In una bibliografia sconfinata come quella che uno scrittore celebre può avere, talvolta opere di spessore passano inosservate perchè fin troppo schiacciate dal peso e dal volume mediatico di altre opere dello stesso autore di gran lunga più celebri. Il raggio della loro fama è talmente accecante da non far notare i raggi di luce più piccoli e contenuti. E un pò come l’eterna canzone popolare ultra famosa, ultra celebre, tormentone di mille e una estate, che oscura tutta la discografia restante di un singolo cantante. Per una canzone troppo celebre, troppo promossa, troppo famosa, troppa ascoltata, mille altre tracce giacciono inascoltate, inesplorate, mai passate per la radio, e quindi abbandonate a sé stesse. Causando talvolta la frustrazione dell’artista.

Ci sono così quelle opere che sono quasi del tutto sconosciute, anche se realizzate da alcuni degli uomini più celebri sul pianeta. Qual’è il punto? Che dovrebbero avere una fama maggiore? No, non è questo il punto che voglio andare a parare. Voglio dire che talvolta in queste opere meno conosciute è racchiusa una bellezza unica che le opere più blasonate non hanno. Ecco quindi che ti capita di scoprire che in essa, ovvero l’opera dai più ignorata, è contenuta la parte più delicata, sofferente e dolce del talento dell’autore.

Sicuramente conoscerai Stephen King. Dei suoi libri, i consumatori casuali di letteratura o perlopiù i reader non esattamente fan dell’autore, conoscono o hanno sentito nominare solo quelli più celebri. Che nella maggioranza dei casi saranno It, Shining, Carrie, Pet Sematary, 22/11/1963. Magari anche Le Notti di Salem.

Si scopre invece che c’è un libro, sconosciuto ai più e conosciuto solo dallo zoccolo di hardcore fan dell’autore americano, che è uno dei migliori che abbia mai scritto. Intenso, preciso, romantico, cosciente dei suoi limiti e delle sue caratteristiche. Non offre storie in cui creature e azioni non reali, e in quanto tali non possibili nella realtà tridimensionale che ci circonda, prendono vita. Non ci sono storie in cui le forze delle tenebre hanno potere. Non c’è l’horror. Non c’è l’ombra, l’angoscia e il terrore. Nessun elaborato comparto narrativo fatto di incubi immaginifici. Nessun pagliaccio che offre palloncini e che promette di galleggiare, terrorizzando un gruppo di ragazzini. Nessun uomo che viene deviato da entità preternaturali in un hotel sperduto, finendo per trascendere la lucidità consapevole del proprio essere, lasciandosi destrutturare gradualmente e lasciando che quelle entità giochino con le falle della sua personalità fragile, trascinando così nel baratro le nozioni morali ed etiche di cui è portatore e divenendo così sempre più soggetto alla precarietà del raziocinio, finchè non cercherà di fare del male al proprio figlio con un ascia. Non ci sono cose che si muovono ed agiscono nell’ombra, esterne al mondo materiale e sensibile.

Ti capita così di leggere il libro più distante dai canoni stilistici e concettuali da lui infusi in gran parte delle sue opere, e di scoprire la storia di un gigante buono affetto da ritardo mentale. Un gigante che dentro la sua mente sente costantemente la voce di un suo amico. Che gli dice cosa fare e come agire e che gli suggerisce di compiere un rapimento con riscatto per poter fare un mucchio di soldi. Solo che questo suo amico è morto. Il gigante finisce per organizzare il rapimento, senza le necessarie risorse mentali per gestirlo, finendo per combinare un grosso guaio, dove verrà messo in luce il suo fisico bestiale e imponente pari a 2 metri, che però non và di pari passo con la sua intelligenza, poco più di quella di un bambino.

Sto parlando di Blaze, uscito dopo una lunga “passività esistenziale” nel 2007. Una storia rimasta nel fondo di un cassetto per tanto tempo e a cui è stata concesso di esistere e di farsi leggere solo in tempi recenti. Un romanzo che King avrebbe scritto tra il 1972 e il 1973, con lo pseudonimo di Richard Bachman, e che avrebbe tenuto inutilizzato per più di 3 illustre decadi, convinto che la qualità del materiale fosse discutibile. Blaze e’ la storia toccante di un uomo che viene portato a compiere una serie di azioni con la quale non vorrebbe davvero avere a che fare, mettendo in atto delle brutte idee, ma agendo con l’unica cosa di cui dispone, il cuore. Un uomo che possiede una concezione di morale vittima del suo ritardo, e in quanto tale netta nella sua parzialità. Una coscienza fragile che però è ferma nei principi che egli sente vivere nel proprio cuore, come una gamma di sentimenti che ha in dotazione fin dalla nascita. Una coscienza consanguinea di un avvertenza della materia grave viziata e non del tutto consapevole ed una certa bontà di sentimenti, in un marasma di buone intenzioni che non trovano necessariamente sfogo in azioni equivalenti. Così come la sua psicologia, ritardata e sofferente, ferita da una società che non lascia spazio a persone che non sanno essere lupi in mezzo al branco.

Un romanzo toccante. La premessa sembra scontata. Non lo è. Sentimentalmente, questo libro potrebbe bruciare la vostra cena. King evita inutili descrizioni accademiche dei sentimenti, evita il racconto pesante del descrivere senza mostrare, evita l’archetipo narrativo del dire senza avere l’ispirazione per farlo. King mostra. E’ diretto, sprezzante, non perde tempo a dirvi cosa succede e come succede in modo inutilmente complicato e romanzato. Lo dice e basta. Lo racconta mostrandolo con quell’efficacia di idee sentimentali che riesce a infondere l’emozione nel suo testo intelligente, senza perdersi in una parodia del romanticismo. E lo fa in modo crudo e diretto. Raccontando fondamentalmente cosa succede quando un bambino viene abbandonato a sé stesso in una società malvagia dove vince chi è più forte, finendo così per venire emarginato senza una guida e un supporto spirituale e morale. Finendo quindi in un grosso pasticcio.

Una mia personale analisi introspettiva del racconto è che talvolta chi appare come un lupo cattivo, non lo è. E che, talvolta, davanti il presunto lupo si nasconde una pecorella che sarebbe pronta a sciogliersi al sole se solo qualcuno gli permettesse di esporsi ai raggi del sole stesso, anzichè coprirlo con la sua ombra, perchè troppo frettoloso nel giudizio e nella condanna. Talvolta non vogliamo vedere il buono che c’è nel cuore di certi uomini, anche quelli che si ritrovano coinvolti in azioni purtroppo oscure, finendo frettolosamente per giudicare e crocifiggere una vita che invece poteva redimersi, salvarsi e invertire la propria marcia. A volte l’uomo non dà la possibilità di cambiare rotta, velocizzando il giudizio nei confronti di chi, invece, potrebbe rivelarsi soltanto un’altra pecora smarrita che avrebbe bisogno di un pò di comprensione per ritrovare la strada e il proprio ruolo nella società.

La morale è che, anche con l’inclinazione al male data “in dono” dalla società (così fitta e squallida da rappresentare un luogo perfetto dove piantare e maturare le radici dell’iniquità), chi è buono nel cuore lo rimane anche se avvolto da involucri che lo fanno apparire come un empio. Così, anche un disadattato abbandonato in orfanotrofio, coinvolto in una lunga serie di azioni sbagliate, in realtà non vedrà la sua anima perdersi per sempre, perchè c’è sempre qualcuno dall’alto che vede davvero cos’hai dentro il cuore. In sostanza, questo è quello che ci ho visto io. Non essendo, magari e necessariamente, la visione dell’autore.

Concludendo, succede che King mette a segno una perla, forse uno delle sue storie più toccanti e commoventi. E alla fine riesce nel suo intento. Una parte di Blaze, il protagonista di questo libro, è rimasta in parte nel nostro cuore.

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