Il thriller based-on-a-true-story che non ti aspetti. Dico subito che ho desiderato e voluto vedere questo film per tanti, tanti anni e che alla fine no, non sono rimasto deluso, anche se mi sono ritrovato dinanzi qualcosa di completamente diverso rispetto a come lo avevo immaginato e idealizzato dentro la mia mente. E si, il film è un capolavoro, e anche questo posso dirlo fin da subito, prima di proporvi un esegesi personale. Ragazzi, Zodiac è uno spettacolo. Di quelli “alternativi”, però. Che di certo non possono e non si prefiggono nemmeno di soddisfare il gusto medio dello spettatore.

iopoioPurtroppo, quest’opera, ai tempi della sua uscita nei cinema, non riuscì ad attrarre il grande bacino d’utenza, questo perchè il pubblico si aspettava il classico action/thriller di genere, caratterizzato da fotogrammi narrativi accompagnati da fotogrammi d’azione (possibilmente in quantità abbondanti), ovvero quel miscuglio alternato di calma e movimento, con una strutturazione e una semantica ben specifica, sulla falsariga di Seven. Insomma, il film era diretto da Fincher e si aspettavano qualcosa che fosse come i suoi precedenti film, una sorta di Vol. 2 dei thriller che aveva già fatto. Volevano la suspense e il brivido della sorpresa che non sorprende nessuno, volevano l’azione forsennata al fulmicotone, volevano il ritmo hard-rock, volevano una pellicola che desse corpo all’inseguimento contro ogni regola stradale del presunto killer di turno, volevano almeno 4 pallottole che facessero sentire il loro suono d’effetto. Volevano la formula. Invece, contro ogni tendenza di mercato e contro ogni logica industriale, nonchè contro ogni schema grammaticale di genere, Fincher mise a segno un film saggio e maturo, voluto davvero col cuore, difficilmente vendibile al pubblico di massa per la sua particolarità esigente e per l’essenza di quegli stereotipi e di quei “pacchetti” che i produttori richiederebbero per consentire il green-light. L’audience si ritrovò, quindi, dinanzi un racconto narrativamente massiccio, delicato e adulto, un cammino di supposizione e di ricerca giornalistica intellettuale che ricostruiva l’indagine, sia dal punto di vista poliziesco che dal punto di vista giornalistico, del celebre serial killer di fine anni 60′, a tutt’oggi mai ufficialmente riconosciuto/trovato.

Tratto da una storia realmente accaduta e basato sulla fonte dei documenti dell’FBI, Fincher mette a segno il suo film più atipico contro ogni aspettativa di massa. Zodiac è una delle migliori rappresentazioni realistiche e simulate di un evento realmente accaduto che siano mai state concepite. Partendo dal 1968 (mi pare, vado a memoria) fino ai giorni nostri, passando quindi attraverso 5 decadi storiche per quasi 40 anni di storia, Fincher racconta l’ossessiva, minuziosa, esasperante ed eterna ricerca del killer che non venne mai trovato. A chiunque abbia mosso critiche di passività linguistica, dicendo ovvero che pur raccontando, il film, in sostanza, non dice nulla, affermo che, invece, non siamo di certo dinanzi un lungometraggio descrittivo e fino a sé stesso. Non siamo insomma alle prese con uno sceneggiato televisivo a basso costo, tutt’altro. Siamo dinanzi un’opera matura e completa che propone un fenomeno di cronaca storico e sociale, caratterizzata da un alto coefficiente di dedizione e impegno nel processo di scrittura e produzione. Una produzione trattata con il massimo del potenziale possibile in quanto a risorse, staff tecnico e creativo, regia e budget di produzione.

imagesUn film tratto da un evento realmente accaduto che, in quanto tale, aiuta a ricordare e a riscoprire l’identità degli eventi storici avvenuti, lasciandoci informare, senza dimenticare. Ci ricorda l’importanza di ricordare gli eventi, tributandoli, nel rispetto della memoria storica e nel rispetto dei singoli individui che han vissuto la storia reale. Eventi che furono un bagno di sangue, per quanto vi furono anche quelle persone che sopravvissero ai tentativi di omicidio del killer che si faceva chiamare Zodiac. Non pensiate che quanto proposto da Zodiac sia un mero esercizio accademico di ricostruzione delle modalità di lavoro di un dato mestiere, come può essere quello del poliziotto o del giornalista, perchè siamo ben distanti dal mero esercizio stilistico fine a sé stesso, così come dal mero progetto cinematografico descrittivo e quantitativo, e non significativo e qualitativo. Quella tipologia di film che di fatto si limita ad descrivere la materia, senza esprimere o senza incorporare implicitamente un sotto-testo significativo storico o morale. Siamo quindi dinanzi un minuzioso lavoro di sceneggiatura e di trasporto di contenuti dalla realtà alla celluloide, un fatto di cronaca ultra-decennale riversato in un film-contenitore che contiene, al suo interno, ogni dettaglio, dettame, evento, scena e accadimento che ha contraddistinto il cammino di ricerca dell’identità del killer.

Il lavoro si è rivelato essere ricco e frutto di un attenzione costante, che non soffre mai di dislivelli nella sceneggiatura né tantomeno nel processo di produzione. Sarebbe stato facile iniziare a raccogliere informazioni, iniziare a filtrarle per la composizione dello script, iniziare a documentarsi sul setting storico e culturale dell’epoca, per poi perdersi dopo 200 pagine di script, superficializzando il lavoro di ricostruzione storica delle epoche successive, coalizzando un attenzione disomogenea e frammentata, rendendo così il film altalenante e parziale. Invece no, il lavoro atto a ricostruire e e riproporre realisticamente, senza sbavature interpretative, ogni attimo, nell’arco delle 5 decadi, è stato svolto in maniera egregia, frutto del sapiente lavoro di sceneggiatura attuato da James Vanderbilt e del meticoloso lavoro di design attuato dal regista e dallo staff tecnico e creativo di produzione.

Come avrebbe potuto, Fincher, compiere un opera del genere, senza il magistrale lavoro attuato per ricostruire i modelli e gli elementi oggetto/soggetto di tipo culturale, stilistico e ambientale delle singole epoche attraverso le quali il film passa attraverso per il proprio racconto? Non sarebbe stato lo stesso, e chiaramente, senza le splendide scenografie, sempre verosimili e credibili, senza la brillante fotografia attua a donare il look specifico degli anni 60′ (così come quello delle epoche successive) attraverso scelte cromatiche consapevoli e una gradazione colore pressoché perfetta, senza il minuzioso ricavo dei dettagli e degli elementi squisitamente storici, senza la loro loro sapiente gestione e selezione attua a ricostruire l’epoca del 68′ così come degli anni a venire, dai modelli dei veicoli ai costumi dei personaggi, passando per elementi inerenti il vestiario e l’estetica della persona come la tipologia di occhiali, il colletto e la pettinatura, e altri dettagli particellari finemente presentati, portando a compimento, così, un alto coefficiente di qualità scenografica e storica, capace di presentare le singole annate nel pieno rispetto della fonte sorgente. Il livello di qualità si è mantenuto costante anche per le annate e le decadi successive, come già espresso, mantenendo alto il livello di attenzione intellettuale data alla ricostruzione dei passaggi storici in ogni loro aspetto. Così, sembrerà realmente di essere negli anni 60′, così come nei 70′, poi negli 80′, 90′ e così via fino ai giorni nostri, con una fortificata e stratificata sospensione dell’incredulità che non tradisce mai la natura moderna della produzione.

iuUn ecosistema culturale, visivo e contenutivo (permette il neologismo) capace di proporre l’esatta condizione dell’evento che viene raccontato, in ogni sfumatura. La sceneggiatura è un must per chiunque voglia dapprima godere di un buon film e per chiunque altro, in aggiunta, sia interessato alla storia vera del Killer Zodiac. La strutturazione prevede, in enfasi, un lavoro di ricerca sul caso effettuato da una coppia di giornalisti e un poliziotto. Nonchè dei singoli comprimari e personaggi di supporto, direi cooperativi, operanti in entrambe le “fazioni”. Il lavoro ora individuale e compartimentalizzato, ora di squadra, è uno dei noccioli dello svolgimento, e non poteva che essere così dinanzi un caso di omicida seriale. Lo sviluppo prevede una decimazione graduale delle porzioni di protagonismo assegnate ai singoli personaggi primari.Quindi (occhio, segue uno spoiler mediamente massiccio, quindi saltate al pezzo successivo se non volete rovinarvi la sorpresa), se all’inizio ben 3 personaggi avranno uguale spazio lungo svolgimento della diegesi, man mano che si prosegue verso il “futuro”, quindi man mano che gli anni passano, i singoli co-protagonisti, così come accaduto nella realtà, lasceranno liberamente il caso rivolgendo la propria attenzione altrove, rassegnati dinanzi l’incapacità di risolvere l’enigma e di venirne a capo, lasciando che il giornalista Robert Graysmith (interpretato da Jake Gyllenhaal, il nostro Donnie Darko) diventi strada facendo l’unica persona ancora interessata, l’unica che non vuole demordere, abbandonare tutto e rassegnarsi. L’unica che non vuole scendere dal ring e che vuole continuare fin quando il muro di cristallo non sarà stato frantumato. Solo e abbandonato contro il caso che non si riesce a risolvere, rimarrà l’ultimo rimasto capace di ricercare e scovare un ulteriore quantità di informazioni sufficienti tanto da avvicinarsi alla scoperta dell’identità del killer.

Nel corso dello sviluppo e in gran parte nelle prime due ore, il dialogo è la risorsa principale della pellicola attraverso la quale lo script si anima e si snoda. Un elemento/strumento attraverso il quale ogni costruzione degli eventi che è stata effettuata, prende vita e intraprende un cammino. Man mano che gli anni passano, che la polizia archivia il caso e la ricerca del killer diviene, come detto, un cammino privato e solitario “esclusivo” del giornalista (data l’assenza di concorrenti che vogliano anch’essi proseguire nella ricerca), la struttura e la direzione del film iniziano a porre l’accento sull’evolversi progressivo dell’incontro ravvicinato tra preda e predatore, tra ricercato e ricercato, offrendo un dualismo concitato e gestito con grande calma. Senza fretta, senza esibizionismi inutili, senza libertà arbitrarie inerenti la sceneggiatura, senza aggiungere nulla di più di ciò che è realmente successo e senza sensazionalismi per fare cinema, Zodiac centra il punto.

06darg-600Ed è proprio quando la vicenda si concentra interamente su Graysmith, ponendo il faro proiettore tutto su di lui, che inizia il bello. E’ qui che Fincher mostra la summa del thriller, gradualmente, a piccole dosi, fino a compiere l’ultimo grande passo verso il breath-taking. Più Graysmith si avvicina, più il killer si rende conto della sua estrema vicinanza, più il giornalista diverrà vittima non solo della sua ormai ossessiva ricerca, portando addirittura a rovinare la sua vita sociale e privata, ma anche dei tentativi di molestie da parte del killer, che lo minacceranno di lasciare perdere. Cosa che il nostro caro investigatore improvvisato non farà mai. Sempre maggiore e più forsennato e il suo lavoro per la risoluzione del caso, sempre più alto diventa l’aumento esponenziale del thrilling, percettibile a pelle, grazie all’implementazione delle scene che il vero Robert Graysmith ha vissuto nella vita reale, che offrono un modello di costruzione proporzionale alla sapienza registica di Fincher. Un film che pone quindi una prima parte squisitamente narrativa, una sinossi che documenta i passi nella gestione del caso, costruito grazie all’attenta selezione di informazioni, filtrate con intelligenza, e che pone poi una lunga serie di brividi, che sgancia in prossimità dell’ultima ora del film, capace di sospendere il fiato e di trattenere il battito cardiaco, costruendo alcune delle più memorabili scene di suspense mai fatte.

halb_zodiacUna minuziosa analisi delle informazioni ricostruite efficacemente e dirette dal talento di Fincher, riescono a presentare una sorta di antologico coeso e unito, che mai soffre di problemi di locazione settoriale. Non è un film che ragiona “a capitoli”, a punti individualmente sconnessi, come un collage di pezzi separati. Non è un patchwork. L’opera è perfettamente coesa, un unicum indivisibile, e in quanto tale và vissuta nella sua interezza. Anche se ciò potrebbe richiedere, esigere direi, un gusto particolare e ben predisposto. Perchè, come già detto, almeno nella prima ora e mezza (e di più), scordatevi qualsiasi cosa che possa definirsi azione. Vi troverete coinvolti in un cammino quotidiano, una challenge sociale e lavorativa, dove il lavoro di singoli uomini è stato poi graziato da una serie di frutti, mai pienamente maturi certo, ma pur sempre giunti. Il film è lungo, ma ciò non sorprende, data la mole di materiale che andava integrato. Riassumere il tutto in una sorta di sintesi sommaria, avrebbe compromesso la profondità del lavoro, che invece dona quanti più pezzi possibili sul caso eponimo, dedicando quindi il giusto spazio alla vicenda, che necessitava di tempo per esprimersi, per raccontarsi e per mostrare, nonchè per completare l’arco, chiudendolo quando andava chiuso così come accaduto nella realtà dei fatti. L’originale cut mi pare che durasse circa 3 ore, mentre il film, nel suo montaggio finale, dura circa 2 ore e 40. Esiste anche un edizione integrale che aggiunge circa 4 o 6 minuti di scene, delle estensioni di fatto di scene già presenti.

Anche il lavoro attoriale è ovviamente eccellente e tiene costantemente alto l’equazione dell’attore, offrendo una qualità di recitazione di prim’ordine. Jake Gyllenhaal sorprende e si conferma. Egli non offre una performance auto-indulgente, scadendo in quella sorta di concettualizzazione “mentale” del personaggio dove bastano le solite capacità attoriali “standard” per definire il personaggio stesso, nella sua psicologia e nel suo comportamento. No, lui và oltre, si immedesima, cerca di capire cosa avrebbe significato vivere nell’eterna ricerca di un killer per oltre 30 anni, e mette a segno una performance fantastica, che brilla di luce propria, sempre credibile nell’interpretare le emozioni, le sfumature e le condizioni psicologiche di una persona ossessionata dal caso. Rende vivo il personaggio, esprime la sua ossessione, il suo disappunto, la sua paura. E’ sempre credibile e costante in ogni shot. Il nostro Jake, insomma, offre una metodologia di interpretazione ben distante dai livelli di ovvietà e banalità che chiunque altro avrebbe potuto concretizzare.

In conclusione, siamo di fronte un capolavoro appassionante, ricco, da vedere senza mai distrarsi, nemmeno per un secondo, pena la perdita di anche solo una singola informazione individuale (sia essa una battuta, un gesto o uno scambio di qualcosa tra due personaggi) che potrebbe compromettere l’understanding del film. Niente è stato trasferito e posizionato a caso, ogni elemento è stato scelto per essere lì, con un efficace lavoro razionale relativo al transfer dei contenuti, davvero maestoso. Zodiac è un film appassionante che, in conclusione, dapprima racconta la ricerca, l’analisi, la composizione delle informazioni da parte di due P.O.V. ben distanti tra di loro (polizia e giornalisti) e poi si concentra maggiormente sulla ricerca intima di un solo giornalista, rimasto ossessionato dalla ricerca dell’assassino per oltre 30 anni, tenendo col fiato sospeso lo spettatore fino al minuto finale, in un crescendo progressivo di sviluppi che si avvicinano (o sembrano avvicinarsi), costantemente tenuti sul delicato filo della suspense capace di fermare il cuore, nel cammino solitario verso la verità. Fino al raggiungimento della sua personale ed elaborata conclusione. Conclusione che ovviamente è allineata con i fatti realmente accaduti. Zodiac è quindi uno dei migliori film tratti da una storia vera che siano stati fatti. Serio, maturo e rispettoso del caso reale. Un must.


Zodiac

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  • Regia: David Fincher
  • Sceneggiatura: James Vanderbilt
  • Musiche: David Shire
  • Cast: Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr
  • Durata: 158 minuti
  • Anno: 2007 
  • Box Office: $84.000.000
  • Like personale: 90%+
  • Edizione consigliata: blu-ray

 

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