Recensione | Quarto Potere

Nel 1941 veniva distribuito nelle sale cinematografiche «Citizen Kane», da noi uscito come Quarto Potere. Il cinema è linguaggio: ti da la possibilità di tradurre a fotogramma le singole esperienze dell’esistenza e di proiettare non tanto l’esperienza propriamente vissuta, ma l’elaborazione dell’esperienza stessa. La mente media elabora da ciò che ha visto, nei limiti dell’esperienza sensoriale, trascrive i fatti mediante un adattamento inconsciamente descrittivo, derivativo e dozzinale, e sprovvisto di un sotto-testo morale che aiuti a separare il bene dal male.

L’intelletto brillante, diversamente, estrapola la morale dall’esperienza vissuta e ti mostra la sostanza di una certa tematica, aiutandoti nella comprensione di cosa sia bene e cosa sia male. Se il regista medio descrive, il regista brillante esprime; se il regista medio agisce nei limiti della materia descritta, il regista brillante significa la materia, innesta ovvero un significato tra le strutture metafisiche del fotogramma, e crea dei sotto-testi morali e filosofici capaci di accrescere la cultura dell’uomo. Il cinema deve dapprima essere pensato per poter essere espresso.

Il film del regista generico risulta descrittivo e quantitativo, e non significativo e qualitativo. Il film del regista brillante risulta significativo e qualitativo. «Citizen Kane» va oltre la materia descritta; elabora una sinossi logica e pulita, caratterizzata da una struttura narrativa brillante e rivoluzionaria, per arrivare ad un fine morale e ascetico. Non mostra l’uomo e le sue azioni per intrattenere mediante quest’ultime; le mostra per poter poi esprimere un significato ultimo che va «oltre» il film stesso. Non inscena personaggi e dialoghi come scopo a sé; le inscena come strumento di divulgazione.

Il film di Orson Welles pone l’enfasi sul trauma per eccellenza che un uomo, una creatura umana, possa vivere: la separazione dalla famiglia e la perdita della madre. Il finale, forse il più grande che sia mai esistito nella storia, comunica, mediante un linguaggio visivo e semiotico, cosa significhi abbandonare la culla familiare per intraprendere un cammino carrieristico fatto di denaro, potere, glorie mondane e successi tra le vie del mondo. Piccole retribuzioni, illusorie e passeggere, che lo spirito pagano rivende come gratificazioni dell’essere, e che alla fine del ciclo biologico si rivelano nella loro iniqua identità: illusioni temporali, false gratificazioni morali, inganni della psiche. È l’inversione del senso del bello.

L’uomo può scegliere il cammino carrieristico, che qui viene denudato nelle sue fondamenta, mostrandone le ipocrisie, le falsità e le corruzioni economiche e politiche, o scegliere di rimanere ancorato al valore eterno e immutabile: la famiglia. L’opera si esprime tra le dualità dicotomiche del vero e del falso, del bene e del male, del valore morale e del non-valore materialistico ed edonistico, tra la realizzazione personale dell’io, frutto di un compromesso con il mondo, e il tentativo di salvare quel piccolo focolare ardente che il cuore ambisce ad ottenere più di ogni altra cosa.

Welles dissipa il linguaggio semiotico, tipico del cinema muto, e mette in scena un’opera dialogativa, vocalizzando l’arte del fotogramma visivo; il progetto visuale si fonde con il concept narrativo, fornendo una fusione delle due sostanze coesa e omogenea. Welles esprime in atto il percorso di ascesa al potere e decaduta di un cittadino americano, il quale, giunto sul punto di morte, rivela il ricordo perduto che giace nel suo cuore sofferente, da troppi anni ormai incantato da sogni di successo e gloria a lui offerti ma che mai, come si evince dal finale, hanno saputo ripagare e coprire il terribile buco lasciato in lui dopo la perdita che più di ogni altra cosa gli era cara.

Ne vale la pena abbandonare ogni cosa per poter conseguire l’ammirazione illusoria, l’adorazione pagana, il rispetto ipocrita e il plauso contraddittorio della società mondiale? Orson Welles conclude rispondendo al quesito esistenziale se ne valga realmente la pena; se il conseguimento del successo mondano, comporta la felicità dell’essere. E la risposta, alla luce del fotogramma conclusivo, è no: non esiste cammino di successi mondani e di potere che possa compensare l’amore di una madre. Non esiste oggetto o ricompensa morale che possa riempire il vuoto dell’amore materno.

  • Nome: Citizen Kane (Quarto Potere)
  • Regia: Orson Welles
  • Sceneggiatura: Orson Welles, Herman J. Mankiewicz
  • Studio di produzione: RKO Radio Pictures, Mercury Productions
  • Distribuito: RKO Radio Pictures
  • Data di uscita: 5 settembre 1941
  • Box office: $1.8ml

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