Il capolavoro che non mi aspettavo, ecco cos’è Non è un paese per vecchi. Nonchè uno di quei film di qualità che ho inconsapevolmente osteggiato per anni, convinto che si trattasse di un opera sopravalutata dai più e in quanto tale eccessivamente mitizzata. Mai avrei immaginato che proprio questo film si rivelasse invece ricco di una personalità peculiare, nonchè pervaso da una profondità tutta sua in termini di concettualizzazione. Un film che necessita, e richiede al suo spettatore, un elaborato e adeguato trattamento di esegesi per poter essere capito, analizzato, risolto. Una pellicola impenetrabile ad una visione razionale superficiale e talvolta dura da decodificare, data sopratutto la pluralità di temi trattati e il linguaggio narrativo con cui questi vengono espressi; tematiche spesso ben visibili e ben posizionate al centro della celluloide senza, però, avere un esplicitazione “ovviale” da risultare per l’appunto facili da dedurre.

fault55Conclusa la visione, avvenuta solo quest’anno, a dieci anni circa dalla sua originale uscita dei cinema, rimasi di stucco per almeno 20 minuti, incapace di accettare l’epilogo, gentilmente offerto dalla coppia di registi, e di gestire l’effetto emotivo e razionale post-ending. Ci rimasi male per il suo finale, concluso senza conclusione, che disprezza lo stereotipo dell’epilogo lieto e che tutt’oggi, così come la pellicola nella sua interezza, continua ad essere oggetto di studi interpretativi, che puntano a ricavarne il sotto-testo morale, il linguaggio semiotico, l’introspezione antropologica dei personaggi e gli spunti filosofici di cui il film è portatore. Finito di vedere il film non potevo che mettermi ad analizzarlo, e l’ho fatto dedicandomici pienamente, con una dedizione da studio pre-esame, cercando di concretizzare una sorta di saggio analitico possibilmente rasente la completezza più assoluta, che mi permettesse di sciogliere il suo codice linguistico talvolta criptico ma diretto, che necessità del coinvolgimento senziente dello spettatore per essere decifrato. Devo dire di essere rimasto a bocca aperta per la sua direzione chirurgica, attenta ai passi narrativi da esprimere, e per la sua narrazione visivamente minimalista ma profonda, capace di stilizzare un piccolo gruppo di elementi principali, soggetti del testo, concentrandosi in esclusiva su di essi, senza dimenticare l’accurata scelta del contesto, protagonista silenzioso dell’opera. L’identità di quest’opera ha coinvolto e avvolto il mio gusto cinematografico. Lo ha rapito e deliziato. La sua profondità e la sua tridimensionalità tematica è specifica e merita un’analisi altrettanto specifica, camminando oltre il confine del mero raziocinio d’approccio che si ferma sulla superficie.

37Non è un paese per vecchi, tratto dal romanzo omonimo di Cormac McCarthy, è un film particolarmente ricco (ricchezza che ha ricevuto un adeguato trattamento di costruzione), un opera graziata dal talento di trasposizione e narrazione dei registi, che han saputo così adattare un argomento compiuto attraverso una dottrina linguistica netta e mai insicura, che irradia lo spettatore con il suo attento e soppesato contributo tematico, implementato come veicolo di espressione. E’ tutto lì, davanti agli occhi. Nel suo minimalismo estetico, Non e’ un paese per vecchi offre tre personaggi principali, con l’attenta e precisa congiunzione contestualizzata di personaggi di supporto. Qualcosa che potrei fin da subito dire è che, mentre, in altri film, spesso e volentieri c’è tanto caos, tanti personaggi e un gran numero di elementi grafici su schermo in tempo reale, qui, il film, si mostra invece nel silenzio e nella moderazione, utilizzando il necessario, il primario e il secondario con saggezza, valorizzando una quantificazione specifica, moderata, al servizio della qualità e della necessità di espressione. I registi utilizzano e filmano solo ciò che serve e solo ciò di cui hanno bisogno per poter compiere il loro arco intellettuale. La logica narrativa offre un modello di costruzione graziato da un numero volutamente ristretto di elementi-soggetto (i protagonisti, le loro azioni e il contesto), di risorse di espressione (inquadrature geometriche realizzate con precisione chirurgica, nessun particolare impiego di effetti visuale, niente CGA, nessuna particolare stratificazione in termini di produzione). E questo non lo dico per ridurre la qualità di quel film che invece portano con sè ed esprimono l’opposto di quello che si vede qua. Piuttosto lo dico per esprimere il cinema che i fratelli Coen han voluto portare. 

L’opera sembra quasi una sorta di rielaborazione della mitologia convenzionale dei western, trasmettendo i modelli su cui si basa, solitamente, il core di un progetto cinematografico, dove il male e il bene sono presenti, si combattono e vengono separati da una linea di confine netta e uniti da un contesto impostato. Nonchè spesso caratterizzati attraverso un processo di scrittura convenzionale, che vuole posizionati in campo gli archetipi e gli stereotipi propri del tipicismo dei western, dei thriller e dei neo-noir d’epoca. I Coen rielaborano la genetica dell’opera narrativa attraverso un processo di personalizzazione, traendo giovamento dal materiale del romanzo, che offre un qualcosa di ben differente dalla normalità cinematica. Il Male e il bene in questo film vengono compiuti attraverso un introspezione matura, ricca di sfumature e di spunti umani. Il rapporto di azione e reazione, il libero arbitrio del comportamento morale, l’arbitraggio relativista delle scelte individuali, la decaduta della società contemporanea, l’auto-determinismo, il pessimismo e il nichilismo sociale sono una parte, o tutti, dei temi trattati in quest’opera e che io, personalmente, ho potuto riscontrare nell’analisi semantica del film. 

I fratelli Coen hanno gestito sapientemente l’adattamento, dal romanzo, dei tre modelli di psicologia dei personaggi, e la ripartizione degli stessi modelli da affidare ai elementi che qui parlano, pensano ed agiscono, e che sono, a loro volta, portatori di tre tipologie distinte di concezione morale; è qui che i Coen han dato sfogo ad un trattato di antropologia, o di sociologia antropologia, se vogliamo. Del tutto indifferenti all’ideologia standardizzata dei film americani, dove gli archetipi dei personaggi vengono realizzati in modo dozzinale e dove il finale, così come il risvolto conclusivo relativo ai suoi personaggi, può essere dedotto prima del suo compimento, concludendosi banalmente nel nome dell’ovvietà, i Coen hanno invece valorizzato l’unicità del racconto romanzato, traendo giovamento dalla sua peculiare caratterizzazione espressiva e trasmissione di temi di vario tipo. Come detto, laddove il bene trionfa e il male ha una preimpostata sconfitta “per forza di cose”, qui, invece, i fratelli Cohen, contrariamente alla norma della fiaba moderna, assurgono ad un coefficiente di realismo che implica talvolta il sotto-testo del nichilismo, talvolta della speranza e dell’ostinazione, e talvolta del pessimismo, che porta con sé un riflesso speculativo della società d’oggi. I Coen inscenano una sinossi che vede tre personaggi comprimari, ognuno dei quali è protagonista di un codice morale a sé stante, ed ognuno dei quali, di seguito, rappresenta una fazione morale differente e unica. C’è molto in questo film, ma questo “molto” viene sempre compiuto ed espresso con calma, dosando la costruzione logica, ritmica e consequenziale della sua diegesi. Tutto avviene attraverso una costruzione graduale compiuta con precisione chirurgica. 

Come già espresso, i personaggi, per mezzo dei quali vengono veicolati i messaggi tematici dell’opera e le sue qualità ideologiche, sono tre. Uno, lo sceriffo Tom Bell, interpretato da Tommy Lee Jones, rappresenta la morale integra, ancora capace di mantenersi salda nei suoi principi nonostante la devoluzione morale ed etica della società. Un personaggio quindi che non ha permesso alla propria coscienza, al proprio codice di comportamento, di venire intaccato dagli effetti collaterali della violenza che lo circonda, violenza sempre in crescendo e costantemente atta a minare le fondamenta della civiltà, destrutturando le sue radici organizzate. E’ un personaggio che combatte, anziano, che si ritrova però ad affrontare qualcosa che a lui sfugge, qualcosa che porta l’animo umano in prossimità della demoralizzazione della persona. 

images.jpegIl cattivo, Anton Chigurh, interpretato da Javier Bardem, rappresenta il comportamento morale distorto e relativizzato, in balia di sé stesso e coscientemente al servizio del male, in esso compiaciuto e conforme, dove ogni modalità di comportamento esprime una sorta di sotto-testo solipsista. Egli si presenta come agente del destino, nonchè come colui che determina il destino altrui, permettendosi qualsiasi cosa esso voglia, rappresentando, quindi, la dottrinologia del relativismo morale, quella sorta di anarchia satanica dove tutto è concesso, e in quale tale giustificato, in virtù del proprio volere, vivendo il proprio codice nella più completa auto-gestione priva di punti di riferimento, e alquanto svuotata di principi. Egli, come sovra espresso, si pone come agente del destino, determina il futuro delle vite altrui tramite il lancio di una moneta, è ossessionato dal non venire visto, tantè che elimina ogni persona che è riuscito a vederlo e che ha, quindi, incrociato i suoi occhi. Permettendo, in questo suo ragionamento, delle eccezioni isolate. Il personaggio di Bardem offre una sorta di manuale di auto-determinazione incline al male, con il quale i Coen racconto l’errore, e l’orrore, di essere votato al male. La si potrebbe definire una sorta di personalità confermata nel male, e in quanto tale ostinata nel peccato e avversa alla redenzione. Egli è un autore pragmatico del suo destino, diabolico, destino che attua costruendosi un inferno immorale di atteggiamenti e scelte del tutto erranti, depravando lo stato della sua anima nonchè la vita altrui, ovunque esso passi. Siamo quindi di fronte ad una rappresentazione di concetto del male. Un modello morale sbagliato, errante e contorto che dona, attraverso l’attore, una fisicità al corpo del male.

L’altro, Llewelyn Moss, interpretato da Josh Brolin, porta con sé la rappresentazione del comportamento morale in bilico tra luce e tenebre, ora facilmente corruttibile e “gravitazionalmente” incline alla scelta sbagliata, ora saldo nei suoi principi. Egli potrebbe vivere la sua vita in pace, sperduto in una piccola roulette nel deserto, ma dinanzi la scoperta di una valigetta contenente milioni di dollari, si lascia coinvolgere in qualcosa che di fatto si rivelerà essere più grande di lui. Si rifiuta di chiamare la polizia, tiene la valigetta per sé, si ostina a non volerla lasciare, pur non essendo sua, concretizzando una serie di scelte sbagliate. Dall’altro lato, invece, torna sul luogo del massacro per dare acqua ad un moribondo, protegge la sua famiglia e rifiuta categoricamente le avance di un avvenente prostituta di un motel, in quanto sposato, mantenendo fede alla promessa del sacramento matrimoniale. Egli rappresenta la morale ancora in fase di maturazione, “a metà”, forte di una struttura ora solidificata in alcuni punti e ora ancora fragile e cadente in altri. 

54mOgni personaggio è soggetto primario della propria scena, e in quanto tale comprimario nell’insieme olistico. I fratelli Coen hanno dipinto con una scelta accurata di luoghi, scenari ed elementi di vario tipo, il proprio ideale di narrazione, di modernismo western, di racconto maturo, dove vengono conflagrati sia il tradizionalismo culturale del western classico che la rivisitazione contemporanea dello stesso, dove ogni oggetto si dipinge di atipicità e unicità nel racconto, precludendo quindi tutta quella serie di manovre ormai inflazionate del thriller di genere medio. Tant’è che, a dispetto di quanto si vede altrove, il protagonista Moss e il cattivo Chigurh non si incontrano mai direttamente, non sono mai presenti assieme nella stessa inquadratura, non diventano mai soggetti comprimari e coesistenti nella stessa prospettiva. Essi sono entrambi autori della propria volontà gestita in modo arbitrale ed opposta nel codice morale. La loro contesa porterà i due ad opporsi contemporaneamente come preda e cacciatore, con ruoli talvolta rispettati, talvolta invertiti, talvolta uguali nel loro incedere. Cosicchè sia la preda sarà anche cacciatore e il cacciatore diverrà anche lui una preda. La complessità, nella scrittura dei personaggi, và ricercata, letta, perchè, come già esposto, non sempre è visibile ad una mente disattenta che non vedo oltre il corpo grammaticale dell’opera. Il film richiede attenzione, lungo i suoi 122 minuti di durata.

mediumTre modelli morali contrapposti, quelli di Non è un paese per vecchi, ed una trama che si articola tramite il principio di effetto e causa, di azione e reazione, ovvero di consequenzialità dovute alle azioni proprio e altrui, tenendo a ricordarci che un azione attira la reazione di qualcun’altro, ovvero che niente muore per sè stesso e che ogni reazione propria, per l’appunto, attira la reazione di un altro. Le azioni arbitrarie dei personaggi e la loro personale gestione dell’atteggiamento morale, sono, per così dire, le idee-soggetto attraverso le quali avverrà lo sviluppo, sempre costante e graduale, della vicenda. La violenza, la quale permea il dipinto sociale dell’opera, mostra una società lenita, ferita e abbandonata, dove ormai l’impennata dell’evoluzione del male ha raggiunto picchi altisonanti, contro il quale lo sceriffo Bell nulla sembra riuscire a fare, data ormai la sua età datata, sentendosi inadeguato in una società che non è la sua e che stenta a riconoscere, dato il cambio avvenuto nel corso degli anni, e contro la quale non è pronto a combattere. Figlio di una società differente rispetto a quella in cui si è ritrovato a crescere, si ritrova ora vecchio e stanco in un mondo che ha perso di vista il controllo morale ed etico dei suoi abitanti. Questo porta ad esprimere il tema della perseveranza, dato che Bell non si dà mai per vinto, ma anche della presunta rassegnazione e del pessimismo, quando ogni cosa sembra sfuggire di mano e tutto si dipinge di nero, e nulla sembra ricevere ora la giustizia e ora il merito necessario.

Se non lo avete ancora visto, vi consiglio di evitare di leggere quanto segue, dato che sto per scrivere uno spoiler sul finale grosso quanto un condominio. Posso dire che, quando si giungerà a ridosso dell’epilogo, il protagonista buono sbatterà metaforicamente contro un muro, divenendo vittima della vicenda dentro la quale si è trovato coinvolto. Al male, invece, nonostante una serie di richiami a ravvedersi, verrà concesso di perdurare, di continuare ad esistere. Lo sceriffo, unico rimasto, accetterà di non potere fare nulla più di quanto riesca e sia in suo potere. E’ così che il velo del realismo, che può essere “erroneamente” scambiato per pessimismo, chiuderà il cerchio della narrazione, dipingendo una società inadeguata per determinate persone e dove talvolta tutto è buio, tutto è male, tutto è amaro. Così è nel libro e così han fatto i registi, attenendosi alla fonte. Un realismo estremo, perchè fedele alla controparte reale, quella che abbiamo davanti a noi, nel mondo, ogni giorno, che forse priva la risoluzione finale della speranza, una virtù teologale, ma dove non per forza non retribuisce il merito ad ognuna delle parti, se pensiamo a quanto potrebbe accadere dopo l’epilogo, immergendoci “dentro” il film. Non è che detto che la sua conclusione sia una privazione della speranza, e quindi una santificazione del pessimismo. E’ semplice realismo, puro, credibile, perfettamente allineato con la realtà del nostro mondo. Se un cattivo vive e un buono muore, non è la vittoria del male, perchè la vita è solo un passaggio e chi merita una ricompensa buona o cattiva otterrà quel che gli spetta dopo.

Proseguendo, Non è un paese per vecchi può essere visto come una delle innumerevoli storie che raccontano la cruda realtà del mondo, realtà dove l’ombra ha steso la sua mano, ma dove è ancora possibile di mantenersi integri di fronte al male, e questo messaggio viene veicolato attraverso lo sceriffo Bell. Attraverso il personaggio Moss, invece, i fratelli Coen sembrano voler raccontare un allegoria dell’ostinazione a lasciare qualcosa che non ci compete, riflettendo così uno spunto filosofico: se non ti fai i fatti i tuoi, se non lasci perdere ciò che non ti appartiene, finisci in una brutta strada. E questa brutta strada che ti si porrà davanti non sarà leggera nei tuoi confronti.

imagesI Coen hanno trattato l’opera di riferimento attraverso un processo di trasferimento adulto, che richiedeva a loro, per primi, di capire l’aspetto semantico dell’opera, di ricavare la scienza dei significati espressi, di capire di cosa parla, in modo da poterne trasferire e adattare il contenuto per mezzo del processo di trasposizione. Processo che avrebbe valorizzato e significato il contenuto a seconda della mera abilità dei registi. Ad una certa abilità cognitiva e intellettuale corrisponde una trasposizione qualitativa. E così è stato per questo film. Nel fare ciò hanno dimostrato di avere le dovute capacità intellettuali, traendo il materiale dal romanzo con la dovuta conoscenza di quello che volevano esprimere, costruendo degli shot con precisione matematica, che si animano attraverso delle soluzioni ricercate e non attraverso degli algoritmi prestabiliti per la narrazione convenzionale. Abbiamo poi delle bellissime sequenze dove ogni elemento, ogni reazione, ogni sviluppo di percorso, si lega in armonia con il resto degli elementi del racconto. I Coen interpretano e trasferiscono il materiale con una certa bontà di idee visuali e con la dovuta capacità per il trattamento dei significati. Un racconto che vede una diegesi fluida e mai depersonalizzata rispetto alla fonte. Ogni P.O.V. è pensato con intelligenza, ogni inquadratura dona la prospettiva di narrazione più adeguata e predisposta per la singola scena. La violenza è ridotta, rispetto al libro da cui è tratto, ma è oltremodo ora mostrata e ora oscurata, volendo integrare una certa semiotica (che si lascia interpretare) per il destino di quei personaggi secondari dei quali non è certa la fine che abbiano fatto. La fotografia offre uno scenario caldo, saturo di colori diurni, lasciando che la temperatura colore graziata dai caldi raggi del sole caratterizzi buona parte del visual design. Un immagine moderna.

La precisione linguistica, con la quale il personaggio di Chigurh viene dipinto, è strepitosa. I Coen non si perdono nel richiedere a Bardem inutili esagerativismi attoriali o interpretazioni facciali ed espressive eccessive per far vedere quanto è cattivo. Con l’immobilità del suo corpo, le sue emozioni spente, il suo volto buio e fermo, egli esprimere più dell’attore che si danna per mettere in scena una miriade di informazioni che facciano “cattivo”. Bardem mette a segno una performance pulita, precisa in ogni dettame facciale, in ogni sfumatura del movimento corporeo, in ogni sillaba (con quella voce sapientemente diretta, profonda nel timbro), offrendo una performance brillante, manuale dell’attore di scena. Bardem evita quindi la frenesia e il lunatismo, l’agitazione e la temperanza di un carattere instabile, preferendo piuttosto un comportamento calmo, rilassato e metodico per rendere vivo un personaggio cattivo. In questo riesce con grande e immacolata maestria.

Con le capacità attoriali del proprio cast, questo film si rende vivo, credibile, unendosi con armonia alla qualità impeccabile dei suoi scenari desolati e spenti, la sua fotografia moderna, la sua regia intellettuale ricca di prospettive ragionate. Concludendo, reputo Non è un paese per vecchi un capolavoro, sicuramente un gran bel pezzo di cinema con un proprio linguaggio ed una propria semiologia, ed una delle migliori crime-story che siano mai state portate sullo schermo. Un capolavoro “da leggere”, e da rivedere più volte, immortalato dalla straordinaria performance di Javier Bardem.


Non è un paese per vecchi 

no-country-for-old-men-from-novel-film-jim-welsh-paperback-cover-art.jpg

  • Regia: Joel Coen | Ethan Coen
  • Sceneggiatura: Joel Coen | Ethan Coen
  • Musiche: Carter Burwell
  • Cast: Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin
  • Durata: 122 minuti
  • Anno: 2007
  • Box Office: $171.000.000
  • Like personale: 85%+
  • Edizione consigliata: blu-ray

Annunci