come vittima, ai traumi subiti. I due rappresentano i poli opposti nella reazione al trauma che in infanzia si può subire. A completare il gruppo di relazioni sociali è un bambino mediamente socievole pur se emarginato, e anch’egli vittima di un episodio che è stato capace di destrutturare l’equilibrio psichiatrico.

La particolarità di Evan, che viene a galla solo dopo una discreta porzione del film, è la capacità di tornare indietro nel tempo tramite la lettura dei suoi diari. Gli basta quindi leggere per rievocare il ricordo e catapultarsi indietro nello spazio-tempo, nella precisa frazione spazio-temporale in cui è avvenuto l’evento traumatico che non riesce a ricordare. Così facendo, ha la possibilità di intervenire nel tessuto specifico dell’evento traumatico (dimenticato dalla sua memoria consapevole) e di cambiare così il passato, per crearsi un presente differente, complementare alla “versione” originale del presente stesso. Questo avviene attraverso il libero arbitrio delle scelte morali e comportamentali, in balia di sé stesso. Non deve far altro che tornare indietro, comportarsi differentemente nel dato caso interessato (che ha modificato il continuum esistenziale della sua vita), attuando delle scelte diverse dalle scelte originali che generino delle conseguenze altrettanto diverse, cambiando così il naturale rapporto di azione e reazione e il naturale percorso di causa ed effetto, per diversificare il continuum di spazio e di tempo e ottenere così un presente nuovo. Tutto questo porta delle micro-variazioni nel passato che comportano delle grandi variazioni nel futuro (teoria dell’effetto farfalla: da uno sbattito d’ali si può scatenare un uragano in qualche parte del mondo), e ovviamente il principio di consequenzialità dipende dalle scelte che vengono attuate.

butterflyeffect13Lungo il corso della diegesi, il protagonista torna indietro nel tempo perchè insoddisfatto del presente che vive, nel tentativo ripetuto e stancante di cercare di cambiare il corso della propria vita. Tuttavia, nonostante le molteplici scelte che cambia nel passato per cambiare il futuro (quindi il presente), egli scopre che, una volta costruito un presente alternativo, in realtà quest’ultimo è sempre causa in un modo o nell’altro di insoddisfazione e di dispiacere. Insomma, non gli va mai bene come si ritrova a vivere la sua vita. Per un motivo o per l’altro, nonostante torni indietro nel tempo molte volte (cambiando continuamente la scelta nel caso interessato, nel tentativo di finalizzare un bene oggettivo per sé stesso e per gli altri), il presente propone sempre una gioia e una croce, e quest’ultima è sempre quella che lo porta a tornare indietro nel tempo e a cercare di riformulare il tessuto del presente ancora una volta. Evan affronta per ben 5 volte il viaggio nel tempo. Il film offre quindi 5 trame complementari e uniche, 5 modelli di vita del personaggio per ben 5 versioni “uniche” della storia, ognuna con delle peculiarità dovute al rapporto di effetto e causa. E come se ci fossero cinque versioni della sceneggiatura dentro il film, pur mantenendo invariati elementi quali stile, carattere espressivo, regia e personaggi. Dirvi cosa succede penso sia un esercizio descrittivo inutile: a voi il piacere di scoprirlo.

842full-the-butterfly-effect-screenshotUna delle cose che ho notato, che vengono esposte tramite un attenta e precisa semiotica, alquanto ingegnosa direi, è il modo in cui il regista affronta i delicati contenuti esperienziali del bambino, eliminando i fotogrammi che mostrerebbero quei precisi istanti di secondo che sono stati fonte del trauma nel suo inconscio, portando noi stessi a non sapere cosa è successo e a partecipare, quindi, al vuoto di memoria del personaggio, che non ricorda l’istante dell’accaduto che ne ha causato il trauma. La peculiarità di questa soluzione ha un riscontro pratico nel montaggio tecnico. Faccio un esempio pratico. Mettiamo che alle 17.40 stà avvenendo qualcosa. La reazione di un personaggio che avviene alle 17.41 è causa di ciò che avverrà alle 17.42, che corrisponderà all’evento traumatico, e che porterà alle conseguenze implicite che si stabilizzeranno alle 17.43. La peculiarità stilistica e tecnica di quanto stò dicendo e che ci viene mostrato tutto, tranne il fotogramma che avviene alle 17.42, catapultandoci quindi direttamente alla conseguenza dell’evento, che si disporrà alle 17.43. Questo ci dona una sensazione di spaesamento, della serie “che è successo?”. Se arriverete a pensare così, il regista ha fatto tombola. E’ esattamente quello che vuole farvi provare, rendendovi partecipe della stessa sensazione introspettiva del personaggio, anch’egli ignaro dell’evento accaduto a causa dello stress-post traumatico. Questa che ho notato è una soluzione quasi quadridimensionale, alquanto acuta dato che è frutto di un ispirazione, di uno spunto intellettuale, che và oltre il rapporto tra cinema e consumatore e il modo in cui il primo interviene e influenza gli sviluppi emotivi nello spettatore. Tutto chiaro? Bene.

Ovviamente non basta trascrivere una sorta di teoria intelligente o concetto filosofico per realizzare un film adulto, maturo e intelligente. Che il film è una metafora trascritta dell’effetto farfalla non basta per renderlo un opera qualitativa o un cult di fatto (per il mero motivo sopracitato), perchè dipende da come questa metafora è stata ideata e scritta, ovvero da come è stata sfruttata. Dipende dal modo e dal come, per l’appunto. Se il film viene espresso con mezzi artistici che a loro volta esprimono contenuti altrettanto artistici, ovvero significativi e qualitativi, e non descrittivi e quantitativi, ben venga. Se, viceversa, vi sono dei mezzi di espressione interessanti ma il contenuto espresso per mezzo degli stessi non è sufficiente, allora il mezzo diviene una risorsa inutile, un esercizio inconcludente, pur stilistico e ingegnoso, certo, ma fine a sé stesso.

Di seguito, lo ribadisco, dipende da come queste idee sono state concepite e costruite, nonché sfruttate; di seguito, anche se tecnicamente il film offrisse un intreccio strutturale del contenuto interessante, con una serie di soluzioni anche inventive (come avviene con il film del duo Bress/Gruber), senza tuttavia una buona qualità del contenuto stesso con l’intreccio non ci si combinerebbe nulla. La forma è al servizio della sostanza, ma per quanto particolareggiata può essere la forma, se la sostanza non è buona, il modo in cui è stata assemblata, strutturata o trattata diviene vano. Mi viene in mente, in questo caso, l’esempio di Grand Budapest Hotel. Se le splendide prospettive registiche, le inquadrature da mille e una notte e la colorimetria visionaria non avessero espresso una sceneggiatura forte, inquadrature ricercate e colori ultra-saturi sarebbero stati strumenti fini a se stessi, in quanto non utilizzati come mezzo di espressione e caratterizzazione della sostanza.

movie-scene2Detto questo, come si comporta The Butterfly Effect? O, perlomeno, come si difende? Io dico, abbastanza discretamente. L’applicazione di tante piccoli micro-variazioni nel passato che corrispondo ad una grande variazione nel futuro è tangibile e nel complesso lo sviluppo delle scene offre un intreccio interessante, nulla di particolarmente sensazionale, certo, ma comunque interessante e realizzato con criterio. Il plot gira chiaramente attorno al legame tra Evan e la sua piccola amica d’infanzia, Kayleigh, un legame intimo ed eternamente giacente nell’anima di Evan, che mai si è dissolto e che ha quasi sempre influenzato le scelte decisionali per il viaggio a ritroso. L’amicizia tra lui e Kayleigh è il movente narrativo primario. Ma non aspettatevi la classica storiella d’amore. Tutt’altro. Qui non esiste. Dimenticatevi gli stereotipi da “torno indietro nel tempo perchè ti amo”. Nel suo girare attorno alla figura femminile, che rappresenta l’ideale di amore eterno, scolpito nella profondità del cuore e mai staccato dal suo bisogno di relazione, il film mostra come Evan cerchi sempre di tornare indietro per una sorta di egoismo interiore, inconsapevole, finalizzato al proprio bene, in virtù dell’amica. Cerca di farlo anche come compassione nei confronti delle misere condizioni altrui (dovute alle conseguenze del passato) che riscontra nel presente, certo, ma che alla fine girano sempre e comunque attorno all’amica.

butter10Un esempio? (Occhio, se non avete ancora visto questo film, non leggete questo pezzo perchè ci sono spoiler grossi quanto un pianeta, siete avvisati) Dunque: Nella scena in cui Lenny, l’amico cicciottello di Evan, infila della dinamite da carnevale nella cassetta della posta (come ordinatogli da Tommy, il bambino con tendenze sadiche), questa esplode uccidendo una mamma e il bambino e lui rimane traumatizzato a vita. Nel futuro, Evan scopre che l’amico è rimasto eternamente scioccato e non è più capace di relazionarsi razionalmente col mondo esterno. Così torna indietro nel tempo per cambiare quel preciso evento. Evan si ritrova così nel momento esatto dell’esplosione, e anzichè lasciare che la cassetta esploda uccidendo la mamma col figlio, si mette a correre per indicar loro di allontanarsi. Questo evita ai due di morire e all’amico grassotello di subire il trauma, ma l’esplosione avviene lo stesso e lui rimane invalido a vita. Nel futuro, quindi nel nuovo presente (il III° del film), si ritrova a vivere senza braccia e sulla sedia a rotelle, e non accetta il fatto che l’amica della sua vita, Kayleigh, si sia fidanzata col ciccione, Lenny, rifiutando Evan in quanto invalido. Così torna di nuovo indietro nel tempo per cambiare il percorso del continuum. Vedete?

Il film offre una sorta di profilo psicologico del personaggio principale che richiama un piccolo grande principio sotto-inteso, per quanto non offra di certo chissà quale caratterizzazione e chissà quale performance attoriale. Evan, per quanto male possa aver subito e per quanto traumatici possono essere stati i suoi stessi traumi, non è mai davvero incline al male e cerca invece di attenersi ad un richiamo della coscienza tendente al bene, che egli usa nel tentativo, arbitrario e limitato, di fare del bene. Non penso che vi rimarrà nel cuore, ma tirando le somme lo reputo un efficace modello di scelte tendenti al bene, la cui identità è si altruista ma limitata nella loro azione, mai “pura” e sempre parziale, e nella conoscenza delle conseguenze. Penso che Evan offra un modello di altruismo e un riscontro che vuole vedere il bene non solo di sé stesso ma anche degli altri e che per questo abbiano cercato di delineare in lui un confine di separazione tra bene e male.

I personaggi sono interessanti e nel complesso funzionali. Il gruppo di persone con i quali abbiamo a che fare all’inizio sarà il gruppo di personaggi che costituiranno la storia anche nelle fasi successive dello sviluppo, sia durante la fase infantile che durante la fase adolescenziale e adulta, sia nel futuro che nel passato (e in tutti i futuri e passati alternativi che avvengono per 5 volte). L’aggiunta del ciccione metal è una piccola chicca “mitologica”, che tra l’altro somiglia moltissimo ad un amico che ho nella vita reale. A me è piaciuto, anche se il personaggio non offre grandi valori (per dire).

3bbLe trame hanno sempre un ché di consistente, costruite attorno alle piccole micro-variazioni che causano effetti di conseguenza enormi sul vissuto delle persone. Il vissuto della loro infanzia mostra gli effetti e le conseguenze degli orrori che un bambino subisce a causa del mostro, sia esso la pedofilia, il bullismo o la violenza domestica. Durante l’espressione del suo argomento, il film non si risparmia fotogrammi di una certa crudezza, concretizzando una rappresentazione tematicamente esplicita e graficamente nuda quanto basta, in particolar modo per ciò che concerne gli episodi con i bambini. La sua direzione artistica e l’identità dei contenuti che offre è diretta ed esplicita, mai depotenziata nella rappresentazione dei traumi infantili, ma piuttosto enfatizzata; spesso abbondante nella denuncia critica a quella sorta di esistenzialismo “nero”, dove tutto è buio, che contraddistingue le vite di molti. Vi sono una pluralità di soggetti tematici, esplicitati con linguaggio diretto e mai sottinteso, quali abusi sui minori, fragilità psichiatrica, bambini con tendenze al sadismo, ribellione giovanile, difficoltà familiari, famiglie distrutte, pedofilia, divorzio, situazioni di malattia e di tossicodipendenza. E’ tutto “dentro”. Qualsiasi cosa mostri, il film assorbe e vomita su schermo argomenti seri e caratterizza tutto ciò che mostra con toni dark-oriented, mostrando costantemente le difficoltà dell’infanzia e le sue conseguenze. E’ difficile trovare una singola trama che abbia un risvolto positivo, tranne quando si giunge a ridosso della conclusione. Tantè che c’è sempre speranza per far si che le cose vadano meglio, speranza adottata dal protagonista e che permea l’intero vissuto di vita.

Concludendo, non mi rimane che parlare di un ultima cosa. La sua morale. In sostanza, qual’è il messaggio? Detto in breve, il messaggio è: lascia perdere, va avanti. Semplicistico? No, quando fai vedere cosa succede a non accettare il presente così com’è, a cercare di ricordare continuamente gli episodi del passato e, nel caso del nostro Evan, a cercare continuamente di cambiare lo stesso passato, alterandone gli eventi, nel tentativo di avere così il tanto agognato presente perfetto. Fondamentalmente, il film è una metafora su uno dei grandi miti della storia umana: il sogno di cambiare la propria vita passata come conseguenza della difficoltà di accettare il presente, così come è avvenuto.

La conclusione del film è ideale (evitate di leggere quanto segue se non avete visto il film). Quando si giungerà in epilogo, infatti, il protagonista brucerà per sempre i suoi diari, smetterà di tornare indietro nel tempo nel tentativo di alterare la time-line e perfezionare le conseguenze della sua vita e smetterà una volta per tutte di continuare a vivere il presente pensando e vivendo il passato. Perchè facendo come fà lui, non vai avanti. Non vivi il presente se stai sempre ancorato al passato e se pensi sempre a ciò che ti è successo. Non vivi il presente e non costruisci il tuo futuro se i tuoi passi sono in direzione del passato; così facendo vanifichi la continuità della tua vita, che non è proiettata in avanti, ma indietro. Così, l’atto finale di dire basta è anche la sua parabola morale. Basta pensare al passato e basta cercare di cambiare il presente. Evan tornerà indietro un’ultima volta, sacrificherà il bene che ha cercato di ottenere tutte le volte che è tornato indietro nel tempo, mettendo da parte l’interesse personale di cambiare le scelte del passato per un bene soggettivo, a lui riguardante, e, alla fine, accetterà il presente così com’è e inizierà davvero a vivere la sua vita, una volta per tutte. Nel complesso, e concludendo, The Butterfly Effect è un discreto esponente del cinema, ben realizzato, solido e con una sua argomentazione concettuale e stilistica chiara e ben compiuta. A me è piaciuto. Lo reputo un buon film, nel complesso. Ispiri o non ispiri, consiglio di vederlo.


The Butterfly Effect

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  • Regia: Eric Bress | J. Mackye Gruber
  • Sceneggiatura: Eric Bress | J. Mackye Gruber
  • Musiche: Michael Suby
  • Cast: Ashton Kutcher, John Patrick Amedori, Amy Smart, Helden Henson
  • Durata: 114 minuti
  • Anno: 2004
  • Box Office: $96.000.000
  • Like personale: 70%+
  • Edizione consigliata: blu-ray

 

 

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